Le escluse – Nicolas Feuz
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Dopo il grande successo de “Il filatelista“, il vostro aiuto-barman di turno è lieto di comunicarvi il ritorno in libreria di Nicolas Feuz con il nuovo romanzo “Le escluse“, edito da Baldini+Castoldi e per la traduzione di Sergio Arecco.
Svizzera occidentale. Una ragazzina si suicida in circostanze misteriose. Un’altra coetanea, amica per la pelle della prima, svanisce altrettanto misteriosamente. Le indagini sono condotte dal procuratore Norbert Jemsen, coadiuvato dall’assistente Flavie Keller e dal commissario Daniel Garcia.
Parallelamente, sei donne, dal passato a dir poco burrascoso e tragico, e dal presente non meno complicato, sono detenute in un penitenziario di massima sicurezza in balia di una guardia carceraria aguzzina, e una di esse è la madre della scomparsa. Ma cosa accomuna le sei donne, e cosa hanno realmente a che fare con le due adolescenti? Già da queste poche e concise frasi sinottiche, si può intuire come il fulcro della storia ruoti intorno all’universo femminile e a quello carcerario.
Nicolas Feuz, oltre che scrittore noir di successo per il quale si contende lo scettro svizzero con il connazionale Joel Dicker, è anche procuratore del Cantone di Neuchâtel, e per la sua ars affabulatoria questa professione ne è l’elemento connaturato. Si percepisce sin dall’avvincente prologo, in cui una squadra è in procinto di fare irruzione in un capanno abbandonato, e il procuratore Jemsen coordina in prima linea le operazioni.
A ogni modo, va detto che la differenza stilistica tra Dicker e Feuz è abbastanza marcata. E aggiungo fortunatamente. Sono due visioni di strutturare un thriller completamente diverse. Joel Dicker predilige l’azione e lascia poco spazio alle introspezioni; Nicolas Feuz, dal momento che molte situazioni le ha vissute e le vive direttamente, riesce ad appassionare anche grazie a una minuziosa familiarità nei confronti degli aspetti sociali e psicologici che rivestono i crimini e coloro che li commettono. Per non parlare dell’utilizzo di alcuni tecnicismi con cui fa letteralmente entrare il lettore nell’ambiente penale e giudiziario svizzero, considerato il fatto che la figura del procuratore assume specificità e competenze differenti di paese in paese.
I vari procedimenti investigativi del sistema giudiziario elvetico, ad esempio, sono tracciati con dovizia di dettagli, attraverso l’utilizzo di acronimi indicanti procedure, reparti e apparati che il traduttore ci aiuta a capire tramite note a piè pagina precise e puntuali.
Fondamentale è poi la peculiare descrizione delle odissee umane che vedono protagoniste le sei detenute all’interno del carcere. Sei donne che nella loro vita ne hanno viste di tutti i colori, sei donne che pensano di aver toccato il fondo. Eppure, ciò nonostante, il carcere è e rimane un mondo a sé, fatto di un tormento trasversale, che trasuda dai muri, che è in grado di scavare più in profondità e far emergere lati di noi stessi che ritenevamo esauriti per sempre.
Se dovessi fare una scelta, direi che la parte più coinvolgente è proprio quella nella prigione. Vi ho trovato molti aspetti in comune con il dramma carcerario al centro del bellissimo film “Le ali della libertà”, tratto da un racconto di Stephen King. In particolare, una frase tratta dalla pellicola che reputo l’essenza della vita carceraria e che trapela anche da questa storia: “Io dico che queste mura sono strane: prima le odi, poi ci fai l’abitudine, e se passa abbastanza tempo non riesci più a farne a meno: sei istituzionalizzato. È la tua vita che vogliono ed è la tua vita che si prendono.“
E a suffragare il concetto è ugualmente stupendo l’estratto dalla poesia “L’Orologio” di Charles Baudelaire menzionato a un certo punto del romanzo, teso a sottolineare l’ineluttabile gravità del trascorrere del tempo in un carcere.
Il colpo di scena finale, infine, getta una nuova e inattesa luce sull’intera vicenda narrata e solleva non pochi interrogativi sulla società odierna, quanto mai confusa e violenta, e su chi, che stia da una parte o dall’altra della barricata, faccia del proprio meglio per sopravvivere con un briciolo di dignità.
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