Intervista ad Alessandro Bongiorni
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Alcuni giorni fa il sottoscritto Barman di Thriller Café ha avuto il piacere di partecipare a Sabato in Giallo presso la biblioteca Cassina Anna di Milano, e conversare con Alessandro Bongiorni a proposito del suo ultimo romanzo: “Uomini a pezzi“. Qui a seguire trovate una trascrizione della presentazione. Buona lettura.
[Giuseppe Pastore]: Bene, io inizierei dall’inizio, che mi sembra la cosa migliore. “Uomini a pezzi”, no? Sembra un titolo quasi metaforico, e invece si scopre da subito che i protagonisti sono veramente a pezzi. Come mai questo incipit così forte?
[Alessandro Bongiorni]: Il titolo nasce dal tema del romanzo, che è quello del traffico di organi. Da questo si capisce subito. Poi c’è anche il fatto che i tre protagonisti sono tutti un po’ “a pezzi” interiormente. All’interno di questa vicenda ognuno cercherà di rimettersi insieme come può, di tirarsi fuori pagando anche un prezzo importante. È un titolo che mi è venuto abbastanza semplice, ma che trovo emblematico.
[GP]: Come mai il traffico d’organi? Non è un tema che troviamo frequentemente all’interno della produzione letteraria.
[AB]: È vero. Cercavo qualcosa che non fosse stato già trattato, mi piace scegliere un tema e sviscerarlo. Questo romanzo fondamentalmente è un libro sul senso di colpa, affrontato però attraverso la tematica del traffico di organi. È una realtà di cui non si è parlato quasi niente e che si porta dietro un alone di leggenda, come la classica storia di chi si sveglia in albergo senza un rene.
[GP]: La classica leggenda urbana.
[AB]: Esatto, che non è reale. Però, andando a indagare e a fare delle ricerche approfondite, ho visto che c’è uno sfondo vero. C’è stata un’inchiesta importante in Kosovo, una in Sudafrica e qualcosa è successo anche negli Stati Uniti. La legislazione stessa, sia in America che in Cina, non ha una legge transnazionale che colpisca il traffico di organi come reato transnazionale, e questo fa riflettere. Questo è il quarto episodio della serie del vicecommissario Rudi Carrera. In ogni libro ho affrontato un tema diverso: nel primo c’era il traffico di eroina e le gang di latinos, poi la tratta delle bianche, il traffico di armi dall’Est Europa e gli incel nel romanzo precedente. Mi mancava questo quarto traffico importante. È stato difficile trattarlo perché si rischiava sempre di scadere nella banalità, evitando però lo splatter che sarebbe risultato respingente per il lettore. Non è facile comunicare un libro così, perché appena lo proponi ai firmacopie e dici “traffico di organi”, la gente si spaventa. In realtà le scene crude sono concentrate all’inizio, poi la narrazione segue i binari del noir senza esagerazioni.
[GP]: Quanto è stato difficile documentarti su questo tema?
[AB]: Molto, perché non si trova molto materiale. Ci sono un paio di inchieste e articoli della RAI, e poi un po’ di controinformazione e articoli del sottobosco. Per renderlo verosimile mi sono documentato personalmente. Ad esempio, ho avuto un colloquio con il dottor Caccamo, primario di chirurgia vascolare al Policlinico di Milano, che mi ha spiegato come funzionano i trapianti di organo, dandomi grossi spunti. Mi ha spiegato che il trapianto di fegato è difficilissimo e richiede tantissime persone. Poi ho parlato con il dottor Rombolà, ex primario dell’ospedale di Varese, che mi ha spiegato che il trapianto di reni, invece, paradossalmente si potrebbe fare anche in un sottoscala perché non comporta grandi perdite di sangue. Sono dettagli tecnici e medici che mi hanno aiutato a costruire la storia.
[GP]: Nei tuoi romanzi esplori spesso il Male. Qual è il tema portante profondo che sorregge l’intera architettura di questo libro?
[AB]: Il vero nucleo è il senso di colpa. In ogni mio libro sperimento dinamiche umane precise e, in questo caso, la storia si innesca con una scelta egoista di Rudi Carrera. Usa una giovane ragazza tossicodipendente come informatrice, promettendole di aiutarla a disintossicarsi solo dopo aver arrestato i criminali che sta seguendo. Nel frattempo, però, la ragazza muore di overdose. Questo tragico evento segna Carrera con un profondo senso di colpa che ne influenza l’intera parabola emotiva all’interno della narrazione. Se il libro precedente era incentrato sulla solitudine, questo scava nel rimorso e sulla mercificazione dei rapporti umani.
[GP]: È un punto di vista molto interessante. Oltre a Rudi Carrera, di cui parleremo tra poco ripercorrendo la sua storia, l’altra grande protagonista dei tuoi libri è Milano. Come vivi questa città come cittadino e come autore?
