Nero è il mio cuore – Hervé Le Corre
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Questo è un romanzo ambizioso, oscuro, sanguinoso e angosciante come i noir francesi classici sanno essere.
Ho apprezzato “Nero è il mio cuore” su diversi livelli, a partire dal coraggio di Hervé Le Corre nel cercare di aggiungere nuovi elementi al tradizionale mix di procedurale poliziesco, senza perdere il focus e mantenendo il ritmo narrativo elevato.
Fin dall’inizio Le Corre immerge il lettore nel dolore, sia fisico che psicologico. E per una volta il dolore è condiviso tra vittime e detective. Il protagonista è il Commandant Vilar che indaga sull’omicidio brutale di una prostituta part-time, trovata dal figlio adolescente Victor nella camera da letto; il ragazzo si è sdraiato accanto al cadavere per due giorni. Soffre Victor, e soffre Vilar, il cui figlio Pablo è stato rapito cinque anni fa quando aveva otto anni, presumibilmente da un pedofilo. Non è mai stato trovato, vivo o morto, e la sua tragica assenza è per l’uomo la dose quotidiana di dolore insopportabile.
La storia si sviluppa lungo tre fili paralleli, che Le Corre maneggia con abilità: mentre il protagonista e il suo partner Pradeau, che porta avanti pure lui una vita familiare piuttosto distrutta, indagano sull’omicidio della madre di Victor, Vilar è perseguitato da uno psicopatico che, dopo aver affermato di aver trovato Pablo, ha torturato e ucciso un collega in pensione che stava aiutando il commandant nella ricerca del figlio scomparso. E allo stesso tempo, Le Corre ci regala una sorta di storia di crescita, tanto oscura e dolorosa quanto il giallo che sta tessendo, mentre seguiamo il percorso angosciante di Victor, dal centro per minori alla casa adottiva, da orfano terrorizzato e impotente a giovane sempre più indurito.
Le Corre mostra un alto grado di sicurezza nel gestire questo materiale complesso. Ci vogliono alcuni capitoli perché la sua rete avvolga completamente il lettore, ma una volta catturato, sono stato trascinato dal flusso della sua narrazione, maestosa e inesorabile come il fiume Garonna che attraversa Bordeaux – dove Vilar vive e lavora – e si riversa attraverso un grande estuario nell’Atlantico. La prosa scolpita di Le Corre è meticolosa nel mettere in risalto le intense sfumature psicologiche delle storie dei suoi personaggi, e ipnotica nel descrivere l’intensità elementare dei suoi ambienti, sia la città di Bordeaux che i suoi dintorni, dove ettari di vigneti si fondono in acque oscure e minacciose e rive intrise di fango.
Il detective in lutto non è raro nella narrativa poliziesca francese contemporanea, penso al Commandant Verhoeven di Pierre Lemaitre, ma è meno comune nei romanzi anglosassoni o nordici. Anche un personaggio distorto come Harry Hole di Jo Nesbo non ha mai subito la tortura mentale a cui Vilar è stato sottoposto dal criminale che sta inseguendo. Perché Vilar insegue davvero, con la follia di un uomo posseduto. Un’intensità e un dolore simili sono difficili da realizzare, richiedendo all’autore e al lettore di essere costantemente immersi nella sofferenza, dentro e fuori la brutalità delle indagini criminali. Pieno merito a Le Corre per aver avuto l’audacia, l’abilità narrativa e l’astuzia nella trama per tessere un arazzo degno della migliore tradizione noir. Non siamo a Parigi, siamo lontani dalla Francia elegante e da cartolina, ma questo, ci ricorda Le Corre con forza, è ciò che è la vita. E anche la morte.
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