La grande rapina al treno – Michael Crichton
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Operazione nostalgia oggi al Thriller Café con “La grande rapina al treno“, di Michael Crichton, che prima di resuscitare i dinosauri o farci impazzire con i virus spaziali, nel 1975 decise di raccontarci il colpo del secolo dell’epoca vittoriana. Ambientato tra i criminali della Londra ottocentesca, questo romanzo è da annoverare a buon titolo tra i grandi classici della narrativa caper e se non l’avete letto sicuramente vi suggerisco di recuperarlo.
Siamo nella Londra del 1855, una città di contrasti brutali: da una parte la ricchezza sfarzosa e il perbenismo della nobiltà, dall’altra la povertà spaventosa dei bassifondi criminali. Al centro di questi due mondi si muove Edward Pierce, un gentiluomo affascinante, brillante e spregiudicato. Il suo obiettivo? Un bottino impensabile: dodici mila once d’oro puro, destinate a pagare i soldati britannici impegnati nella guerra in Crimea. L’oro viaggia in casseforti inespugnabili, dotate di serrature a doppia chiave e a prova di manomissione, su un treno blindato che da Londra sfreccia verso la costa a ben 50 miglia all’ora. Un’impresa impossibile per l’epoca.
Eppure, Pierce ha un piano…
Crichton struttura il romanzo come il più classico degli heist movie su carta e non è un caso che tre anni più tardi ne trarrà un film con Donald Sutherland, Sean Connery e Lesley-Anne Down. La goduria di leggere questo libro sta proprio là: nel vedere Pierce assemblare la sua squadra di specialisti. Robert Agar, l’esperto di serrature in grado di fare calchi in cera delle chiavi in pochi secondi; Barlow, quello che ci mette i muscoli; Miss Miriam, la seduttrice per creare i diversivi; Clean Willy, un ex spazzacamino in grado di infilarsi in buchi impossibili e arrampicarsi sui tetti come un ragno.
Ed eccezionale è il lavoro di ricerca che l’autore compie per immergerci nella Londra del tempo, con lo slang criminale dell’epoca, le leggi, l’igiene, le esecuzioni pubbliche a Newgate e soprattutto le dinamiche sociali, che permettevano a un uomo come Pierce di manipolare banchieri e aristocratici. In pratica siamo di fronte in una lezione di storia sociale vittoriana abilmente mescolata alla trama crime, con la tensione che culmina ovviamente con il colpo, quando Pierce è costretto ad acrobazie quasi suicide sul tetto del treno in corsa.
Che il romanzo non brilli per introspezione psicologica dei personaggi, poco importa. “La grande rapina al treno” è intrattenimento puro, ingegno e divertimento, opera di un maestro dell’avventura. In sintesi, pura adrenalina su carta vittoriana. Recuperatelo; intanto qua vi lascio l’inizio.
A quaranta minuti da Londra, il treno del mattino della South Eastern Railway raggiunse la velocità massima, ottantasei chilometri all’ora, percorrendo i verdi campi ondulati e i ciliegeti del Kent. Sulla locomotiva verniciata di un blu intenso, si poteva vedere ritto in piedi il macchinista in divisa rossa, senza la protezione di una cabina o di un parabrezza, e il fuochista accovacciato ai suoi piedi che gettava palate di carbone nella caldaia rosseggiante. Dietro la sbuffante locomotiva e il tender c’erano tre carrozze gialle di prima classe, sette vagoni verdi di seconda e infine un grigio bagagliaio senza finestrini.
Mentre il treno sferragliava sui binari verso la costa, la porta scorrevole del bagagliaio si aprì, rivelando all’interno una lotta disperata. Era una competizione impari: uno snello giovanotto vestito di cenci si buttava contro una massiccia guardia ferroviaria in divisa blu. Il giovane, pure essendo più debole, se la cavò brillantemente, mettendo a segno un paio di colpi efficaci sul suo corpulento avversario. Solo per caso la guardia, ormai ridotta in ginocchio, riuscì a buttarsi avanti in modo da cogliere il giovane alla sprovvista e da scaraventarlo giù dal treno attraverso la porta aperta, facendolo ruzzolare e rotolare al suolo come una bambola di stracci.
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