L’ombra del collezionista – Jeffery Deaver

L’ombra del collezionista – Jeffery Deaver

Serie: Lincoln Rhyme
Editore: Rizzoli
Giuseppe Pastore
Protocollato il 27 Ottobre 2014 da Giuseppe Pastore con
Giuseppe Pastore ha scritto 1164 articoli
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Oggi al Thriller Café si scende nuovamente nei cunicoli bui e umidi di New York, là dove tutto è cominciato; la recensione odierna è per “L’ombra del collezionista” (“The Skin Collector“), undicesimo capitolo della saga di Lincoln Rhyme firmato da Jeffery Deaver (Rizzoli, 2014).

Siamo di fronte a un romanzo che, fin dal titolo, dichiara apertamente le sue intenzioni: creare un ponte diretto con il capostipite della serie, Il collezionista di ossa. A quasi vent’anni dall’esordio, Deaver decide di guardarsi indietro e di sfidare il suo stesso mito, costruendo una storia che gioca con la memoria dei lettori e con le paure primordiali dei suoi protagonisti.

La trama ci porta nelle cantine e nei tunnel della città, dove un nuovo serial killer sta operando con una metodologia agghiacciante. Non lascia ossa, ma marchia le sue vittime: è un tatuatore esperto che utilizza inchiostri velenosi per incidere messaggi criptici sulla pelle dei malcapitati, condannandoli a una morte atroce. Lincoln Rhyme e Amelia Sachs si rendono subito conto che il modus operandi non è casuale: l’assassino sembra voler emulare, o forse superare, le gesta del primo grande avversario affrontato dalla coppia. Mentre la città trema, Rhyme deve decifrare i messaggi tatuati che compongono un puzzle macabro, scoprendo che il legame con il passato è molto più concreto e pericoloso di una semplice imitazione.

Analizzando il volume, si percepisce la volontà dell’autore di tornare alle atmosfere gotiche e claustrofobiche che hanno reso celebre la saga. L’idea di utilizzare il tatuaggio come arma e come mezzo di comunicazione è visivamente potente e offre a Deaver l’occasione per sfoggiare la sua consueta competenza tecnica su pigmenti, aghi e tossine. Il ritmo è serrato e la struttura a “caccia al tesoro” macabra funziona sempre, tenendo alta la tensione.

Tuttavia, il rischio dell’autoreferenzialità è dietro l’angolo. In alcuni passaggi, il continuo rimando al primo caso può sembrare un tentativo di giocare facile sulla nostalgia dei fan piuttosto che un’evoluzione narrativa necessaria. Inoltre, la figura del villain, sebbene inquietante, deve reggere un confronto impari con l’originale Collezionista, e talvolta le sue motivazioni e le sue capacità di sfuggire alla cattura appaiono un po’ forzate, richiedendo le solite intuizioni quasi miracolose di Rhyme per essere contrastate.

In conclusione, “L’ombra del collezionista” è un ottimo ritorno alle origini, un thriller cupo e “sporco” che soddisferà chi ama le indagini classiche della serie. Non raggiunge forse la freschezza rivoluzionaria dell’esordio, ma si conferma una lettura solida e avvincente.

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