Kolchoz – Emmanuel Carrère

Editore: Adelphi
Michele Mennuni
Protocollato il 8 Giugno 2026 da Michele Mennuni con
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Il riassunto
Kolchoz – Emmanuel Carrère

In “Kolchoz” (Adelphi, 2026) il titolo dell’ultimo romanzo di Emmanuel Carrère c’è tutta l’opera e la vita dell’incredibile e imprevedibile scrittore francese che alle soglie dei suoi settant’anni cerca di fare i conti con la famiglia, con la storia ma soprattutto con la sua esistenza.

Ma che cos’è questo kolchoz? Sono le fattorie di proprietà collettive sorte in Unione sovietica che come tutte le creazioni russe dietro la facciata e la parvenza del collettivismo non funzionano perché sono inefficaci e coercitive.

Per Carrère questo termine coniato dalla madre e identificativo delle cooperative agricole russe assume invece un altro e più intimo significato quando durante i viaggi di lavoro del padre, lui con le sorelle potevano dormire nella camera da letto dei genitori. Questo rito famigliare, uno dei pochi ricordi belli dell’infanzia, resta anche uno dei pochi contatti fisici e affettivi con la madre, tanto che durante l’ultima notte, nell’hospice di cure palliative dove è ricoverata, i figli la salutano stringendosi tacitamente intorno a lei facendo kolchoz ed è proprio Emmanuel a chiudere i suoi occhi per consegnarla alla morte.

Per chi ha letto Carrère, questo venuto allo scoperto in età matura e dopo la perdita dei genitori non occupa più il centro della sua scrittura, non è più il ribelle e l’anticonformista che conosciamo, i suoi toni sono più pacati, non c’è l’acredine degli altri romanzi, in questo scritto è un figlio rimasto orfano e che pacatamente cerca di ricostruire doverosamente non solo la sua storia, non solo quella dei genitori e della mamma in particolare, ma la storia di quattro generazioni della sua famiglia.

La fortuna dei romanzi di Emmanuel Carrère in Italia è testimoniata dal grande successo delle sue conferenze al Salone Internazionale del Libro di Torino, dove ha presentato la sua ultima creatura ma anche dalle enormi file di pubblico intervenute a Milano davanti al Teatro Dal Verme per assistere alla presentazione del libro.

Kolchoz” è scritto non più con la testa ma con il cuore, un libro inaspettato come inaspettata è sempre la morte delle persone care, una storia pensata nell’arco di cinque mesi, il tempo che separa la morte della mamma nell’agosto del 2023 dalla morte del padre.

La fine della vita dei genitori ci fa abbandonare la realtà orizzontale della nostra esistenza, i nostri amici, i nostri amori e ci rimette, proprio quando vogliamo sprofondare, ci rimette in piedi alla ricerca di una dimensione verticale della vita, sospesi a metà tra la responsabilità verso i figli e quella che ci lega senza alcun giudizio di sorta ai genitori anche e proprio perché non ci sono più.
Lo possiamo vedere Carrère quando riordina la scrivania dei genitori dopo la loro scomparsa e trova i dossier raccolti per anni dal padre sulla genealogia della moglie, risente le registrazioni, le voci che non parleranno più, legge il materiale raccolto in silenzio dal padre, rivaluta il lavoro certosino di quest’uomo che pur rifiutato ha continuato ad amare.

Il piacere che tutti proviamo o proveremo di scartabellare, frugare, aprire i cassetti delle persone che non ci sono più, scoprire i segreti, le cianfrusaglie di una vita quando i nostri cari sono così per dire di-partiti. Questi scarti e minutaglie che si lasciano nei cassetti, nei ricordi, negli armadi e sovente negli scrittoi d’altri tempi, sono pezzi di carta a simboleggiare pezzi di vita, quando poi sono oggetti, sono anche chiodi e viti che non sono vite ma piatte, tonde…

Qualcuno ha lasciato tracce di vita, ha messo le firme, ha lasciato segni che possano essere ritrovati da altri e mentre si cercano i segni del proprio passato nel presente disegniamo il futuro dei segni che troveranno gli altri, saranno tracce inconfondibili, lapidarie, riassunte in una frase, in un ricordo, in un oggetto anche minuscolo, che può essere una biglia, che può essere un fermaglio, che può essere un addio velato da un arrivederci a presto, sono io che sono stato qui e che adesso voi toccate le cose che io toccavo.

