Le ombre del mondo – Michel Bussi
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Chi pensava che Michel Bussi dovesse il suo enorme successo alla capacità di coniugare la suspense del thriller più intrigante con la scanzonata ironia di personaggi improbabili e divertenti, dovrà ricredersi. Il suo ultimo “Le ombre del mondo”, edito come al solito da Edizioni e/o (con la traduzione del fido Alberto Bracci Testasecca), tratta di un tema serissimo, il genocidio avvenuto nel 1994 in Rwanda, con uno stile che, sebbene non riesca ad abbandonare del tutto qualche tratto più leggero, diventa sobrio e quasi solenne, mescolando elementi di finzione e reali avvenimenti storici. Il risultato è sorprendente. Credo che, per distacco, questo sia il romanzo più bello che Bussi abbia mai scritto, un libro di un’intensità e di una drammaticità enorme, che ti lascia a bocca aperta, tra il commosso, lo sbigottito e il gravemente indignato.
La storia che Bussi si inventa per portarci in Rwanda è quella di un soldato francese, Jorik Arteta, che si trova nel Paese all’inizio degli anni Novanta, si innamora di una professoressa locale, Espérance, con la quale ha una figlia, Aline. Il libro però comincia nel 2024, ed è ambientato in Normandia, dove vivono Yorik, Aline e la figlia adolescente Mae. Il nonno decide di consegnare alla nipote il diario di Espérance, dicendole che in quel diario sono contenuti tutti i segreti della nonna. In più, comunica a Mae che l’indomani partiranno per il Rwanda (che diventa così il teatro dell’opera) per fare in modo che Mae visiti di persona i luoghi dove è vissuta la nonna.
Con un intreccio che mescola i ricordi del 1994, che sono ricostruiti a partire dal diario di Espérance, gli avvenimenti contemporanei del 2024 e addirittura qualche incursione nel futuro (forse più desiderato che immaginato), Bussi costruisce uno scenario che, lasciando spazio alla finzione letteraria, rievoca in modo tanto efficace quanto coinvolgente gli avvenimenti del genocidio del 1994, dando a questa narrazione una valenza anche di ricostruzione storica. Per certi versi, l’autore francese riesce a fare quello che riesce a James Ellroy, con i suoi romanzi che sono un intreccio inestricabile tra personaggi reali e personaggi inventati. Se Ellroy lo fa con la sua acidità ruvida e cinica, Bussi riesce a mescolare a una delle pagine più buie della storia dell’umanità quel pizzico di leggerezza che lo ha fatto diventare uno dei maestri del thriller francese e internazionale. A questo Bussi aggiunge il tema naturalistico, perché, come tutti voi ricorderete, è in Rwanda che la zoologa Diane Fossey (quella di “Gorilla nella nebbia”) venne trucidata, in un tragico prologo che anticiperà la catastrofe di quel Paese.
“Le ombre del mondo” è una feroce critica all’Occidente distratto, che non ha fatto nulla per impedire quello che poteva essere impedito. In particolar modo, Bussi accusa la Francia, rea non solo di essere stata incapace di fermare, ma addirittura di aver piò meno coscientemente avallato, se non provocato, uno dei più grandi massacri della storia dell’umanità. Lo fa in un modo che è al contempo netto e misurato, senza mai cadere in faciloneria e qualunquismo, indicando con precisione nomi e cognomi. E riesce a farlo con una capacità descrittiva che è stupefacente. Bussi scrive un thriller che è quasi un documentario sul genocidio dei tutsi del 1994, un documentario dove il male è rappresentato veramente per quello che è: qualcosa di subdolo e allo stesso tempo banale (come diceva Hannah Arendt), che traspare qui e là, che si impossessa degli uomini quando loro meno se l’aspettano. Che poi, cari avventori, è un po’ tutto quello che noi leggiamo sempre nei romanzi che ci appassionano (tragicamente, ci appassionano).
In chiusura due piccole citazioni. La prima è l’esergo del libro: “A tutti coloro che rifiutano di ubbidire quando ricevono l’ordine di odiare”. Ovviamente, si commenta da sola, ma vi sarà più chiara quando avrete terminato il libro, perché anche se qualcosa, ne sono certo, sapete del genocidio in Rwanda, solo alla fine del libro avrete veramente capito cosa è successo.
La seconda apre un capitoletto chiamato “Precisazioni”. Le famose “Note dell’Autore” che peraltro Bussi di solito non scrive (e che io invece adoro come summa del romanzo).
“Sublime o infame, la realtà è sempre il terriccio in cui lo scrittore affonda le radici delle sue storie. In cambio, queste storie nutrono la nostra capacità di capire e sopportare la complessità del mondo che ci circonda.”
Capire e sopportare è quello che mi auguro che molti di voi facciano leggendo questo piccolo capolavoro (fidatevi che io non spreco questi termini). Io la prima azione credo di essere riuscito a farla, la seconda, ahimé, meno.
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