L’Insalvabile – Fulvio Ervas
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Venezia non è una città semplice è unica al mondo fondata e piantata sull’acqua della laguna veneta, non ha strade ma calli, non ha quartieri ma sestieri, sembra sospesa sull’acqua e invece è solida nei “fondamenti” le tipiche strade lungo i canali. Qui le piazze sono campi, e le piazzette sono i campielli per non dimenticare gli erbosi spazi aperti dove un tempo pascolavano le pecore e adesso frotte di turisti la invadono in cerca di souvenir e ricordini per rubarle un pezzo della sua storia che poi si rivela soltanto una misera cianfrusaglia perché questa città è misteriosa e ammaliante, ti sfugge e la rincorri e anche con una mappa in mano ti perdi nei suoi labirinti.
Nel suo ultimo libro uscito il 9 settembre scorso nella collana Farfalle di Marsilio Editori Fulvio Ervas, a dispetto del titolo “L’Insalvabile“, paradossale e ironico come la maggior parte delle sue opere, questa città la vuole salvare e chi meglio di lui può farlo visto che è la sua città e per la quale è disposto a combattere a tutti i costi contro l’assalto del turismo di massa, le grandi navi che pericolosamente la sfiorano, contro l’incuria che regna nelle sue parti più recondite, il degrado che alberga dietro la bellissima facciata offerta con la mostra del cinema che si svolge proprio ogni anno nel mese di settembre e che focalizza sulla Serenissima gli occhi del mondo affascinati dalle bellezze di piazza San Marco, del lido, dei ponti, delle gondole e dei vaporetti che portano qui i divi e il jet set internazionale.
Venezia mi ha sempre affascinato e una delle mie prime letture, se non il primo libro che ho letto è stato “Il fornaretto di Venezia“ di Ferruccio Folin Ed.Nerbini 1933 Prima Ed. non a caso un libro che parla di un assassinio a sangue freddo di un nobile veneziano con un pugnale di notte a Venezia nel ‘500 e per il quale viene accusato un povero fornaretto che poi alla fine sarà impiccato pur essendo innocente vittima di una grande ingiustizia, il primo grande errore giudiziario della storia. Un libro preso in prestito al Centro di lettura del mio paese e che mi presentò subito l’ambiguità e la pericolosità di una città come Venezia circondata dall’acqua affascinante perché era la patria del grande esploratore Marco Polo e delle avventurose spedizioni in Cina, l’eroica città marinara, la Serenissima, la città dove il Doge a bordo del Bucintoro celebrava lo sposalizio del mare. Ma come poteva la legge veneziana condannare un innocente e fare un errore così grande? In ricordo della vicenda, fin dal 1507, sul lato sud della Basilica di San Marco ardevano due lumini rossi (ora due lampadine da 40 watt). Come si può impedire all’uomo di commettere degli errori così madornali? Come si può rinunciare alla bellezza di una città come Venezia per amore del denaro?
Come tutte le cose belle anche Venezia è destinata a finire, sommersa dalle maree, sprofondata nel fango con la sua fragilità e invasa e rosicchiata dai topi che vi si annidano e che neanche il pifferaio magico di Hamelin dei fratelli Grimm potrà snidare. Il libro è scritto per questo motivo e lo dice lo stesso Ervas nella dedica iniziale La bellezza non è la cura. Lo è conservarla.
L’amore per le persone, le città, gli oggetti che ci circondano, il mondo, la natura, i nostri simili non può essere un amore di superficie ma deve suscitare la profondità della cura perché proprio nel momento in cui abbiamo cura degli altri e dell’ambiente dimostriamo che ci stanno a cuore e li conserviamo nel tempo. Una cura sotterranea e interna diversa dalle paratoie del Mose che difendono la città dall’acqua alta ma non dal potere maledetto delle famiglie e dei casati veneziani, che contano da sempre e guardano soltanto al profitto, al denaro, agli schei.
Contro tutto questo e per tutto questo si batte il nostro eroe e interprete principale senza voce del romanzo, Tommaso Vianello, che entra nel racconto già senza vita ritrovato in laguna di notte da vogatori amanti dello sport. Tommaso Vianello un ricercatore universitario creatore del sito Pantegania nel quale lava i panni sporchi di Venezia e mette alla berlina i mali della città. Intorno alla sua presumibile morte accidentale si svolge la storia e i tentativi dell’ispettrice Luana Bertelli, contrastata a volte dal commissario capo Finzi, per arrivare con il contributo del fedele agente Marchiori alla soluzione del mistero.
La prosa di Ervas all’inizio è lenta come lo sciabordio dell’acqua che i remi dei vogatori accarezzano ma quando urtano il corpo inerte di Tommaso diventa subito scoppiettante e avvincente, ironica e inesauribile come un fucile a ripetizione.
Scordate la Venezia dei viaggi di nozze, quella delle cartoline, dei giri in gondoleta, questa è una Venezia scura, paurosa e notturna, inedita ma non troppo se si pensa che già agli inizi del Novecento veniva immortalata piena di mali e decadente nel suo disfacimento morale e fisico proprio in “Morte a Venezia“ dello scrittore tedesco Thomas Mann poi ripresa così bene da Luchino Visconti nell’omonimo film degli anni ‘70. Anche i personaggi del romanzo di Ervas vivono nell’incertezza e nella ambiguità dei ruoli. L’amore saffico dell’ispettrice Luana Bertelli, l’omosessualità camuffata e poi alla fine forse rivelata di Tommaso Vianello riflettono molto la location di “Morte a Venezia” il Lido di Venezia e l’Hotel des Bains, con la sua atmosfera decadente di fronte all’epidemia di colera incombente, la bellezza estrema di Venezia e la morte inesorabile. Il coraggio dello scrittore Fulvio Ervas nell’abbandonare il sicuro e sornione ispettore Stucky interpretato così bene da Giuseppe Battiston e che lo ha portato al successo radiotelevisivo e cinematografico è evidente e denota una grande voglia di innovare e di trovare terreni nuovi e alquanto difficili. Luana Bertelli è concreta, realistica, pronta all’azione che si svolge frenetica per tutto il romanzo e ha una mentalità femminile con la quale Ervas dimostra di saper dialogare agevolmente. Una trama semplice ma con un messaggio e un compito arduo: salvare una città che affonda e che lui da buon veneziano conosce, una città triste come cantava Aznavour e che si spopola giorno dopo giorno, un posto che soltanto i giovani come Tommaso potranno salvare, solo in questo senso la morte di Tommaso e il lavoro d’indagine dell’ispettrice Luana Bertelli assumono un significato.
Recensione di Michele Mennuni.
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