Mi ci voleva Graham Greene in “Missione confidenziale” per darmi l’input necessario ad affrontare l’Intelligenza Artificiale. Tra le pagine di questo libro, infatti, mi imbatto nella parola “Enternationo“. Utilizzando io un e-reader, prontamente clicco sul motore di ricerca interno…risposta: la selezione non ha prodotto risultati.
Ok, vado avanti, per il momento soprassiedo, ci penserò.
E due, anzi, e mille. Questa spy story, ripubblicata da Sellerio, mi sta fornendo mille spunti su cui ragionare.
Per esempio, è una spy story vera o finta? Dalla spy story per antonomasia ci si aspetta ritmo incalzante, suspense, tensione e azione, intrighi internazionali, tecnologie avanzate e personaggi carismatici e intraprendenti. Qui abbiamo invece l’agente segreto D. che di segreto ha solo il nome, non è per niente carismatico e diventerà tiepidamente intraprendente solo in seguito all’assassinio di una persona cui si affezionerà nel corso della missione. La quale missione consiste nel convincere un membro della Camera dei Lord d’Inghilterra a finanziare il carbone cui è legata la sopravvivenza del suo paese (quale paese? Non è precisato nemmeno questo. Si parla di ribelli, di guerra civile, di legittimo governo repubblicano, potremmo forse individuare la Spagna del golpista Franco?).
Il ritmo incalzante io non l’ho trovato e non ho ancora ben capito se per colpa della differenza tra periodo storico in cui lo sto leggendo e anno in cui è stato scritto, 1938, vigilia del secondo conflitto mondiale – della serie prendiamo, per esempio, il film “Heat – La sfida” con gli immensi Al pacino e Robert de Niro…quando è uscito (1995!) era adrenalinico, guardatelo adesso e lo troverete di una lentezza esasperante – o se per cifra stilistica propria dell’Autore.
Quindi dicevo, tornando agli stereotipi della spy story, le tecnologie più potenti che utilizza D. per proteggere i suoi documenti segreti sono l’interno dei suoi calzini e una pistola che sottrarrà all’avversario in seguito ad una colluttazione. Quando riuscirà ad uccidere la persona cui darà la caccia, non sarà per sua mano, ma per un caso fortuito.
E questo sarebbe un eroe? Sissignori, lo è.
L’Agente D. è più di un eroe, è un antieroe, e la sua forza sta proprio in questo.
È un ex professore, ingenuo, disilluso, innamorato della moglie fucilata per errore e che porta avanti la sua missione spinto da tutti quei sentimenti propri dell’essere umano quando fai i conti con la guerra.
Facile compiere il proprio sporco lavoro con addestramenti futuristici, supporto tecnologico avanzato, cuore di ghiaccio semmai movibile solo da bionde mozzafiato.
No, qui Graham Green, con una struttura narrativa semplice e quasi comica, ci mostra il lato umano di uno 007, con le sue paure, le sue fragilità, i momenti di sconforto, i sensi di colpa, i dubbi, le esitazioni e tutto ciò che una spia per eccellenza nell’immaginario collettivo non ha e che invece non è possibile non provare nella realtà. D. ci piace per questo, perché è reale. Ci si può immedesimare, la sua empatia diventa l’empatia del lettore.
È una spy story vera, dunque.
In questo poliziesco l’autore, attraverso il suo eroe, ci regala più spunti di riflessione che di azione: in fondo l’Agente D. è pur sempre un uomo colto che preferisce comportarsi come i personaggi cavallereschi dei suoi studi che come un “banale” 007 dominante e con un ego smisurato. D. è un uomo che combatte contro i suoi fantasmi perché la lotta per il singolo è la lotta per l’umanità, vale a dire, per sua mente sempre coinvolta in dilemmi morali, che la speranza per il singolo è la speranza per l’umanità.
E l’Enternationo? Sapete cos’è? Citando ChatGPT: “Si tratta di una lingua inventata, usata come copertura all’interno della storia. Il protagonista incontra a Londra un contatto che lavora in una scuola di lingue per insegnare questa lingua fittizia, chiaramente modellata sull’esperanto“. Quindi, in perfetto stile spy story, la copertura per l’agente segreto c’è, ma in perfetto stile Graham Greene, è una farsa che rappresenta una sorta di utopia linguistica, nata per unire i popoli, ma che nel romanzo appare incapace di soddisfare tali aspettative. Da cui le mie riflessioni, una delle mille di cui vi parlavo prima: se da una parte leggendo tale vocabolo i miei pensieri suggeriscono una trasposizione all’avvenuta globalizzazione della lingua inglese, dall’altra il contesto in cui è inserita – leggete, leggete e capirete – mi convince da subito che sarà solo una delle tante analisi interiori in cui l’autore riesce a trascinare il lettore, con dialoghi paratattici che obbligano all’immaginazione e per mezzo di un uomo comune travestito da eroe.
Recensione di Anna Morandini.
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