È l’ospite perfetta. E ha intenzione di restare.
Quando i Merritt aprono le porte della loro lussuosa villa di Los Angeles a Tanya Blackstone, studentessa britannica dai sinuosi capelli biondi e la bellezza mozzafiato Natalie, la madre ospitante, ex modella e casalinga, vede in lei una possibile consolazione. Un modo per riempire il vuoto lasciato dalla morte della figlia primogenita Anabel.
Natalie si sente sola. Suo marito Matt, dirigente nella finanza, è spesso via per lavoro. Distante, anche quando c’è. I figli, Paige e Will, frequentano una prestigiosa scuola privata e trascorrono la maggior parte del tempo fuori casa.
Non è una famiglia perfetta, la sua, e Natalie lo sa.
Ma se guarda indietro, a quel passato che tenta di seppellire e che persino il marito ignora… allora le sta bene così.
Tanya conquista i Merritt con disarmante facilità. Regali, attenzioni, fiducia. Le viene dato tutto. La stanza di Anabel, rimasta intatta dal giorno della tragedia. I suoi abiti costosi. E, soprattutto, il cuore di Natalie, che si aggrappa a lei come a una figlia ritrovata. Eppure qualcosa non torna. Tanya dichiara che suo padre è un importante ambasciatore inglese. Ma l’uomo non figura su Internet e lei non possiede documenti, non ha un passaporto. E non parla nemmeno un inglese impeccabile e fluente come dovrebbe. La sua storia trabocca di ombre.
A insospettirsi sono i giovani Paige e Will: la prima, diciassettenne, sveglia e diffidente; il secondo, un dodicenne nerd con il fiuto da detective. Tocca a loro smontare, pezzo dopo pezzo, la facciata perfetta dell’ospite.
Ma Tanya non è l’unica a mentire. Anche Natalie, dietro l’immagine di madre afflitta, custodisce verità inconfessabili.
Nelle Lamarr confeziona un thriller dal titolo “L’ospite perfetta“, edito da Newton Compton, in cui la perfezione non dimora affatto. E la subdola verità non esita a rivelarsi.
Sulla copertina del libro, giocata sui toni del nero e del rosa, troneggia la frase: “Ho adorato questo thriller” a firma di Freida McFadden, autrice bestseller di “Una di famiglia“.
Be’, io l’ho adorato un po’ meno.
I presupposti sono indubbiamente intriganti: misteri familiari, un’ospite enigmatica, dinamiche psicologiche torbide. “L‘ospite perfetta” avrebbe tutti gli ingredienti per accattivarsi l’interesse del lettore. Tuttavia, la tensione promessa non si concretizza mai del tutto. Il libro impiega oltre 300 pagine prima che Natalie, con un’eccessiva indulgenza che rasenta la devozione, inizi a sospettare di Tanya, nonostante le evidenze. Un’attesa estenuante che, anziché alimentare la suspense, la smorza.
Più che un thriller psicologico, “L‘ospite perfetta” si configura come un dramma familiare dalle sfumature young adult. Certo, non mancano i momenti godibili, le spinte motivazionali che sollecitano la lettura. Però, la domanda che tiene incollati alla pagina non è “cosa accadrà?” bensì “voglio vedere dove si va a parare?”. Il che, per un thriller, è un bel limite.
I colpi di scena risultano piuttosto prevedibili: già a metà libro avevo intuito la direzione che avrebbe preso la storia. Ho sperato in un ribaltamento finale ma, arrivata all’epilogo, non sono stata accontentata.
Un ulteriore limite riguarda i personaggi, mai veramente approfonditi né scandagliati. Appaiono pallidi e monotoni: solo Paige e Will (insieme alla nonna, nelle sue fugaci apparizioni) offrono qualche guizzo interessante benché siano troppo saggi e arguti per la loro giovane età. E gli adulti, al contrario, Natalie e Matt, si rivelano spenti e poco convincenti nella loro incapacità di cogliere la realtà.
I dialoghi sono spesso artificiosi e pretenziosi. Forzati. E l’atteggiamento di Natalie, sempre pronta a giustificare Tanya fino a trascurare i propri figli, dopo un po’ diventa urticante.
Detto questo, il romanzo non è privo di meriti. I capitoli brevi e incisivi, insieme al continuo alternarsi dei punti di vista tra Paige e Natalie (con un intervento conclusivo di Matt) donano ritmo e rendono la lettura scorrevole. Lo stile è fluido, leggero, adatto a chi cerca un intrattenimento immediato.
“L‘ospite perfetta” funziona bene come thriller da weekend. Che ti tiene compagnia, senza troppe pretese. Non lo consiglierei, però, a chi ama gli intrecci serrati di autori come Jeffery Deaver, Sebastian Fitzek o Wulf Dorn.
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