La maledizione dei Montrolfe – Rohan O’Grady
John Montrolfe, fisico di fama mondiale afflitto da una deformità ereditaria che lo ho portato a una vita di estrema riservatezza, arriva a prendere possesso di Cliff House, dimora vittoriana di famiglia ormai in rovina, con l’intento di riportarla all’antico splendore: accolto dall’inquietante Tata Beckett, novantenne governante e depositaria della storia familiare, John si adagia nell’atmosfera misteriosa della villa, sulla quale aleggia la struggente malinconia dell’antenato consumato dall’amore per il fantasma di una fanciulla. Non passa molto tempo che anche John diventa ossessionato dal fantasma:
“Era leggera come un soffione e fragrante come la brezza, non aveva il minimo timore dell’altezza o dell’acqua. Com’era affascinante la mia compagna onirica in quel mondo onirico. E così la mia vita si capovolse completamente. Durante il giorno esistevo solo per tornare a dormire, in modo da poterla sognare.”
Trovando per caso il diario della ragazza, John è determinato a scoprire il mistero che nasconde e sciogliere la maledizione dei Montrolfe.
Nonostante abbia sicuramente degli elementi di pregio, “La maledizione dei Montrolfe” accusa il peso del tempo: quando venne scritto, negli anni ’60, Rohan O’Grady compì un’operazione coraggiosa scrivendo un romanzo con vari piani di lettura, e sicuramente tra questi la storia di una ragazza che, tra mille difficoltà di una vita difficile, cerca di farsi largo in un mondo di uomini spesso crudeli. Catherine è un personaggio ambivalente, forte e fragile, ingenuo e sensuale, furbo e candido: e negli anni ’60 poteva sembrare la rappresentazione di una giovane ribelle e anticonformista che utilizza tutte le armi a sua disposizione per farsi largo in un modo maschile e violento.
Letto con gli occhi di oggi il suo personaggio – che è comunque l’elemento chiave del romanzo, più di John Montrolfe stesso – ha perso parecchia di quella forza dirompente: pur mantenendo vive tutte quelle caratteristiche ambivalenti, sembra più un personaggio romantico e tragico risucchiato nella spirale di un amore tossico. Tutto molto coerente con l’atmosfera gotica impressa dalla O’Grady, ma decisamente meno potente – almeno su questo aspetto – di quanto non sia stato al momento della sua uscita.
Attraverso una scrittura semplice che rimanda al mondo delle fiabe – fiabe dark, si intende – la O’Grady attinge a molti generi creando un raffinato romanzo dove convivono gotico, mistero, amore e avventura e una certa dose di ironia che rende lieve la lettura: quello che forse manca per renderlo attuale è un velo di crudeltà in più, come ci si aspetta oggi da una lettura di questo tipo. Il limite non è nel romanzo, è in un mondo più disincantato e cinico, nel quale probabilmente gotico e romanticismo hanno assunto sfumature diverse, e un mondo con valori e visioni profondamente diverse.
“La maledizione dei Montrolfe” è un romanzo che parla, o forse è più corretto dire, che allude anche a tante tematiche: la solitudine, l’apparenza, l’ossessione, il peso della propria storia personale e familiare.
La struttura con distinte voci narranti rende inizialmente il romanzo poco coeso: se la storia si avvia con l’arrivo di John Montrolfe nella casa dei suoi antenati, in brevissimo tempo è la storia di Catherine a prendere il sopravvento, ed è nel finale che tutto si ricongiunge con coerenza, in una chiusura dove fantasia e realtà si fondono.
“La maledizione dei Montrolfe” è un romanzo particolare, fiaba dark e romanzo di mistero e avventura, dove gli elementi classici del gotico – la residenza degli avi in rovina, la maledizione, apparizioni misteriose e il fantasma di una fanciulla che fa perdere la testa agli uomini vittime del suo incantesimo – si intrecciano con cenni a temi più di spessore. Si arriva alla fine del romanzo piuttosto velocemente, grazie alla sua scrittura lieve, con tutte le risposte e una punta di insoddisfazione.
Rohan O’Grady è uno degli pseudonimi di June Margaret O’Grady Skinner (1922-2014), scrittrice canadese nota per i suoi romanzi di ispirazione gotica. Tra le sue opere, “Uccidiamo lo zio” (1963, uscito in Italia nel 2021), da cui il regista William Castle (produttore, fra gli altri, di Rosemary’s Baby di Roman Polanski) ha tratto nel 1966 un film cult, “Gioco mortale“.
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