La donna senza memoria – Pierre Martin
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Settimo romanzo della serie di Madame le Commissaire, al secolo Isabelle Bonnet, stavolta più energica, addestrata e professionale che mai. Torna sul mio comodino uno dei personaggi che più amo nel panorama giallistico europeo e, come ogni estate, mi catapulta nell’atmosfera adorabile nell’entroterra del sud francese, con il mare sfolgorante della Costa Azzurra facilmente raggiungibile e lo stile rallentato, un po’ blasé, del paesino dove tutti si conoscono.
Lì Isabelle si è andata a rifugiarsi dopo aver rischiato la pelle in un attentato a Parigi e lì si sta ricostruendo come donna, tra le chiacchierate con l’amica Clodine e le avventure amorose, sempre in numero di due contemporaneamente (per par condicio con un uomo, probabilmente, visto che solo stavolta lo scrittore ci dice che non può più voltare al femminile l’articolo della sua commissaria, perché ormai abbiamo nell’orecchio il maschile, ma lo scrive in un modo che non ci ha creduto nessuno).
Contemporaneamente scalda i motori professionali, occupandosi o anche solo sentendo parlare di piccoli casi criminosi di cabotaggio basso come il furto di certi cactus destinati al mercato coreano ma la sua natura è bellicosa, la preparazione ricevuta è para-militare e lo smalto non è scalfito neppure dalle cicatrici nel corpo. Questa avventura, sappiatelo, è un po’ diversa dalle precedenti, come diversa è la protagonista. Isabelle sta tornando la tigre di un tempo… a me ricorda molto Raquel Murillo de la Casa de Papel, la commissaria che si innamora del professore e lascia l’arma per unirsi al gruppo criminale, con il suo essere integerrima, dura, mascolina ma al contempo godereccia e bon vivante.
La traccia si può rendere in due parole: Apollinaire, lo Scaramacai che funge da strampalato assistente di Madame, quasi tira sotto in auto una donna, che però è già ferita e altrettanto medicata in testa, quindi ha già subito un incidente, di cui non ricorda nulla, come nulla ricorda del resto di sé, neppure un nome, una ragione per essere su quella strada, un indizio. Consente che la si chiami Monique e permette persino che le si scatti una foto, perché sia pubblicata con la ricerca di notizie di lei. Se le sovvenisse cosa ha appena fatto, probabilmente, non entrerebbe in una caserma, tanto meno in casa della Commissaria. Fatto sta che qualcuno a reclamarla in effetti arriva, e se la porta via. Da qui in poi l’avventura.
Ora, cosa mi è piaciuto di questo romanzo è il cocktail di ingredienti tipici della scrittura di Pierre Martin: il paesaggio tranquillizzante, le persone gentili, la vita piccola e ben organizzata di una comunità ristretta ma non asfittica, in contrapposizione con la personalità debordante di Isabelle, capace di comprarsi una Mustang nera da un tizio che ha indagato, sfrecciare a Saint Tropez solo per un pranzo con il miliardario di cui è amante estemporanea, beneficiare delle prestazioni anche sessuali di un pittore di grido e contemporaneamente tornare a dirigere una squadra di ex gendarmi allenati e precisi, coi quali sventerà persino un attentato mortale con arma bellica.
C’è da chiedersi come mai nessuno abbia ancora comprato i diritti per rendere questa Lara Croft un personaggio da serie tv… invece nessun mistero su cosa si beve mentre si legge Pierre Martin: un p’tit rosè, bien sur.
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