L’incidente di via Grotta Azzurra – Luca Ventura
Per un bizzarro scherzo del destino mi sono ritrovato a leggere e recensire due romanzi, uno dietro l’altro, che si aprono entrambi con un incidente mortale avvenuto lungo una litoranea, mentre mi apprestavo a partire – in auto – per il mare. Non posso dire che mi sia venuto a mancare il trasporto emotivo.
Dopo l’ottimo “L’ombra dei vecchi peccati” di Enrico Luceri, eccomi alle prese con “L’incidente di via Grotta Azzurra” di Luca Ventura, un romanzo che contiene un mistero nel mistero del quale, però, vi parlerò più avanti, così da tenervi un po’ sulle spine. Come suol dirsi: mal comune, mezzo gaudio.
Se anche voi, come me, avete sempre immaginato una Capri solare, bollente, circondata dello scintillio dei riflessi di luce che rimbalzano sulle creste delle onde, resterete sorpresi dal setting che invece l’autore ha voluto delineare per questo romanzo. Ci troviamo infatti a novembre, i turisti sono pochi, e piove per la maggior parte del tempo.
In questo contesto l’isola dell’arcipelago campano si trasforma in una Twin Peaks nostrana, una comunità serrata dove a dettare i tempi della giornata sono gli intrighi familiari, i pettegolezzi da bar, il detto e non detto, I loschi affari.
Sullo sfondo di tutto ciò, durante una notte di temporale, un’Apecar esce di strada proprio sotto gli occhi dell’agente Enrico Rizzi che, accorso sul luogo dell’impatto, fa appena in tempo a cogliere le ultime parole della disgraziata conducente: “Non è stato un incidente”.
Da questo episodio prende il via un’indagine serrata, che vede impegnati il già citato Rizzi e la collega Antonia Cirillo, una spalla che si discosta dalla figura stereotipata dell’aiutante tuttofare che guarda al maestro con ammirazione e desiderio di emulazione. Anzi, nella maggior parte dei casi è proprio lei ad avere le intuizioni migliori, a non fidarsi delle facili apparenze, a riportare l’uomo sui giusti binari quando quest’ultimo si mette a ragionare di pancia.
L’indagine sarà ostacolata da una serie di intoppi: in primo luogo il fatto che i rilievi del mezzo incidentato debbano essere fatti a Napoli, una città che parrebbe vicina ma che invece sembra far parte di una galassia distante anni luce.
Dettaglio che fa apparire Capri ancora più isolata, tanto che chiunque dovesse perdere l’ultimo aliscafo si ritroverebbe prigioniero dell’isola come accade a Jude Law nella serie “The Third Day” (l’avete vista?), con la differenza che qui non esiste alcuna stradicciola a collegare la terraferma durante i periodi di bassa marea.
“Capri svanì nella luce scintillante come se l’isola, il ripido scoglio di Tiberio e l’imponente monte Solaro fossero una visione, solo un’illusione capace di dissolversi nell’aria.”
E poi, ancora:
“Il cielo sopra Capri era coperto di nuvole di un grigio intenso. Non si vedevano né la cima del monte Cappello né l’orizzonte: l’isola sembrava separata dal resto del mondo.”
Non mi dilungherò troppo a descrivere il pessimo rapporto tra Rizzi e Napoli, né quello tra Rizzi e il suo diretto superiore, l’investigatore Lombardi, dato che se ne è già occupata molto bene la collega Tatiana Vanini nella recensione della prima opera di Ventura “Giallo Capri“, che vi invito a leggere sempre qui sul Thriller Café. Rischierei soltanto di ripetere cose già dette.
In secondo luogo, a rallentare il tutto, la natura stessa degli isolani. Molti sanno, quasi nessuno parla e, se lo fanno, tacciono le cose più rilevanti.
“E allora ho capito, tutti lì dentro sapevano, mia cognata, il suo buttafuori al citofono: tutti quei capresi eleganti ridevano alle mie spalle…”
Perfino l’ambiente sembra voler mantenere i segreti al loro posto:
“… ebbe come l’impressione che la voce venisse assorbita dal fogliame e che l’orto provvedesse a suo modo a mantenere il silenzio.”
All’interno di tutto questo trova spazio anche un argomento delicato come quello del razzismo, la cui vittima è un immigrato ghanese divenuto proprietario della piantagione di limoni più famosa del luogo e che coltiva rapporti ambigui con entrambe le famiglie più importanti.
Una Capri inedita e cupa, si diceva, fatta di foschie mattutine, giardini ombrosi, nembi temporaleschi, e strade dai nomi sinistri come “traversa Caposcuro” (esiste davvero, ho controllato, ma tanto di cappello all’autore per la scelta azzeccata). A tratti sembra quasi che Ventura stia descrivendo l’Islanda, o un’isola sperduta sulle coste dei paesi Scandinavi.
“Dopo le forti tempeste della notte precedente, il mare era ancora agitato. Il fragore delle onde aumentava ogni volta che sbattevano con violenza contro le rocce e diminuiva quando si ritiravano dalla scogliera con un’eco sorda.”
“Apparve nella foschia la penisola sorrentina, una parete rocciosa che cadeva a picco sul mare con solchi e crepacci.”
Nemmeno la stazione di polizia resta esente da una descrizione fatta più d’ombre che luci:
“… la terribile puzza asprigna proveniva dalla branda alla parete centrale dove gli ubriachi – soprattutto turisti in alta stagione – non soltanto dormivano per l’ebbrezza ma vomitavano anche regolarmente, e di solito senza centrare il secchio messo lì a disposizione.”
Una scrittura asciutta e diretta, a tratti poetica, questa, dove le figure retoriche sono dispensate con parsimonia, quasi centellinate.
Ventura è bravo a descrivere l’isolamento, le zone d’ombra, come si intuisce fin da subito nella scena notturna iniziale dove Rizzi è impegnato nel sopralluogo di una villa isolata, durante un temporale che fa saltare la luce e battere le imposte. Un inizio hitchcockiano, col pathos di un horror.
I capitoli relativi alle faccende sentimentali di Rizzi spezzano un po’ il ritmo, senza comunque risultare invasivi. Ma è proprio quando il metronomo sembra rallentare i bpm che Ventura tira fuori qualcosa dal cappello, come l’arrivo sull’isola del marito della vittima, il quale si porta appresso una scottante rivelazione – che mi guardo bene dallo spoilerare – la quale sortisce l’effetto d’invogliare il lettore a voltare avidamente le pagine successive. E poi, più avanti, il ritrovamento di un testamento che capovolgerà nuovamente la frittata e, quindi, un nuovo cadavere.
In chiusura abbiamo un buon finale, che chiarisce una volta per tutte i complicati rapporti tra le varie parti in gioco.
Ma il mistero nel mistero?
Non conoscendo l’autore avevo dato per scontato che si trattasse di un connazionale. Luca Ventura è un nome che solleva ben pochi dubbi, e la conoscenza che dimostra di avere dei luoghi narrati è decisamente notevole.
Se non che, appena voltata la copertina, mi è subito saltata all’occhio la nota che riporta il nome del traduttore e, subito dopo, l’indicazione del titolo originale in tedesco.
Scopro così che Luca Ventura non è altro che lo pseudonimo di uno scrittore straniero che passa buona parte dell’anno a Capri, del quale, però, non sono riuscito a scoprire la vera identità. Né l’editore Giunti né una sortita tra le maglie della rete hanno dato i frutti sperati. Che sia un vip, considerato il costo che può comportare risiedere a Capri per lunghi periodi? Se c’è qualche isolano in ascolto…
Recensione di Mauro Piva.
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