La zanzara dagli occhi di vetro è un noir a firma Alessandro Vizzino (Mursia, 2022.) L’autore è scrittore, editore nonché editor professionista, con all’attivo sei romanzi, racconti e poesia pubblicati in svariate antologie, e più di trenta premi letterari in bacheca.

Il sottotitolo del libro, una sorta di chiave di lettura dichiarata, è “Roma non è ciò che sembra neanche per Valentino Mastro.”

La recensione dovrebbe essere la più corta del secolo: “è un nero nerissimo, accattatevillo.” Aperta e chiusa in un batter d’ali di zanzara. Cinque parole e mi/vi levo la paura. Però Vizzino, invece, paura vuole mettercela, e manco sogna di levarcela.

Quindi svelerò qualcosa in più sulle vicende umane di Valentino Mastro, ex commissario Questura di Rimini. Reietto al mondo, sessuomane tabagista cocainomane amante del rum, e anche di Monica Bargagnat, una prostituta moldava di 21 anni che viene ritrovata sgozzata nel proprio appartamento. Rinvenimento occorso proprio allo stesso Mastro.

Il quale, nell’attuale veste d’investigatore privato, col supporto di un ex collega di Rimini, comincia ad indagare sulla morte violenta della ragazza alla quale era, a modo suo e con i sentimenti di cui è capace, affezionato. Mastro s’aggira all’interno d’un milieu fatto di personaggi immersi fino al collo nel giro della delinquenza: zingari, puttane, spacciatori. Costoro sono i suoi contatti, quasi la sua famiglia. Al di fuori non saprebbe campare, sicché, dopo il delitto di Monica, chiama a raccolta i bassifondi romani e smuove tutto ciò che può, anche il commissario incaricato ufficialmente dell’indagine, il quale, come direbbe un mediocre recensore: brancola nel buio.

Mastro, per contro, si ritrova affiancato – sempre tramite ex collega romagnolo – dalla moldava Ana, giovane donna con spiccate doti da detective, una forte dose di sangue freddo e attitudine da segugio. Le stesse peculiarità di Mastro, sebbene mai appannate dai vizi e dal fango esistenziale a ricoprire il nostro.

Perfettamente auto descritto in alcune sue frasi: “Come se il mondo non fosse un immenso condominio di puttane: comunque la giri, c’è sempre un prezzo per chiunque.” O “Vivi sul probabile. Persino la nostra esistenza è soltanto probabile.” Ancora: “Sono destinato a farmi volere bene soltanto da ladri e criminali, ma è sempre meglio di niente.”

La zanzara dagli occhi di vetro, titolo echeggiante atmosfere thriller anni ’70, Argento su tutte, è maneggiato con estrema cura: niente frasi fatte, uso di verbi d’opportunità: è ricamato come se a scrivere non fosse una penna ma direttamente l’anima nera di Mastro. La quale mai trova sollievo. Incupita e feroce mentre s’aggira nel turpe ambiente a lui congeniale.

Del resto quando si avanza strisciando si guarda dritto e non in alto. Eppure Mastro, nel procedere, pare vedere lontano e scoprire che l’assassinio della Bargagnat ha confini più vasti della pur immensa Roma. Decide di varcarli anche fisicamente portando alla luce un traffico  ignobile perpetrato da figure  insospettabili.

La zanzara, similitudine perno dell’intera storia, ha lo stesso sguardo vitreo di Mastro: perduto e violento, irrimediabile e mostruoso.  

“Siamo tutti isole abbandonate di un arcipelago senza ponti di passaggio e geometrie”: anche per il lettore abituato a determinate atmosfere è dura abituarsi ai pensieri fissi di un uomo ormai destinato alla completa deriva. Suscita zero empatia il Mastro, ci si limita a seguirne i passi fino alla soluzione della matassa.

Non è un romanzo per tutti, la Zanzara. Chi ha viscere romantiche è avvisato: qui i colpi sono di scena, ma soprattutto sono nello stomaco. Mentre il finale lascia la bocca come se si fossero tracannate sorsate di amaro, senza avere a portata di mano qualcosa per addolcirla.

Recensione di Gioia Verni.

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La zanzara dagli occhi di vetro: Roma non è ciò che sembra, neanche per Valentino Mastro
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