La scatola d’argento – Margaret Millar
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Oggi rispolveriamo un altro gioiello dell’autrice noir statunitense degli anni ’60 Margaret Millar. “La scatola d’argento” è un’acuta storia di mistero, inganno e omicidio, che trasporta i suoi protagonisti e i lettori da San Francisco e la costa californiana fino a Città del Messico.
Come altri romanzi di Millar (per esempio “Il segreto di Virginia“) è costruito in modo subdolo, con colpi di scena cronometrici, una caratterizzazione tagliente, e un finale inaspettato.
Nel tipico stile di Millar, i personaggi sono uomini e donne della classe media piuttosto comuni, le cui azioni, aspirazioni e debolezze sono osservate in modo conciso e clinico dall’autrice. La storia si apre in una calda serata a Città del Messico, mentre due vecchie amiche, Wilma e Amy, si preparano per la cena. Sono in vacanza, Wilma per dimenticare il suo secondo divorzio, la sua amica devota e piuttosto docile, Amy, per farle da spalla e godersi qualche cocktail con lei.
Il viaggio è una vera avventura per Amy, un’avventura a cui suo pomposo e dominante fratello Gill, un agente di borsa la cui abilità sul mercato sembra essere diminuita, era assolutamente contrario. Non è stata l’unica iniziativa di Amy che Gill ha osteggiato nella loro vita: la più importante è stata il suo matrimonio con Rupert, un uomo modesto che gestisce un piccolo studio di contabilità a San Francisco.
I dubbi di Gill sul viaggio in Messico sembrano essere ben fondati, perché non appena abbiamo incontrato Amy e Wilma, quest’ultima precipita dal balcone della loro suite in hotel. La prima ad arrivare sulla scena all’interno della stanza è Consuela, una giovane cameriera con la passione per il furto occasionale nelle stanze degli ospiti e l’ascolto delle conversazioni private. Sentendo un trambusto nella suite delle due signore americane, decide di avere motivo sufficiente per entrare, e trova Amy svenuta sul pavimento, con una ferita alla testa presumibilmente causata da una caduta, mentre Wilma giace morta sul marciapiede sottostante.
Fin dall’inizio, Millar offusca deliberatamente la scena, in modo che non possiamo essere del tutto sicuri di cosa sia successo tra le due donne, che stavano discutendo, anche se non in modo molto acceso, prima della tragedia. Rupert, che corre al capezzale di Amy a Città del Messico, non ne sa di più, dato che la donna è commossa e incapace di spiegare gli eventi, e ancora meno informato è Gill, la cui indignazione aumenta ancor di più quando scopre che Amy è scomparsa.
A parte una lettera a Gill, Rupert non è in grado di offrire alcuna motivazione credibile per il desiderio improvviso di Amy di abbandonare la famiglia e iniziare una nuova vita da sola – sembra temporaneamente, e in quello che appare come un tentativo di guadagnare un po’ di indipendenza che finora non ha avuto nella vita. Gill si rifiuta di credere che Amy se ne sia andata di sua spontanea volontà, e immediatamente pensa al peggio, sospettando che Rupert nasconda qualcosa di più di una semplice vacanza prolungata da parte di Amy. Rupert stesso non fa nulla per dissipare i sospetti di Gill, neanche quando questi scopre che ha usato il nuovo potere legale sulle finanze della ricca moglie per prelevare una grossa somma di denaro dal suo conto, mentre lei è ancora dispersa se non per un avvistamento possibile a New York. A questo punto Gill ricorre ai servizi di un investigatore privato nel tentativo di trovare sua sorella.
Millar concentra molti spunti nella sua prosa affilata e ben curata, tanto che è difficile rendere la sottigliezza del racconto, descrivere tutte le sfaccettature dei suoi personaggi apparentemente insipidi e innocui. Soprattutto, è una maestra del travestimento, dell’arte di far sapere al lettore abbastanza sulla storia e sui suoi personaggi da voler continuare a leggere, lasciandoli deliziosamente all’oscuro di ciò che sta davvero accadendo. Siamo stuzzicati da Millar, chiedendoci cosa si nasconde dietro una frase apparentemente innocente o un’azione che sembra ovvia ma potrebbe nascondere un significato sinistro.
Quello che mi piace anche di questa scrittrice è l’ironia gentile con cui buca le bolle delle pretese sociali dei suoi personaggi, e la corrente sotterranea di umorismo extra-secco sparpagliata nella narrazione. La maggior parte, ma non tutta, dell’umorismo distribuito in questo romanzo può essere attribuito a Elmer Dodd, il detective privato che Gill assume per trovare Amy. È una grande creazione, quanto più lontana possibile dai Philip Marlowe di questo mondo: un piccolo uomo modesto con un atteggiamento concreto e un infallibile talento per scoprire la verità nascosta sotto le spiegazioni a volte volubili dei suoi clienti. Questo, e il suo fiuto per individuare le inclinazioni più sordide dei suoi simili, lo porteranno in una ricerca che diventa sempre più drammatica, quando appare un altro cadavere e Amy è ancora lontana dall’essere trovata.
Dei tre noir di Millar che ho letto, questo è il più veloce, la trama avvincente e serrata fin quasi dall’inizio. Il fatto che l’azione sia ambientata circa 60 anni fa non ne diminuisce il piacere, né rallenta il ritmo. L’abilità di Millar nel identificare le debolezze umane e trasmetterle in una manciata di parole appropriate, un’abilità non dissimile da quella di un maestro del genere come Simenon, e la sua astuzia nel costruire trame ingegnose ed eccitanti, rende irrilevante la distanza nel tempo dall’attualità. Millar semplicemente scrive grande narrativa noir, e io non vedo l’ora di leggere più delle sue opere nel prossimo futuro.
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