Ilva è l’antico vocabolo con cui i Romani chiamavano l’Elba; mutuato dall’etrusco, significa “ferro”, in virtù dell’estrazione e della lavorazione del ferro, appunto, per cui era famosa nell’antichità l’Isola.
Proprio sulla “Sorella minore della Corsica”, com’è spesso soprannominata, è ambientato l’ultimo romanzo, dal titolo La star, della scrittrice e sceneggiatrice romana Francesca Bertuzzi e pubblicato da Giunti Editore. E giustappunto da una delle secolari miniere ancora esistenti che una notte sbuca la trentenne Benedetta Cané, evasa da un sequestro di tre mesi e trovata a vagare ai bordi di una strada nel mezzo della macchia mediterranea dell’entroterra isolano.
Alle forze dell’ordine dirà di aver ucciso il proprio aguzzino e indicherà il luogo dove è stata reclusa, ma di lì a poco si scoprirà che non vi è traccia del rapitore.
Sarà la cugina Arianna, cronista d’assalto, a imporre la propria presenza agli inquirenti e a cercare di gettare luce tra gli anfratti delle miniere e dei boschi elbani, così carichi di segreti ed enigmi, per capire cosa si nasconde dietro un sequestro così particolare. Perché il rapitore, durante la prigionia, ha ripreso la donna e ha reso pubblici i video divenuti immediatamente virali? E che fine ha fatto?
Le indagini saranno un banco di prova per Arianna che metterà tutta se stessa anche per una sorta di rivalsa sia professionale che personale. E la felicità e il sollievo che inizialmente, com’è giusto che sia, pervadono l’opinione pubblica per il ritrovamento di Benedetta sana e salva, verranno in breve sostituiti da uno strano presentimento, la percezione di un’anomalia che rende la vicenda più nebulosa che mai.
Sono tante le domande che suscita la lettura di questo bel romanzo, scaturite dall’intreccio di diverse questioni coinvolte. E’ più intrisa di mistero la scomparsa di una persona oppure la sua improvvisa e, purtroppo è la realtà dei fatti, più sporadica ricomparsa dopo un periodo di prigionia? Dov’è stata fino a quel momento? Come è riuscita a guadagnarsi la tanto agognata la libertà? E a quale prezzo?
In contrapposizione, la storia affronta l’invasiva e quasi patologica presenza, di orwelliana memoria, di telecamere, internet e social nelle nostre esistenze, e soprattutto quanto questi condizionino le nostre scelte quotidiane, che effettuiamo sicuri del sacro e inviolabile libero arbitrio e invece non ci rendiamo assolutamente conto di quanto siano indirizzate e indottrinate da essi.
Il finale, che sotto certi punti di vista poi così lieto probabilmente non è, lascia comunque il sospetto che ci sia la possibilità di un seguito. Chissà.
Francesca Bertuzzi è una dei numerosi autori italiani, e grazie alle recensioni che ho il privilegio di fare ne scopro sempre di nuovi, forgiata dall’eccellente Scuola Holden di Torino. In questo romanzo la scrittrice riesce ad amalgamare con abilità il thriller classico a tematiche di carattere sociale non meno angosciante, e a crearci il fulcro che tiene viva l’attenzione. Gli interrogativi sono diversi e in alcuni casi non sono completamente chiariti, o quanto meno rimangono sospesi, come se noi tutti non fossimo ancora in grado di reggere la portata delle risposte. Tutto ciò mi ricorda quello che amava ripetere Stanley Kubrick quando, all’epoca in cui uscì, gli facevano notare che 2001 Odissea nello Spazio lasciava gran parte delle domande inevase, in particolar modo riguardo al tanto trascinante quanto preoccupante incedere della tecnologia umana. “Bene così, è lo scopo del film”, soleva rispondere il geniale e visionario regista con un po’ di lecita furbizia. Dopo sessant’anni non abbiamo ancora tutte le risposte. O probabilmente non siamo ancora pronti ad accettarle.
Altri casi da indagare
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