Il nostro è un tempo in cui la maggior parte degli scrittori cercano le proprie origini, cercano la madre, il padre, i genitori, un punto di appoggio in un’epoca instabile e insicura come la nostra. Carrère ci porta con questo libro ai ricordi più belli, alla mamma che alberga in fondo ai nostri cuori.

Dopo la morte di mio padre, negli ultimi anni di vita di mia madre, ogni mattina, negli ultimi mesi, passavo da lei prima di andare in ufficio. Era diventato un rito. Assaporavamo il caffè insieme, facevamo una specie di colazione e io la interrogavo per vedere fino a che punto la demenza senile si stava impadronendo di lei. La interrogavo sulla sua famiglia… Come ti chiami? Quanti fratelli hai? Quante sorelle? E lei che veniva da una numerosa famiglia contadina, rispondeva come una scolaretta e mi ripeteva non solo il numero ma anche i nomi dei tre fratelli e delle quattro sorelle. Io dopo andavo in ufficio, assolvevo i miei compiti, continuavo la giornata lavorativa e intanto pensavo al mattino dopo quando dovevo andare da lei.

C’erano giorni in cui la sua ironia veniva fuori inaspettata e la sua intelligenza mi riduceva ad un estraneo. A volte apriva la porta, mi guardava e diceva… Ma lei cerca qualcuno, io non la conosco. Poi abbandonando la faccia seria sorrideva e sussurrava…Entra, ho preparato il caffè. Ero felice e forse quelli sono stati gli anni più belli nei quali sono stato vicino a lei, io che ho sempre avuto il cordone ombelicale non con mamma, ma con papà. Carrère con questo libro mi ha riportato alla dolcezza materna che nei miei ricordi a volte era più dolce del latte zuccherato ma forse troppo e tanto dolce…il miele che è mancato al poeta di Recanati, a Giacomo Leopardi, che poteva spaziare dal suo ermo colle e naufragare nei dolci mari ma sicuramente non poté mai fare Kolchoz e non sapremo mai quanto poteva desiderarlo.

La madre, la contessa Adelaide Antici, anche lei di famiglia nobile ricorda molto Helene la mamma di Carrère e del resto anche qui c’è una grande mancanza di affettività ma con una grande differenza e un diverso esito finale. Leopardi morirà senza aver fatto i conti con la sua famiglia. Carrère ha l’intuizione e la necessità di risolvere un rapporto ambiguo con la mamma con la quale in punto di morte si riconcilia.

Un’opera che segna una svolta non solo nella vita letteraria ed esistenziale di Carrère ma rappresenta uno snodo storico perché le sue vicende famigliari si intersecano con la guerra di Putin con l’Ucraina e con lo sterminio di Gaza e dei Palestinesi ad opera di Netanyahu e dello stato di Israele protetto dal presidente americano Trump che dopo aver liberato il Venezuela dalla dittatura e cercato di comprare la Groenlandia bombarda l’Iran per liberarlo dal regime degli ayatollah con il vero e unico obiettivo economico e del commercio mondiale del petrolio.

Mai vicende così personali hanno assunto un significato universale come nel caso della mamma di Carrère, esule russa diventata poi l’emblema della cultura repubblicana francese.

Il libro si apre con i funerali pubblici della mamma di Carrère, Hélène Zourabichvili, proprio in Francia, a Parigi, e nel posto più sacro ai Francesi, il piazzale dell’Hôtel national des Invalides, il monumentale complesso architettonico dove è sepolto Napoleone Bonaparte i cui resti sono protetti da 7 bare all’interno di un grande sarcofago in porfido rosso posizionato sopra un piedistallo di granito verde. Qui l’altro Emmanuel, il presidente Macron, rende gli onori alla storica della Russia e segretario perpetuo dell’Académie française, alla donna che per la sua cultura e per la sua importanza storica, da umile esule ha finito per rappresentare lei, di nobili origini, la Francia repubblicana.

La protagonista di Kolchoz è senza dubbio la mamma ma è un libro impossibile senza un padre che pur vivendo nell’ombra di una madre così importante grazie alle sue ricerche di tutta una vita e al suo amore per la genealogia della famiglia della moglie, affascinato dalla nobiltà della casata, rispetto alle sue umili origini, ha permesso a Carrère di scrivere questo libro.

