La casa sulla scogliera – Riley Sager
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“Anche una gabbia può sembrare dorata se illuminata al punto giusto”, esclama una dei protagonisti di questo romanzo, annoverabile anch’esso tra i gialli della stanza chiusa, anche se lo scenario qui è addirittura una villa, abbarbicata sul mare del Maine, dal nome fraintendibile di Hope’s End. La fine delle speranze, ma anche la magione della famiglia Hope, costruita in maniera opulenta, a imperituro segnale della fortuna di chi vi abita. Ma in quella villa è avvenuta una strage: in un martedì notte, serata di libertà della servitù, sono stati assassinati padre, madre ed una delle figlie Hope. Del triplice assassinio si è indagata la figlia sopravvissuta – Lenora- all’epoca diciassettenne, ma l’inchiesta si è chiusa con archiviazione per mancanza di prove certe. Da allora, la donna ha suscitato curiosità morbose (ancora dopo 50 anni ci sono giornalisti e ragazzetti che tentano incursioni nel parco per vederla), stimolato filastrocche horror e notevoli pettegolezzi, soprattutto perché nessuno- tranne chi la accudisce- è più riuscito a vederla. Vive murata nella sua proprietà, che ha ereditato, senza uscire neppure in terrazza ad annusare l’oceano o riscaldarsi al sole.
Ha settant’anni, ormai, e una serie di ictus l’ha resa muta, paralizzata e in sedia a rotelle.
Di lei viene chiamata ad occuparsi come caregiver (non è infatti infermiera diplomata) Kit Mc Deere, una badante proveniente dalla stessa località. Ha trent’anni, molta esperienza, ed uno stigma da sospetto angelo della morte. Durante la sua supervisione, infatti, una paziente si è suicidata.
Arrivata ad Hope’s End, Kit subisce il fascino di Lenora: i suoi occhi verdi fiammeggianti, il suo desiderio di comunicare – che troverà sbocco in una macchina da scrivere azionata con la sola mano che riesca debolmente a muovere- e l’aura maledetta spesso offuscata da un senso di pena che giunge a far sospettare Kit che in realtà non sia stata lei a sterminare la famiglia.
Ecco quindi che, in un gioco di specchi in cui si riconosce, Kit si immedesima in Lenora: anche lei ha subito una indagine, anche lei ha beneficiato del dubbio ma vive ancora tra i sospetti della gente. E allora prova a farsi raccontare, tutto, da principio. E a furia di piccoli colpetti, sui tasti della macchina da scrivere, o sulla mano della badante, Lenora schiude i portoni del passato, si descrive come una fanciulla inquieta, sola, costretta a vivere relegata in quella reggia che odia, con una madre allettata ed un padre fedifrago spesso sorpreso a far sesso con le fantesche, il rapporto pessimo con Virginia, la sorella, i primi palpiti per un pittore o un garzoncello, fino alla notte della strage.
Ma mentre Kit raccoglie il suo racconto, emerge dalla sabbia un cadavere: stavolta è quello di Mary, la badante di cui Kit ha preso il posto quando è sparita. Tutti credevano se ne fosse andata travolta dall’oppressione di quella casa e della sua padrona, e invece è lì, morta assassinata.
Il piano allora si sposta: cosa aveva scoperto Mary? Lenora comunicava per iscritto anche con lei? Il segreto che si cela in quella villa maledetta e forse infestata è la causa anche della sua morte?
E così, assieme ma sempre avversa al detective che indaga (e che aveva indagato anche lei), Kit parla con la servitù di ora, va a trovare quella di allora, scava e spala fino alla verità finale, che farà barcollare lei come sta tracollando la villa, ormai destinata a soccombere agli smottamenti che la stanno trascinando verso l’Atlantico.
Una lettura certamente avvincente, di quelle che ti porti anche in metropolitana e quasi ti dispiace quando devi scendere. Un gotico con tratti horror e tocchi harmony molto ben dosati. Certo, l’enfasi narrativa tipicamente americana c’è, non si nega: ogni chiusa di capitolo è un piccolo o grande “puntini, puntini”, a volte forse eccessivo e stucchevole (via, non ci serve un colpo di scena ad ogni capitolo), ma questo è anche il suo bello, il contraltare al fatto che lì, negli Stati Uniti, ci siano scrittori che vivono (e con grandi agi) solo delle loro creature libresche, il che da noi è impensabile tranne per una piccolissima fetta di mercato. Se possono far sognare loro, perché negare alle loro narrazioni uguale destino?
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