[AB]: Ho iniziato a scrivere molto giovane, verso i 23 anni. Ho cominciato a scrivere proprio perché volevo raccontare Milano, una città che ho sempre amato ma che vedevo raccontata in un modo che non mi convinceva del tutto. Ho iniziato ambientando i primi libri nella Milano romana: via Brisa, Corso Magenta, via Circo. Oggi c’è un percorso storico e culturale valorizzato, ma all’epoca non era così. Avevo molti amici milanesi che non erano mai stati a vedere le mura romane del terzo secolo o che non sapevano che Milano fosse stata capitale dell’Impero Romano, o che in via Circo ci fosse il secondo circo più grande d’Europa. Mi piaceva raccontare questa parte di storia, e la trama gialla è arrivata quasi come un pretesto. In ogni libro racconto come cambia la città. Non scrivendo un libro all’anno, ho il tempo di vedere come Milano muti velocemente tra una pubblicazione e l’altra. In questo romanzo, Rudi Carrera si sente spaesato nella Milano odierna. Nel mio primo romanzo, “La sentenza della polvere“, la zona romana era un quartiere borghese e silenzioso, senza bar o ristoranti. Oggi è piena di locali, movida e comitati di quartiere. Carrera andava lì a cercare il silenzio di notte, mentre oggi troverebbe solo caos. Sente la mancanza di quei punti di riferimento con cui aveva un rapporto viscerale.
[GP]: Rudi Carrera nei tuoi romanzi sembra portare un carico interiore sempre più pesante. Negli ultimi capitoli questa solitudine sentimentale sembra quasi schiacciarlo.
[AB]: Sì, sembra un po’ un masochista. Me lo porto dietro da quattro libri e ogni volta gli faccio capitare qualcosa di peggio. Essendo un romanzo noir, ci sono degli stilemi di genere che vanno rispettati, come il poliziotto solitario o tormentato. La sfida non è evitare questi stereotipi, ma utilizzarli e attualizzarli senza banalizzarli. È come per i western: non puoi fare un western senza metterci i cavalli, fa parte delle regole del gioco. A me piacciono le sfumature e le contraddizioni, non amo i personaggi totalmente bianchi o neri. Anche Carrera ha i suoi lati oscuri e violenti.
[GP]: La genesi del suo mal di vivere deriva dal suo passato o è cresciuta nel corso delle sue indagini?
[AB]: Non conosco nemmeno io l’origine profonda del suo malessere. Ho scelto di farlo partire da un determinato momento della sua vita, sapendo solo che ha ereditato una grande fortuna da uno zio. Però è vero che ogni indagine si intreccia strettamente con la sua vita privata e lo segna profondamente. Questa è una mia scelta deliberata, anche perché da lettore non amo i lieti fini. Mi piace che un libro lasci qualcosa e tocchi le corde di chi legge.
[GP]: Quali sono i tuoi autori di riferimento?
[AB]: Sono un grande appassionato della letteratura noir americana. Ho fatto la tesi di laurea su Elmore Leonard, il maestro dei dialoghi, e mi sono formato leggendo Edward Bunker, James Ellroy, Don Winslow, Ed McBain, David Peace e Derek Raymond.
[GP]: Chi ti conosce nota che sei una persona molto solare e sorridente, eppure metti in scena storie estremamente crude. Come concili questi due aspetti?
[AB]: Penso che tutti abbiamo un lato oscuro che di solito nascondiamo. Credo che quando si scrive, se ci si mette davvero l’anima, si parli sempre un po’ di se stessi, anche se mascherati dietro ad altri personaggi o dettagli secondari. A me viene naturale scrivere così, con uno stile crudo, frasi brevi e dialoghi diretti.
[GP]: Nei tuoi libri tratti spesso il tema delle subculture, come gli incel nel romanzo precedente o i trapper in questo. Come mai questa scelta?
[AB]: Perché mi piace raccontare la contemporaneità e calare le storie nel presente, senza però fare saggistica o lezioni sociologiche. Nel libro precedente ho affrontato il tema dei celibi involontari legandolo al fenomeno delle stragi scolastiche americane. Studiando quel fenomeno, ho scoperto che i siti utilizzati dagli stragisti americani avevano comunità attive anche in Italia, sebbene qui, fortunatamente, l’accesso alle armi sia molto più controllato. Anche per il mondo dei trapper mi sono ispirato alla cronaca odierna, ai fatti che leggiamo sui giornali. Fa tutto parte della realtà di oggi.
[GP]: Prima accennavi al fatto che hai quasi fatto sparire i tuoi primissimi esordi narrativi. Ora che pubblichi con una grande casa editrice come Mondadori, senti una maggiore responsabilità?
