Muro di silenzio – Arnaldur Indriđason
L’ex poliziotto Konráð, ormai in pensione, vedovo e con molto tempo libero, non ha ancora fatto i conti con il passato: l’omicidio del padre Seppi, mai risolto, incombe come un’ombra scura sulla vita che sta cercando di rimettere insieme. E mentre cerca faticosamente di collegare i pezzi di quel cold case molto personale, non manca di tenere d’occhio i casi più recenti della polizia di Reykjavík.
Un banale incidente porta alla luce uno scheletro nascosto dietro una parete, presumibilmente da molti anni: se è vero che ogni casa ha un’anima, quella dove viene scoperto il cadavere ha sempre emanato un’aura di inquietudine ai propri inquilini, convinti talvolta che la casa fosse abitata da spiriti malvagi, ma forse la violenza di cui sono stati testimoni quei muri non è stata solo quella dell’omicidio.
Anche se stavolta il suo contatto nella polizia è più avaro di di informazioni, Konráð si imbarca in una indagine che, scavando nel passato della vittima, lo porterà più vicino alla soluzione del mistero della morte del padre.
Nuovo romanzo del maestro del noir islandese, che proprio nelle atmosfere del passato trova forse la sua migliore dimensione: in “Muro di silenzio” si alternano piani temporali diversi, nei quali ci si destreggia facilmente, e del resto Indriđason è anche sceneggiatore e sa quindi come legare i capitoli senza perdere di vista il filo del racconto anche se – come ogni autore del nord – la sua scrittura non ha ritmi degli scrittori americani.
E’ una scelta interessante, che permette di veder crescere i personaggi, di conoscerli nel passato e ritrovarli più invecchiati, più amari, più fragili o semplicemente sconfitti.
Poeta del tempo che passa, dei ricordi sconsolati, Arnaldur Indriđason racconta storie di lutti impossibili. Lutto per un’Islanda in via di estinzione, banalizzata dalla globalizzazione, lutto per un’infanzia rubata, lutto per un’ingiustizia subita e mai riconosciuta. Le indagini che mette in scena ti penetrano nel profondo e non ti lasciano più.
In questa presentazione c’è proprio l’essenza della scrittura di Indriđason, un autore che ha saputo diventare un maestro internazionale del genere, parlando di reati nel paese che – tutt’oggi – è considerato il paese più sicuro del mondo e nel quale quasi il 50% dei crimini sono legati a reati stradali: e proprio la rarità dei reati rende questi crimini, ai quali in altri contesti verrebbe dedicata poca attenzione, particolarmente disturbanti.
Eppure le storie in “Muro di silenzio” sono raccontate in modo soffuso, malinconico: Elίsa vittima di un marito violento con lei e con la figlia e Benóný che vorrebbe aiutarla, l’ambiguo e perverso dottor Heilman, e poi Tommy e Mikki e Luther. Su queste spicca ovviamente la vicenda personale di Konráð, che pian piano si va a ricomporre: l’infanzia negata a causa del padre, Seppi un piccolo truffatore violento con moglie e figlia probabilmente finito in qualcosa più grande di lui, ma anche il rapporto difficile con il figlio Húgó.
L’autore sembra volerci dire che ognuno ha una storia fatta di luce e ombre, e anche quando l’ombra prevale non può venire meno l’umana comprensione.
Tutte le linee narrative si ricongiungono nel finale, portando a compimento un romanzo che scorre fluido, e mentre queste storie si chiudono Indriđason nelle ultime righe apre – letteralmente – una porta su una nuova storia e su altri malinconici perdenti.
Arnaldur Indriðason
Arnaldur Indriðason è nato nel 1961 a Reykjavík, dove ha sempre vissuto. Si è dedicato alla scrittura, sia di romanzi sia di sceneggiature, dopo aver lavorato come giornalista e critico cinematografico per la maggior testata islandese, il Morgunblaðið. Tradotto in quaranta lingue, nel corso della sua lunghissima carriera di scrittore ha ottenuto numerosi riconoscimenti, fra cui due Glasnyckeln e un Gold Dagger, e nel 2021 ha vinto il premio Jónas Hallgrímsson per il suo contributo alla cultura islandese. Guanda ha pubblicato tutti i suoi romanzi
Libri della serie "Konráð"
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