La città delle ossa – Michael Connelly
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Ottavo romanzo dedicato al detective del L.A.P.D. Hieronymus “Harry” Bosch, “La città delle ossa” (“City of bones“) del 2002 è uno di quelli dai risvolti maggiormente personali per il beniamino di Michael Connelly, e uno dei più dolenti di sempre.
Alzando lentamente la mano, si lasciò scorrere la terra tra le dita.
“La città delle ossa”, sussurrò.
Osservò la terra cadere nella fossa e pensò ai suoi sogni che si dileguavano.
Ѐ il primo giorno del nuovo anno quando il sergente Mankiewickz di guardia alla Divisione Hollywood avvisa per radio il detective Bosch della chiamata in centrale di un medico a riposo che vive alle pendici del Laurel Canyon a Los Angeles: la sua golden retriver Calamity, dopo una passeggiata nel bosco dietro casa, gli ha riportato un osso umano.
“Epicondilo mediano, troclea, turbercoli maggiori e minori. Come accennavo prima ai due agenti, so quello che dico, anche senza bisogno del manuale. Questo è un osso umano, detective. Non ci sono dubbi.”
Harry Bosch e il suo partner Jerry Edgar iniziano a setacciare la zona e trovano altre ossa, alcune sparse, altre custodite in una piccola sepoltura.
Dopo l’analisi dei reperti, il coroner conclude che quelle ossa raccontino una storia di abusi continui, perpetrati a danno del bimbo ucciso e che la sepoltura poco profonde indichi una sorta di senso di colpa dell’omicida.
Da alcuni oggetti rinvenuti intorno ai resti, Bosch capisce che ha circa venti anni di passato da colmare e setaccia tutti i casi ancora rimasti in sospeso di sparizioni di ragazzini dell’intorno dei dodici anni.
Un indizio più di tutti lo metterà sulla giusta strada: uno skateboard, rinvenuto durante una perquisizione a casa di un sospettato, l’ex pedofilo Nicholas Trent, che vive ai piedi della collina.
Trent si professa strenuamente innocente e dichiara che quello skateboard è conservato assieme a molti altri attrezzi di scena, per il suo lavoro nel cinema.
Non sarà facile arrivare all’omicida del piccolo Arthur Delacroix, meno che mai lo sarà incastrarlo.
Questa indagine per Harry si rivelerà umanamente disastrosa, sia perché gli farà tornare a galla vecchi ricordi della sua adolescenza tormentata sia perché stringerà una relazione con la recluta Julia Brasher che, per voglia di protagonismo, si metterà in seri guai.
Talmente disastrosa, da fargli accarezzare l’idea di appendere il distintivo al chiodo.
“Si mise una mano in tasca e tirò fuori il taccuino. Lo aprì ad una pagina con un angolo piegato e la guardò come se stesse studiano un lungo elenco di note. Ma sulla pagina c’era un’unica annotazione: Individuate 44 diverse lesioni.”
Come per ogni romanzo di Connelly anche qui, ne “La città delle ossa”, si svolgono parallelamente più indagini – come immaginiamo capiti fatalmente nella vita reale di un detective – e quindi l’impianto del romanzo è sostanzialmente identico ai precedenti. Ma la differenza “in peso” della storia la fa sempre la ricaduta degli eventi sulla psiche di Bosch, il quale sembra trasmutarsi ogni volta che attraversa il dolore che un caso gli lascia appiccicato addosso.
Questa volta tutto ruota attorno alla parola “lesioni”.
L’osso ritrovato rivela frattura da torsione e l’intero scheletro quarantaquattro lesioni in diversi stati di rimarginazione – quindi percosse e abusi perpetrati con regolarità – e lesi, alla fine della storia, saranno anche i sentimenti del protagonista.
Nel bambino ucciso e nella dinamica dell’intero omicidio, infatti, Bosch rivedrà il suo travaglio da bambino, con un passato nel famigerato Istituto McClaren o affidato a più famiglie, che molto spesso si erano dimostrate mostruosamente violente.
D’altronde, dopo l’omicidio della madre prostituta, il piccolo Harry era stato affidato ai servizi sociali (v. “L’ombra del coyote“, dimostrando però una rabbia sorda che aveva potuto incanalare solo più grande, in combattimento e nelle oscure gallerie in Vietnam.
“Mentre camminava, Bosch si fermò nel punto in cui erano state sparate le pallottole a salve. Smuovendo l’erba col piede, vide il luccichio di un oggetto metallico; si chinò per raccogliere uno dei bossoli caduti. Lo tenne in mano per qualche attimo, fissandolo, poi se lo infilò nella tasca della giacca. Aveva raccolto un bossolo al funerale di ogni poliziotto. Ormai ne aveva un vaso piano. Si voltò e uscì dal cimitero.”
Ed eccoci al secondo punto davvero doloroso della vicenda.
Ogni volta che Harry perde un collega, partecipa al funerale e raccoglie uno dei bossoli che vengono sparati a salve dal plotone d’onore.
Nessuno viene mai dimenticato.
Ma è un grande peso, che Harry decide di non riuscire più a tollerare.
E quando arriverà la comunicazione ufficiale che il capo Irving lo ha ritrasferito alla Rapine e Omicidi, dopo un purgatorio alla Divisione Hollywood, decide che ne ha abbastanza.
Connelly non smette mai di sparigliare le carte e creare trame memorabili.
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