[AB]: Sì, ho fatti sparire i primi libri perché fanno parte della mia formazione e c’è un grande scarto rispetto a come scrivo oggi. Io ho fatto la gavetta nel vero senso della parola: per il mio primo romanzetto andavo in giro con le copie nello zaino a proporle alle librerie in conto deposito. Mi è servito molto per capire questo mondo. Ora con Mondadori ho la fortuna di avere una grande libertà autoriale. Certo, si lavora con un team più grande, con l’editor, i correttori di bozze e la redazione. Io lavoro con un editor eccezionale, Giordano Aterini, con cui mi trovo benissimo perché condividiamo la stessa visione della scrittura. Avendo un altro lavoro nella vita, non ho l’obbligo di pubblicare un libro all’anno a tutti i costi, e questo mi permette di prendermi i miei tempi per riflettere e scrivere. Pubblicare con un grande editore significa muoversi dentro una macchina enorme dove a volte è più difficile farsi ascoltare, ma non mi sento limitato nella mia scrittura.
[GP]: I tuoi primi libri verranno ripubblicati?
[AB]: Il primo della serie, “La sentenza della polvere”, è appena uscito negli Oscar Mondadori. Il secondo, “Niente è mai acqua passata”, spero venga ripubblicato l’anno prossimo, mentre il terzo è ancora facilmente reperibile nel circuito.
[GP]: Che tipo di scrittore sei? Quando scrivi segui una scaletta rigida o vai a braccio?
[AB]: Seguo una via di mezzo. Ho bisogno di una mappa generale con un inizio, uno sviluppo e una fine per non perdermi, ma non uso schemi rigidi capitolo per capitolo. Mi piace lasciar spazio all’improvvisazione se durante la scrittura mi viene un’idea migliore. Ad esempio, il finale di questo libro l’ho cambiato radicalmente sia mentre ci arrivavo, sia dopo averlo già inviato all’editore.
[GP]: Nei tuoi romanzi i personaggi femminili che ruolo hanno? Spesso oggi c’è la tendenza a dover inserire a tutti i costi figure di “donne forti”.
[AB]: Io non seguono le mode o il politicamente corretto a tutti i costi. Sono cresciuto circondato da donne – mia madre, mia nonna, le mie zie – e oggi ho una figlia femmina, quindi ho una certa familiarità con il mondo femminile, anche se dico sempre che capirle davvero è impossibile per qualunque uomo. Nel libro ci sono figure diverse: c’è una ragazza che fa una brutta fine proprio a causa di una scelta egoista di Carrera, e c’è il personaggio di Carmen, una donna della Milano bene, tutta rifatta e apparentemente superficiale, che vive un profondo dramma personale e familiare. Non cerco di creare eroine o paladine stereotipate, preferisco descrivere persone reali, con le loro debolezze e le loro fragilità.
[GP]: Tornando a Milano, rimarrà lo sfondo dei tuoi prossimi libri?
[AB]: Penso di sì, anche se forse in modo diverso. Scrivo di Milano perché è la realtà che conosco meglio, ma non escludo in futuro di cambiare prospettiva o di ambientare storie altrove, purché riesca a farlo mantenendo l’autenticità e senza cadere nei cliché.
[GP]: Cosa vedi nel tuo futuro di scrittore? Pensi che il ciclo legato al vicecommissario Carrera sia giunto al capolinea?
[AB]: Ho un personaggio del tutto nuovo in mente, e credo molto nel valore della fine. Viviamo in un mondo in cui nessuno vuole mai cedere il proprio posto — pensiamo ai capitani d’industria novantenni o ai politici radicati nei palazzi da cinquant’anni. Io trovo che saper chiudere una storia sia un valore fondamentale. Non voglio essere uno di quegli autori che trascina lo stesso protagonista per venti romanzi, anche perché consumo molto il personaggio dal punto di vista emotivo. Al momento, avendo anche una bambina piccola che non dorme la notte, la mia priorità è recuperare il sonno. Per scrivere ho bisogno di tempo per pensare e rielaborare. Tra l’ideazione e la stesura di un libro per me passano sempre un paio d’anni, quindi valuterò con calma i prossimi passi.
[GP]: C’è un aspetto di “Uomini a pezzi” che rischia di passare in secondo piano a causa della durezza della trama, ma che ritieni importante?
[AB]: Ci tengo a sottolineare che il libro ha anche una sua forte dose di ironia, a tratti quasi pirandelliana o grottesca. Pur trattando un tema drammatico e crudo, mi sono divertito a stemperare la tensione attraverso un linguaggio diretto e un ritmo serrato. Volevo che la materia complessa fosse veicolata attraverso una narrazione veloce e godibile, capace di intrattenere il lettore senza risultare esclusivamente opprimente. Anche le conclusioni delle mie storie non sono mai del tutto cupe o nette, preferisco i finali agrodolci e aperti che lasciano a chi legge lo spazio per immaginare il “dopo”.
[GP]: Cosa ti auguri che un lettore ti dica dopo aver letto “Uomini a pezzi”?
[AB]: Spero che mi dia un giudizio onesto. Mi fa molto piacere quando i lettori mi scrivono per dirmi cosa hanno amato del libro o anche cosa non li ha convinti. Lo scambio critico e sincero con chi legge è la parte più costruttiva e gratificante di questo lavoro.
[GP]: Mi sembra che ci siamo detti tutto e che sia andata bene…
[AB]: Direi proprio di sì, grazie per la chiacchierata e buona lettura.
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