Romanzo dalla storia editoriale quantomeno anomala, al Thriller Café oggi parliamo di “Le venti giornate di Torino“, opera di Giorgio De Maria edita da Neri Pozza.
Un sanatorio dimenticato alle porte di Torino, una biblioteca clandestina dove i lettori sfogliano i diari altrui per dialogare a distanza, e un’oscura follia che, pagina dopo pagina, diventa contagiosa. Nell’arco di venti giorni, la “biblioteca dell’anima” degenera in un macabro confessionale: le memorie più intime sgorgano in penitenze di terrore, e una forza maligna si impadronisce delle menti, trasformando i cittadini in testimoni muti di massacri inspiegabili.
Dieci anni dopo quegli eventi, un impiegato solitario decide di ricostruire quell’“episodio di psicosi collettiva” cancellato dalla storia. Man mano che sfoglia gli appunti, scopre una Torino in rovina, sorvegliata da statue animate e corrotta da un’ansia palpabile: ogni vicolo, ogni piazza diventa palcoscenico di un incubo senza volto.
Un libro dalla storia anomala, dicevamo: eh sì, perché “Le venti giornate di Torino” comparve in forma pressoché anonima, nel 1977. Lo pubblicò il piccolo editore “Il Formichiere”, senza prefazione e senza alcuna informazione sulla data interna di stesura. La prima tiratura fu esigua e poco dopo il libro scomparve dalle librerie. Iniziarono a circolare fotocopie clandestine, finché circa un ventennio dopo non riemerse in una soffitta grazie a una copia ritrovata nella biblioteca dell’autore e in qualche modo il romanzo finì poi nelle mani del traduttore Ramon Glazov che riuscì a farlo pubblicare in America da un editore prestigioso. L’edizione italiana attuale di Neri Pozza ha infine riproposto anche nel nostro paese quest’opera che da più parti è stata indicata come disturbante e terribilmente profetica nel suo anticipare in qualche modo le devianze dell’odierna cultura digitale.
Se si guarda alla trama in sé, potremmo liquidare “Le venti giornate di Torino” come un romanzo qualunque, ma se ci concentriamo sul senso di oppressione e angoscia che genera, dobbiamo collocarlo nella sfera dei capolavori del weird. La verità forse sta nel mezzo. Non è un libro per tutti, ma se siete amanti del genere sicuramente non potete perdervelo.
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