L’angelo della morte – Robert Bryndza
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E’ un caso sfortunato, soprattutto per i superiori, che l’Ispettore Erika Foster sia la prima ad arrivare sulla scena del crimine: un politico conservatore trovato assassinato in una situazione eufemisticamente compromettente è una questione da risolvere in fretta, con discrezione e magari con l’aiuto di chi lavora nell’ombra. Foster deve suo malgrado accettare l’archiviazione del caso, almeno fino a quando – un paio di mesi dopo – uno famoso calciatore viene trovato in circostanze simili, e un terzo delitto passato inosservato sembra indicare uno schema. L’indagine non decolla, almeno fino a quando le immagini di sorveglianza di un locale forniscono un indizio tanto singolare quanto inquietante.
Prima di tutto, una premessa necessaria: questi sono tempi duri per gli autori di gialli noir, thriller o spy story. Qualunque storia che voglia parlare di intrighi di sesso, politica, ricatto (e di questi giorni si potrebbe aggiungere di deliri di potere o messianici, o semplicemente deliri) si troverebbe in diretta concorrenza con la realtà. E perderebbe.
Onore quindi a Robert Bryndza, un autore che sa fare il proprio mestiere con la precisione di un artigiano di lungo corso: in “L’angelo della morte” il suo stile si esprime in tutta la sua efficacia e nella capacità di dare al lettore alcune ore di solido intrattenimento non particolarmente originale ma che funziona perfettamente.
Il romanzo presenta una trama solida, costruita con intelligenza e senza ricorrere a forzature, reggendosi tra l’altro sul ritorno dell’ispettore Erika Foster, per gli appassionati dell’autore una certezza, alla quale spetta ampio merito per la riuscita dell’opera: Erika Foster è una donna forte ma non invincibile, segnata dal passato e costretta a confrontarsi non solo con un avversario che sembra sempre un passo avanti, ma anche con meccanismi di potere che vive con estrema insofferenza, e che onestamente la rendono non solo più umana ma anche notevolmente più apprezzabile.
Bryndza dosa con mestiere i colpi di scena, alternando momenti di pura indagine a squarci di introspezione psicologica e vita quotidiana che rendono i personaggi credibili e sfaccettati: i romanzi di Bryndza non catturano con acrobazie stilistiche o iperboli sanguinarie, ma sono macchine narrative perfettamente calibrate. Ogni capitolo ha un peso specifico, ogni descrizione è funzionale, ogni dialogo suona vero: si percepisce il lavoro di cesello, dove niente è lasciato al caso, eppure tutto scorre con una naturalezza disarmante. È quella scrittura “invisibile” tipica dei migliori autori britannici, dove lo stile si fa strumento al servizio della storia, mai ornamento, e dove l’atmosfera londinese che si respira in ogni pagina è una parte essenziale del romanzo.
Buono anche il ritmo, con un autore che sa quando accelerare e quando concedere al lettore un respiro, alternando sequenze intense a passaggi più misurati che approfondiscono il contesto e la psicologia dei personaggi, o a flashback che conducono il lettore verso un finale tutto sommato telefonato che pure non delude. Il risultato è un romanzo che si legge velocemente e con piacere, ma che non lascia mai la sensazione di essere superficiale o inutile. Il buon ritmo non è fatto solo di azione, ma di una progressione narrativa sapiente, dove anche i silenzi e le attese contribuiscono alla costruzione della suspence.
Lo stile britannico è riconoscibilissimo: solidamente sobrio, sottilmente e oscuramente ironico, appartiene a quella scuola che non ha bisogno di splatter per spaventare: l’essere umano, con i suoi limiti e le sue miserie, basta e avanza.
“L’angelo della morte” conferma quindi Bryndza come uno degli autori più affidabili del thriller contemporaneo. Non rivoluziona il genere, ma lo interpreta con una professionalità e una cura che oggi sono diventate merce rara, creando un romanzo maturo, ben scritto, dal ritmo impeccabile e dall’impronta chiaramente british, e che in questi tempi cupi regala qualche ora di evasione dalla realtà. E scusate se è poco.
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