Maschera bianca – Edgar Wallace
Edgar Wallace è un autore che si è fatto da sé, e potremmo considerarlo, senza temere di esagerare, come uno dei precursori del self-publishing.
Nel 1905, a trent’anni d’età, fondò la casa editrice Tallis Press, in virtù del fatto che i suoi romanzi non avevano trovato accoglienza presso gli editori dell’epoca.
Scelta coraggiosa e ben ripagata, visto che avrebbe concluso la sua carriera con una produzione di quasi 200 opere e una rendita superiore ai 250.000 dollari l’anno per i diritti di sfruttamento (e stiamo parlando degli anni ’30!).
Coraggioso è stato anche il suo modo di scrivere. Wallace smonta e ricostruisce gli stilemi del canone a suo piacimento.
“Maschera Bianca”, uscito a febbraio 2025 nella collana dei classici da edicola de Il Giallo Mondadori (ma sempre reperibile in e-book), spende ben due capitoli iniziali per parlarci della giovane ereditiera Janice Harman e dei suoi spasimanti, lasciandoci credere che sarà lei l’eroina del momento. Di fatto, i veri protagonisti di questa avventura, ovvero il dottor Marford e l’ispettore Mason, fanno il loro ingresso in scena, rispettivamente, al terzo e al sesto capitolo. Di Janice non si saprà quasi più nulla, salvo rivederla più avanti nel racconto, giusto per una manciata di battute. Non vi ci affezionate.
A fare capolino nei capitoli iniziali è però anche il personaggio che dà il titolo al libro, un lestofante dal volto coperto che, pistola in pugno, semina il terrore tra i lussuosi ristoranti di Londra per fare man bassa dei gioielli delle sfortunate e facoltose clienti.
Attenti bene, perché il fulcro del romanzo non sono le peripezie di quest’ultimo, bensì l’assassinio di un misterioso uomo in abiti eleganti avvenuto a pochi passi dalla clinica del già citato dottor Marford.
Un uomo dal fosco passato, di rientro dal Sud Africa (dove lo stesso Wallace aveva fatto il reporter, prima di intraprendere la carriera di scrittore), intenzionato a mettere in atto una truffa proprio in quella città dove aveva lasciato ben più d’un nemico.
Questo avviene durante il concitato capitolo 6, dove tutti i personaggi del libro si ritrovano, per un motivo o per l’altro, a transitare sulla scena del crimine.
È qui che inizia il vero romanzo e Maschera Bianca, da questo punto in poi, pare quasi un elemento di contorno, del quale non si parlerà più se non a fine libro, quando ne sarà svelata l’identità.
La cover del volume è molto azzeccata, e ci mostra difatti un uomo armato di coltello che osserva la sua vittima morente sulla superficie del manto stradale. Maschera Bianca è un ladro gentiluomo, non ammazza e non utilizza il coltello. La copertina ci fornisce un quadro dell’omicidio principe, quello che Mason e la sua squadra dovranno risolvere in compagnia del dottor Marford e del giornalista Quigley.
Fino a qualche pagina dalla fine, quando la figura di Maschera Bianca tornerà prepotentemente in scena e, questa volta, in maniera decisiva per la risoluzione del caso, si ha l’impressione che il nostro ladro sia un espediente narrativo usato per raccontare un’altra storia, un po’ come accade per molti albi di Diabolik, quando l’uomo in calzamaglia incrocia in modo fortuito le storie di numerosi personaggi che poi procederanno per la loro strada.
Eppure Wallace è molto bravo a confondere il lettore, a sparigliare le carte, a mascherare la verità facendovi credere a più riprese d’aver capito tutto, quando invece non eravate che preda di una grandissima illusione.
Le tecniche narrative del buon giallista sono padroneggiate alla perfezione, a cominciare dalla confidenza che il dottor Marford fa all’indirizzo dell’ispettore Mason, a pagina 84, quando rivela di conoscere il nome dell’assassino e di non poterlo per il momento menzionare:
“Avete qualche altra ipotesi?”
“Non un’ipotesi, ma un’assoluta certezza, ora. Se non fosse che mi trovo in posizione tale da non poter testimoniare, potrei dirvi il nome dell’assassino.”
Questo stratagemma funziona sempre, e invoglia il lettore a divorare le pagine successive nella speranza di venire a capo della faccenda, ignorando il fatto d’aver di fronte ancora un centinaio di pagine e che, di conseguenza, quella rivelazione tarderà a venire. Vecchia volpe, il Wallace.
L’autore è bravo nella descrizione dei luoghi, a cominciare da quel Tidal Basin che fa da cornice al racconto, quartiere malfamato di Londra che non dorme mai e dove c’è sempre qualcuno che controlla le strade.
“… Tidal Basin, le cui brutture erano visibili anche di notte, nella cruda luce dei lampioni. La gente ci viveva e ci moriva; un morto in più o in meno non faceva certo differenza.”
Inquietante poi la figura del “Lustrino”, un pazzo che vive per strada e che sembra sapere molte cose, ma con l’abitudine di parlare per enigmi. Il maltempo, il buio e i suoi giochi d’ombra (quasi tutto si svolge in una notte), sono poi elementi che contribuiscono a dipingere la perfetta atmosfera del noir classico:
“La vaga luce azzurra della lampada appesa sopra l’ingresso donava una tinta cadaverica alle sue guance abbronzate. La strada era deserta e la pioggia cadeva fittissima; le finestre nere davano un lugubre aspetto alle case di fronte.”
Non mancano inoltre (e quando mai?) gli omaggi a Conan Doyle:
“Elk sbuffò.
“Mi sembrate Sherlock Holmes – disse” (p.52)
e dunque:
“Non siete, per caso, uno di quegli investigatori dilettanti che sono descritti nei romanzi? Il tipo che fa fare brutta figura alla polizia e che si prende tutti gli onori?” (p.58)
A voler muovere un appunto ho trovato alcune strane accelerazioni, come a inizio del capitolo 10 dove un colloquio tra l’ispettore Bray e la domestica di casa Landor (uno dei sospettati) è descritto nella forma del riassunto, in barba allo “show don’t tell”. Anche l’arresto dell’assassino da parte di Mason ha l’aria di essere trattato in maniera un po’ frettolosa.
Al di là di questo aspetto abbiamo però un finale a dir poco clamoroso; macchinato alla perfezione, Edgar Wallace vi prenderà in giro per ben tre volte prima di dipanare tutta la faccenda.
Merita sicuramente una lettura, le ridotte dimensioni (180 pagine) vi accompagneranno per un fine settimana, un viaggio, una giornata in spiaggia.
Recensione di Mauro Piva.
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