Mariano di Gesù al Princess Hotel – Giuseppe Sorgi
Dell’autore la quarta di copertina declina tre attività molto intriganti, diverse dalla scrittura classica ma foriere di ottimi contenuti: è autore, regista e attore teatrale. Ah, ha scritto anche per la tv. Ecco spiegato in pochissime parole il perché questo suo romanzo giallo (molto cozy, ma non sdolcinato grazie a molte prove di cultura generale e passione per l’approfondimento storico) scorra così bene pur avendo, di fatto, un solo scenario: il Princess Hotel di Edimburgo (che esiste davvero, ed è splendido, giusto una dimora da 600 euro a notte in bassa stagione).
L’ambientazione richiama la trama a porta chiusa, tanto cara ad Agatha Christie che, a sua volta, dev’essere di grande ispirazione per Giuseppe Sorgi, visto che oltre a venir evocata, si trova spesso citata e come potrebbe essere altrimenti? Gli omicidi vengono commessi in stanze di albergo dove apparentemente hanno transitato solo le vittime e la proverbiale cameriera già protagonista in Assassinio sul Nilo.
Il luogo è certamente affascinante tanto più se, come me, leggerete il romanzo ammirando le immagini che scorrono nella gallery del sito del vero Princess, ma quel che è davvero originale e gustoso, qui, è la scelta dei protagonisti che l’autore assurge a detective a fianco a quell’ispettore Munro così british, sorry, così scottish nel suo aplomb privo di emozioni tanto da evitarsi persino le bellezze offerte dalla bionda medico legale che di cognome fa come l’ultimo attore che ha interpretato l’agente 007 (nulla al caso qui).
La storia comincia con un volo aereo da Palermo ad Edimburgo, ove si stipa buona parte dei partecipanti ad un giro organizzato per la Scozia, tra cui una coppia di attempati coniugi decisi a festeggiare lì un loro certo anniversario importante e, per l’occasione, hanno invitato ad accompagnarli la figlia Jole, veterinaria single un pochino in sovrappeso, con missione di vittima sacrificale degli strali materni. Manco a dirlo, la traversata è funestata da vuoti d’aria e scossoni che gettano i passeggeri chi nel panico, chi nelle contorsioni da vomito e chi, invece, in sonni beati. Tra questi ultimi fortunati vi è Rodolfo, biologo accademico atteso ad Edimburgo per relazionare una platea di esperti sulle doti disinfettanti dell’ortica.
Ad accompagnarlo, il marito. Mariano di Gesù. Capello bianco fluente. Abbigliamento unisex tendente al soubrette, piglio così sicuro di sé da consentire autoironie e difese ad oltranza di pulzelle aggredite tra cui identifica all’istante la povera Jole, martirizzata dalla genitrice sin dall’aeroporto.
Come si trovino i due a trasformarsi in coppia investigativa solo la penna sagace di Giuseppe poteva inventarselo ma è un dato di fatto: quando Mariano accorre al tavolo di certa Monica Halley, vista maltrattare dal marito Davide (appunto, pulzella aggredita pure lei) in piena sala ristorante, per consentirle di asciugare il pianto le lascia un suo fazzoletto ricamato. Lei promette che glielo renderà, e lo farà sì, postumamente.
In apparente trama da femminicidio-suicidio, Monica e Davide quella stessa notte muoiono, e non sono neppure gli unici. Stramazza anche il colonnello Taylor, un simpatico vecchietto che – se non avesse avuto appuntamento con la sua punturina di insulina- avrebbe invitato a cena Jole, al ristorante del Princess Hotel.
Cosa lega queste morti? Perché il passato delle vittime è legato ad un incidente aereo, ad un licenziamento del pilota e poi ad una causa intentata per riabilitarsi?
Mariano e Jole proveranno a dipanare la matassa, tra segreti militari, fusti in divisa a sdilinquire e alcuni cagnetti, simpatici protagonisti neppure troppo secondari.
Fatevi ste risate, ragazzi. Non tutti i misteri da risolvere devono passare per note gotiche e stragi splatter. Sono anni che il genere light-thriller vende bene e una ragione ci sarà pure, no?
Io ho fatto fuori questa delizia di romanzo in un Savona – Milano con il regionale veloce, ma se mi ritrovo senza niente da leggere (uhm… potrebbe capitare, dai…) lo riprendo e me lo rigusto così posso anche ridere a voce alta, non avrò più i vicini di scompartimento.
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