La tormenta di San Giovanni – Loris Giuratti
Ogni tanto mi capita di ripescare qualche libro arretrato dalla mia infinita coda di lettura personale.
Qualche giorno fa è stato il turno di “La tormenta di San Giovanni” di Loris Giuratti, edito da Rizzoli nel 2024.
Ci avevo già provato a estate inoltrata, ma a leggere un romanzo che racconta di una tormenta di neve, con il sole di luglio, l’afa e le zanzare, mi pareva di fare un torto all’autore, alla storia e a me stesso.
Per sentirmi immerso nella vicenda avrei dovuto attendere, perlomeno, i primi freddi. E ora eccomi qui, a riassumere quello che è stato un piacevole viaggio tra le cime del Grappa, i suoi territori e il suo passato.
“Provate a immaginare una storia diversa dall’ovvio che si aspettano da noi.”
In questo libro l’autore ci racconta due vicende, facendo uso di una cornice di Boccaccesca memoria.
Anziché dieci fiorentini in cerca di riparo dalla peste, presso le campagne toscane, abbiamo cinque personaggi disomogenei, che per un motivo o per l’altro si ritrovano a dover condividere l’ospitalità di un albergo d’alta montagna, mentre fuori imperversa una nevicata colossale che li costringe a stare tutti insieme.
Roberto è il padrone di casa, e ha un passato molto triste alle spalle. Ex promessa del calcio felsineo, ha perso una gamba – e ogni velleità di gloria – durante l’attentato alla stazione di Bologna del 1980.
Giulio, suo cugino, lo va a trovare presso l’albergo che gestisce sul Grappa, dopo sedici anni di rimorsi nei quali non ha mai avuto il coraggio nemmeno di contattarlo. C’era anche lui, infatti, quel giorno della strage, e aveva convinto Roberto e altri amici a seguirlo per una vacanza senza genitori a Rimini. La prima vacanza in solitaria della loro adolescenza.
Ad aiutare Roberto nelle faccende alberghiere c’è Gabriele, un giovane volenteroso, amante dei libri e della cucina.
Al terzetto si aggiunge presto il Vecio, un anziano dai modi schietti e la saggezza d’un tempo, passato per portare una lepre da far cucinare e, poco dopo, Giulio, un giovane yuppie che ha perso il controllo della sua Mercedes, finendo contro un albero.
Col gruppo bloccato dalla tormenta, e solleticato dalla suggestione di un vecchio libro che Roberto ha trovato in albergo, il Vecio racconta un episodio di sangue avvenuto quand’era giovane, in quei medesimi luoghi, durante una bufera simile a quella che li costringe a stare insieme.
“Lo sguardo del Vecio andava oltre, verso il bianco della neve e il buio della notte che stava arrivando. Forse dopo tanti anni era arrivato il momento di rispolverare quella vecchia storia, lui la conosceva bene e quella notte c’era molto tempo per ricordare.”
Per uno strano scherzo del destino i protagonisti del suo racconto erano anch’essi due cugini che il tempo e le scelte personali avevano allontanato: Delio, il più irruento, aveva infatti deciso di abbracciare il fascismo, mentre Guglielmo, studioso e d’animo mite, si era fatto prete e quindi trasferito a Roma.
A riunire i due fu il ritrovamento di un cadavere avvenuto nel ’33, polsi e gambe legati, dentro a un sacello d’alta montagna dedicato alla Madonna. Un affare di stato, dato che il disgraziato – Giacomo Peroni – era un pezzo grosso del fascio, ma anche di Chiesa, visto che il delitto s’era consumato in una proprietà ecclesiale. Il Papa, sapendo che Don Guglielmo era originario di quei luoghi, decise di mandare il giovane presbitero a investigare, mentre il federale di Crespano aveva già incaricato il cugino Delio.
“L’assassino o qualcuno per lui portò il morto all’interno della cappellina, sapendo bene che questo avrebbe inevitabilmente interessato il Vaticano. […] Così facendo, chiunque avesse spostato il Peroni, si era assicurato l’interesse della Chiesa in quello strano delitto e non sarebbe stato solo compito di un fascista cercare il colpevole.”
Da qui in poi il Vecio racconterà in maniera serrata, e tenendo tutti gli altri sulle spine – lettore compreso – l’oscura faccenda che lo aveva visto comprimario, insieme ai due cugini e al locale parroco Don Vincenzo. Una storia fatta di intrighi e numerosi segreti, dal momento che il Peroni era stato inviato dal Duce in incognito a indagare su alcuni loschi traffici che i tombaroli avevano imbastito con le salme dei caduti di guerra.
“Il Peroni aveva scoperto qualcosa che non andava bene, aveva infastidito qualcuno che lo aveva scoperto e il resto lo sappiamo.”
A dirigere le indagini e far luce sulla vicenda fu la sinergia dei due cugini: da una parte l’acume sherlockiano di Guglielmo, dall’altra l’audacia di Delio, al quale non sarà risparmiato qualche cazzotto e un paio di costole rotte da parte dei suoi stessi camerati.
Una doppia storia di consanguinei che si ritrovano, entrambe a mettere in dubbio ogni convinzione, ogni risentimento, ogni legame che s’era creduto perso e che invece può essere riallacciato sotto la spinta della benevolenza e, perché no, della necessità.
Se il Vecio abbia reso nota questa avventura per riavvicinare il padrone e il primo ospite dell’albergo non ci è rivelato in maniera diretta, ma il dubbio che assale il lettore è più che lecito.
“Sono vecchio da tanti anni, un inutile vecchio che non può fare più nulla, nemmeno morire giovane.”
Roberto e Giulio, come Guglielmo e Delio, hanno modo di fare chiarezza sul loro passato, di riabbracciarsi, di tornare a essere quei cugini complici di un tempo innocente, quello dell’infanzia.
Allo stesso modo Paolo, da fighetto di città con la puzza sotto il naso, impara ad apprezzare la montagna, il valore delle piccole cose, e stringe con l’aiuto-cuoco Gabriele un’amicizia che durerà negli anni.
Un racconto intriso d’insegnamento, a tratti toccante, che parla di rapporti umani e di montagna, di storia del Grappa, di crescita e redenzione. Il giallo integrato è molto godibile, è dotato di una trama complessa e ben architettata, e il giovane Don Guglielmo ricorda in parte il detective di Conan Doyle (menzionato non a caso nel libro) e in parte l’omonimo frate indagatore di Umberto Eco.
“Il buon Don Vincenzo aveva conservato una copia di un libro che raccontava di un certo Sherlock Holmes e l’aveva usata per insegnarmi a leggere e scrivere.”
Loris Giuriatti è nato a Padova nel 1970, ma risiede a Bassano del Grappa. Si occupa di escursioni, formazione e scrittura. I suoi libri raccontano di montagna, storia e misteri del monte Grappa e dintorni. Il 2 giugno 2023 è stato nominato Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal presidente Mattarella per il suo lavoro di ricerca storica.
Recensione di Mauro Piva.
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