Oggi il Thriller Café vi porta in quella California che nell’immaginario collettivo è la terra del sole e dell’innovazione, ma che nel romanzo d’esordio di Jakob Kerr, “La mediatrice“, si rivela per quello che spesso è davvero: un acquario di squali digitali.
Se il titolo originale “Dead Money” rendeva forse meglio l’idea di un capitale “morto” perché congelato, la scelta italiana sposta correttamente il focus sulla vera forza di questa storia: la protagonista. Mackenzie Clyde non è una poliziotta, né una detective privata. È un avvocato che lavora per un fondo di venture capital, una “risolutrice” inviata a districare i nodi legali e d’immagine quando le cose si mettono male. E le cose si sono messe decisamente male: Trevor Canon, CEO di una startup di successo, è stato ucciso. Il suo testamento prevede che i miliardi dell’azienda restino bloccati finché l’assassino non verrà assicurato alla giustizia.
Kerr sceglie una narrazione non lineare, muovendosi avanti e indietro nel tempo rispetto al giorno del delitto. È un gioco di incastri che richiede attenzione, scritto con uno stile rapido che ricorda i procedurali americani, anche se non tutto gira alla perfezione. Se la caratterizzazione di Mackenzie è il vero valore aggiunto, perfetta per chi ama le eroine che sanno farsi sottovalutare per poi colpire, va detto che l’ambientazione soffre un po’: San Francisco appare come un fondale di cartone più che una città viva, e la parte centrale accusa qualche momento di stanca.
Tirando le somme, Kerr firma un esordio convincente che mescola il mistero della camera chiusa con il cinismo finanziario. Forse il finale deluderà qualcuno per la sua audacia, ma Mackenzie Clyde ha tutte le carte in regola per tornare.
Thriller Café approva, ma consiglia la consumazione soprattutto a chi vuole guardare con occhio critico alle derive del capitalismo moderno.
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