Il rapporto dello scrittore con la madre è sintetizzato nella celebre frase di Oscar Wilde tratta da “Il ritratto di Dorian Gray“: “All’inizio i figli amano i genitori; diventati grandi, li giudicano; e qualche volta, li perdonano“.

La mamma, la figura dolce per eccellenza, quella che ci ha generato diventa ad un certo punto ingombrante per Carrère che cercherà per tutta la vita la riconciliazione con lei e la troverà soltanto quando la mamma muore come scoprirà la tenacia e la passione per la ricerca storica nella figura del padre che maltrattato e bistrattato dalla mamma resterà comunque al suo fianco per più di settant’anni.

Carrère ha dieci anni quando la mamma un giorno si presenta a casa con i capelli biondo platino e lui assiste così alla sua metamorfosi, è un’altra donna, dura come un ufficiale prussiano e per di più ha una relazione con un altro uomo, è una donna di successo ma proprio il successo e la gloria di questa donna in carriera segnano la fine della felicità, kolchoz adesso è un ricordo dolce ma solo un ricordo.

Gli crolla il mondo addosso, la mamma che lo inizia alla lettura con l’Idiota di Fëdor Dostoevskij, che gli insegna l’arte del leggere che lo farà diventare scrittore, questa mamma si allontana e lui cercherà dolorosamente di sanare questa ferita, cercherà di raggiungerla se non nella vita attraverso le sue opere, l’Avversario, Limonov ma soprattutto Un romanzo russo che segnerà invece una frattura profonda perché scoprirà l’indole e la vita da collaborazionista del padre della mamma, del nonno, disperso, forse fucilato per i suoi tradimenti, una vergogna per il ruolo ricoperto dalla mamma.

Questa consuetudine di celare e nascondere la realtà, la vera natura del padre, di non parlare del cancro che la sta divorando, questo atteggiamento ambiguo trasformano la mamma di Carrère nel vero volto della Russia così amata e poi così deludente per lo scrittore dopo l’invasione dell’Ucraina. La Russia è l’impero della menzogna di partito e di regime: presenta l’invasione dell’Ucraina come una operazione speciale quando invece dopo quattro anni sappiamo tutti che si tratta di una vera guerra di conquista. Non solo la mamma, non solo lo stesso Carrère, ma tutto l’Occidente ha sottovalutato le mire espansionistiche di Putin.

La Russia paese romanzesco in cui tutto può succedere si rivela così nemica dell’occidente e presenta il suo volto più spaventoso: la dittatura. L’abilità di Carrère sposta la sua vicenda di famiglia in un contesto internazionale quale la guerra in Ucraina e la fedeltà e l’amore verso l’immensa terra russa con la quale la mamma lo ha nutrito si incrinano e tra gli spiragli dei crepacci che si aprono emerge ancora la Russia letteraria e profonda che lo ha affascinato attraverso la figura materna.

Quant’era bello per Carrère leggere Jules Verne e il suo celebre romanzo d’avventura Michele Strogoff il corriere dello zar, che deve attraversare la Siberia invasa dai tartari per consegnare un messaggio segreto al fratello dello zar a Irkutsk, superando numerosi pericoli e un traditore, il famigerato Ivan Ogareff. Una distanza lunga cinquemila chilometri di steppa, cinque volte quanto è lunga l’Italia. Come non pensare alla vastità e al fascino delle distanze siberiane, le verste che storicamente dovettero dopo la disfatta fare a ritroso nella morsa del generale inverno Napoleone e la sua Grande Armata nel 1812 o Adolf Hitler che dal 1941 al 1943 subì sul Fronte Orientale con la Battaglia di Stalingrado la grande sconfitta che segnò la fine del nazismo.

Anche i soldati italiani vennero sconfitti nella Campagna di Russia del 1943 e dovettero ritirarsi drammaticamente affamati e senza mezzi nel gelo russo.

Carrère abbandona Dostoevskij che rappresenta il meglio e il peggio della Russia slavofila e antisemita per lo scrittore che almeno apre alle speranze di una Russia occidentale, Lev Tolstoj e il capolavoro “Guerra e pace” che diventa il suo romanzo.

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