“London Rain” è il settimo capitolo della serie creata da Nicola Upson, con protagonista l’autrice di gialli Josephine Tey. Nella realtà storica, la Tey fu una scrittrice prolifica sia prima che dopo la Seconda Guerra Mondiale; la Upson sfrutta appieno la posizione unica del personaggio per ideare romanzi affascinanti grazie ai dettagli d’epoca abilmente resi, e coinvolgenti per la rappresentazione del crimine e della giustizia in Gran Bretagna negli anni tra le due guerre.
In ‘London Rain’ la Upson gioca una carta vincente. Ambienta la storia durante la sontuosa incoronazione di Re Giorgio VI, sfidando alcune delle convenzioni del genere e offrendo un mistero emozionante e altamente originale.
Josephine Tey, che vive a Inverness, si trova a Londra per seguire una produzione radiofonica della BBC tratta da una delle sue opere e per godersi l’incoronazione, oltre alla compagnia della sua amata Marta – la cui intensa relazione è abilmente intrecciata dalla Upson nella narrazione principale. Al culmine delle celebrazioni, il giorno dell’incoronazione, l’Ispettore Capo (DCI) Archie Penrose, caro amico della Tey, viene chiamato a indagare sull’omicidio di Albert Beresford, uno dei conduttori più amati della BBC. Una seconda vittima, Millicent Gray — amante di Beresford e attrice protagonista nell’opera della Tey — sembra chiaramente collegata alla prima morte e il lavoro di Penrose appare, a prima vista, semplice. Tanto più che i vertici della BBC stanno esercitando pressioni non troppo velate su Scotland Yard affinché incriminino la persona arrestata per entrambi gli omicidi e chiudano il caso rapidamente e con discrezione.
La Upson supera le convenzioni del romanzo poliziesco in più modi. Ritarda la presentazione della vittima fino alla fine del sesto capitolo; si sofferma con evidente piacere sulla sfarzosità dell’incoronazione e sulle politiche interne e i pettegolezzi della Broadcasting House, il tutto descritto con una ricchezza di dettagli magistrale. Ma, soprattutto, mostra chiaramente al lettore chi uccide Albert Beresford. Così chiaramente, infatti, che svelerò ben poco dicendo che si tratta della moglie di Beresford, Vivienne, a sua volta redattrice del Radio Times della BBC; una donna che la Tey incontra in circostanze drammatiche alla Broadcasting House e per la quale prova un’immediata empatia.
Vivienne ha ucciso Beresford, senza dubbio, e potrebbe aver ucciso anche Millicent Gray. L’emittente nazionale e i vertici di Scotland Yard sono ansiosi di vedere la donna condannata per entrambi i crimini. Ma la Tey e Penrose nutrono dei dubbi. La scrittrice sente una sorta di affinità con la malinconica e intelligente Vivienne e non può fare a meno di indagare sulla faccenda. Va detto a suo merito che la Upson evita di presentare la Tey come la classica detective dilettante d’epoca: piuttosto che per una qualche astratta compulsione o hobby per la risoluzione di enigmi, la Tey viene coinvolta profondamente nel caso proprio a causa della sua compassione per Vivienne, che visita nella prigione di Holloway. Le conversazioni che ne scaturiscono sono tra le scene più commoventi e coinvolgenti del romanzo.
È nella resa delle sfumature psicologiche dei personaggi che la Upson dà il meglio di sé. Nel prologo al primo omicidio, tratteggia le personalità non solo di Josephine Tey — indipendente, curiosa e compassionevole — ma anche degli altri protagonisti: la semplice, professionale e triste Vivienne Beresford e il risoluto e ben introdotto DCI Penrose, un uomo forte dal fascino ingannevole, ma affettuoso e caloroso verso la Tey. E ce ne sono altri ancora, poiché la Upson non lesina sul cast, ma rovinerei la sorpresa se li menzionassi tutti approfondendo la trama. Basti dire che la Tey scoprirà legami inaspettati tra queste morti ed eventi tragici avvenuti dieci anni prima, coinvolgendo tutti i personaggi principali, talvolta in circostanze del tutto impreviste. Un altro tocco di classe della Upson sta nel fatto che, per quanto ci fornisca un’analisi approfondita dei suoi personaggi, riesce comunque a lasciare zone d’ombra del tutto credibili, che generano colpi di scena davvero sorprendenti.
Ma ciò che ho apprezzato di più in ‘London Rain’ è l’equilibrio tra il dettaglio storico e l’indagine criminale, così come tra l’introspezione psicologica e l’azione. Quest’ultima è più vicina a Sherlock Holmes che a James Bond, e gli amanti delle trame frenetiche potrebbero non gradire alcune delle digressioni psicologiche della Upson, ma resta il fatto che ‘London Rain’ funziona molto bene come romanzo – poliziesco e non – proprio grazie al delicato equilibrio che l’autrice riesce a raggiungere tra tutti i suoi componenti. Questa armonia è accentuata dalla prosa sobria e coinvolgente della Upson, che restituisce l’atmosfera dell’epoca attraverso il linguaggio senza mai sembrare artificiosa o ostacolare il flusso narrativo.
Un risultato non da poco, considerando l’ambiziosa portata della storia e la ricchezza dei personaggi; attendo con ansia i prossimi capitoli di questa eccellente serie.
Altri casi da indagare
No Other Darkness – Sarah Hilary
Come per gli album musicali, anche per i romanzi è spesso difficile dare un seguito a un debutto di successo. "No Other Darkness" di Sarah Hilary ci riesce senza alcun dubbio, regalando ai lettori [...]
Leggi
