Nella casa delle ossa – Stuart MacBride
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Sono passati vent’anni, da quando nel 2005, uscì il giallo poliziesco di Stuart MacBride, “Il collezionista di bambini”, primo della serie di venti romanzi dedicati a Logan McRae. Per il pubblico dei fedelissimi, leggere “Nella casa delle ossa” è un tornare a casa, dove trovare quei personaggi strambi, sciocchi, bizzarri eppure geniali, alle prese con tanti nuovi casi.
Su Aberdeen infuria una calda estate, e la Divisione A della polizia è alle prese con l’incendio doloso di un albergo per immigrati. Il crimine si è appena aggravato con la morte di uno degli immigrati ustionati e McRae e colleghi hanno il loro bel daffare a cercare di acciuffare il sospettato. I poliziotti sono decimati dall’influenza, sottoposti a turni infiniti, sotto pressione per una manifestazione contro l’immigrazione e con la stampa sempre pronta a sottolinearne gli errori. Quando a Logan si aggiungono i casi degli altri ispettori ammalati, un cadavere trovato in un fiume e il rapimento di una giornalista, la misura è colma, ma non c’è altra scelta che indagare dando il massimo.
MacBride (Dumbarton, 27 febbraio 1969), ha una scrittura molto personale: diretta, a volte cruda, sarcastica e molto spesso politicamente scorretta, non ha ipocrisie e dice le cose come stanno, senza edulcorare situazioni sociali scomode. Questo fa sì che le sue trame siano ambientate in una Aberdeen piena di problemi, diversa dalla città d’argento della pubblicità, tridimensionale, in grado di comunicare al lettore temi importanti e attuali. In “Nella casa delle ossa” la storia parte dal razzismo e dall’immigrazione, allargandosi a come i media trattano la questione, con sensazione, alimentando la paura e scatenando azioni violente. Non solo il razzismo viene nutrito con una particolare interpretazione dei fatti, ma esiste anche la gogna mediatica per chi è sospettato di un crimine. Partendo dal presupposto che se la polizia indaga allora ci deve essere colpa, spesso i giornali non aspettano la fine delle indagini e del processo prima di dichiarare colpevole qualcuno, distruggendo la vita anche di chi poi si rivela innocente. Un effetto domino di odio e incomprensione che, nell’universo dell’autore, sfocia in una escalation di violenza.
L’apertura di quest’ultimo scritto è elettrizzante, con un inseguimento teso e dalla note divertenti. Una situazione ricca di elementi possibili e surreali che si leggono con un sorriso, al di là degli esiti che potrebbero essere tragici. L’ironia permea ogni capitolo, ogni rapporto tra l’ispettore McRae e i suoi colleghi, in quel misto di prese in giro, sfottò e solida collaborazione che in questi lunghi anni abbiamo imparato a conoscere e apprezzare.
Il punto di vista narrativo è focalizzato sulla polizia, nella loro vita privata e nel lavoro, con qualche raro momento in cui viviamo l’azione con la vittima di turno. Questo per il romanzo comporta due cose. La prima è che si legge di un’impronta investigativa molto aderente alla realtà, con tanti casi che si accavallano, interrogatori, ricerche, appostamenti infruttuosi, tanti tempi morti e pochi sprazzi di intensa azione. La seconda è che l’opera si estende per settecento pagine, dove la tensione non monta, se non in qualche breve attimo e, se la scorrevolezza delle lettura è data dalle facezie tra i poliziotti, si sente la mancanza di una maggiore sintesi che potrebbe donare un ritmo più dinamico e incisivo.
Chi conosce l’autore segue il romanzo con passione, affezionato alle dinamiche dei personaggi e ben consapevole di come la trama viene sviluppata, ma per chi dovrebbe da qui cominciare si potrebbe incappare in momenti di noia, per una stanchezza che non farebbe apprezzare la storia fino in fondo.
I casi di Logan McRae sono concepiti in modo che il protagonista sia serio, coscienzioso, dedito al lavoro e capace, accompagnato da colleghi e subalterni che sembrano un branco di inconcludenti inutili. In realtà non sono zavorre senza senso, hanno bisogno di una direzione, ma il caso viene risolto grazie alla collaborazione di tutti, qualche intuizione e magari un po’ di fortuna, proprio come è possibile che sia nella realtà. L’autore poi, dona i suoi personaggi di una vita fuori dalla polizia, di famiglie e del normale bisogno di mangiare, dormire e fare pause. Nessuno è un super poliziotto, sono tutti molto genuini e per questo risultano comprensibili e vicini ai lettori. Inoltre MacBride non parte mai da basi banali, ma si serve del suo occhio attento al sentire della nazione e delle sue difficoltà per portare al pubblico temi moderni e quindi profondità. Si potrebbe ottenere tutto ciò con maggior sintesi e adrenalina da thriller? Forse sì, ma non staremmo più leggendo Stuart MacBride.
Alla fine diversi casi arriveranno a soluzione, in modi rocamboleschi e grazie a un lavoro d’indagine che ha saputo andare oltre le apparenze, qualcosa finirà bene, qualcosa no, ma proprio come nella realtà si può solo andare avanti.
Vent’anni fa, camminando per Union Street ed evitando per un pelo di finire sotto un taxi, Stuart Macbride ebbe l’idea di scrivere di Logan, mettendo la sua personale impronta nel poliziesco, un genere che amava da sempre. Sono nati così i suoi libri, un racconto lungo due decenni nelle quali sono cambiate molte cose nei personaggi e ad Aberdeen. Non ci resta che scoprire cosa ci porteranno i prossimi vent’anni.
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