Intervista a Renato Ariano
Ospite al bancone del Thriller Café abbiamo oggi Renato Ariano, autore del quale abbiamo parlato recentemente, introducendo il suo ultimo romanzo “L’enigma del canto rubato. Il tradimento di Dante“. Nell’intervista che segue, ci ha raccontato un po’ su di sé, sul libro e sui suoi progetti editoriali futuri. Buona lettura…
[Thriller Café]: Ciao Renato, benvenuto al Thriller Café. Prima domanda semplice: chi è Renato Ariano nella vita e come scrittore?
[Renato Ariano]: Dalla corsia alla corsa, con un libro sempre in tasca. Dopo anni passati a prendermi cura degli altri come medico, oggi mi dedico soprattutto alle mie due più grandi passioni: la scrittura e il running. Se non mi trovate alla scrivania a limare il mio prossimo capitolo, probabilmente mi incrocerete lungo qualche sentiero, intento a sfidare il tempo (e l’età) un passo alla volta. Credo che scrivere sia un po’ come correre una maratona: servono fiato, costanza e il coraggio di arrivare fino in fondo.
[TC]: L’idea di un canto aggiuntivo e perduto della Divina Commedia è il sogno (o l’incubo) di ogni filologo. Come è nata questa intuizione? C’è un aneddoto storico, una leggenda o un vuoto temporale nella biografia di Dante che ti ha spinto a chiederti: e se mancasse qualcosa?
[RA]: L’idea di un tassello mancante nel mosaico di Dante è il ‘sacro Graal’ di ogni filologo, un confine sottile tra la vertigine e l’ossessione. Per me, tutto è nato da quel confine.
Mi sono lasciato sedurre da una delle storie più affascinanti della nostra letteratura: il mistero degli ultimi canti della Commedia, che non si trovavano dopo la sua morte. Boccaccio ci racconta che fu l’apparizione di Dante, in sogno al figlio Jacopo, a rivelare dove si nascondessero gli ultimi tredici canti, murati in una parete. Come ha detto il professor Barbero, è una vicenda forse incredibile, ma proprio per questo irresistibile.
Mi sono chiesto: se la Commedia è stata salvata da un sogno, perché non immaginare che un segreto ancora più profondo sia rimasto sepolto? Ho seguito questa scia di nebbia e leggenda. Se la struttura del poema è un tempio perfetto di cento canti, l’intuizione di un centunesimo canto nasce proprio da questo ‘vuoto’ biografico e spirituale. Ho preso il testimone da Boccaccio e, lasciandomi guidare dai rigorosi criteri del professor Sorgente, ho deciso di varcare quella soglia. Non è solo un’ipotesi letteraria, è la sfida a un’architettura che credevamo definitiva: e se il viaggio di Dante non fosse finito dove ci hanno sempre raccontato?
[TC]: Il sottotitolo del romanzo è “Il tradimento di Dante“. Senza fare spoiler per i nostri avventori, di che natura è questo tradimento? Stiamo parlando di un Dante che tradisce i suoi ideali, o di un Dante tradito dai suoi contemporanei (o magari dai posteri)?
[RA]: Il vero tradimento non è quello commesso da Dante, ma quello subito da Dante. È il tradimento dei posteri, dei critici e persino di certe istituzioni che, nei secoli, hanno preferito ‘normalizzare’ un gigante scomodo. Ci hanno consegnato l’immagine di un Dante bigotto, un custode severo dell’ortodossia e dei dogmi, quando in realtà il suo cuore batteva per una rivoluzione radicale.
Dante sognava una Chiesa nuda, spirituale, che abbandonasse l’oro e il potere per tornare alla purezza delle origini. Era un uomo che sfidava l’ordine costituito, non un suo notaio. Dire che Dante è stato tradito significa ammettere che il suo pensiero più sovversivo è stato smussato, addomesticato e infine sepolto, per renderlo accettabile ai manuali scolastici.
Nel romanzo, indagare sul centunesimo canto significa proprio questo: andare a caccia di quella verità rivoluzionaria che qualcuno ha voluto cancellare. Il ‘tradimento’ è il velo di polvere che abbiamo steso sul fuoco del suo spirito.
[TC]: La dinamica tra il professor Sorgente e Alberto è affascinante. Da una parte l’erudito carismatico e sicuro di sé, dall’altra il trentenne precario che sogna la scrittura ma si scontra con la dura realtà di oggi. Quanto c’è di Renato Ariano nelle ambizioni frustrate e nei sogni di Alberto?
[RA]: In ogni pagina di un romanzo finisce, inevitabilmente, un frammento di DNA di chi lo scrive. Ma in Alberto non c’è solo un riflesso: c’è il battito accelerato di chiunque, oggi, provi a stringere un sogno tra mani che il precariato rende scivolose.
Alberto è lo specchio di una generazione che ha studiato per decifrare il mondo, ma che il mondo sembra voler ignorare. In lui ho messo quella fame di senso, quella voglia di lasciare un segno che spesso si scontra con il ‘muro di gomma’ della realtà quotidiana. Se il Professor Sorgente rappresenta l’erudizione che abbaglia, la certezza granitica di chi ha già un trono, Alberto è il ricercatore di luce che cammina nel buio.
C’è molto di me nelle sue ambizioni, ma c’è soprattutto la verità di chi sa che la scrittura non è un hobby, è una necessità. Alberto sogna Dante perché ha bisogno di una guida che non tradisca; io ho scritto Alberto perché volevo dar voce a chi non si arrende all’idea che la cultura sia un lusso per pochi o un reperto da museo. La sua fragilità è la mia, la sua ostinazione è quella che mi ha permesso di finire questo libro.
[TC]: Maneggiare la vita del Sommo Poeta e i segreti vaticani richiede un lavoro di documentazione enorme. Qual è stata la sfida più grande nel mantenere in equilibrio il rigore della ricerca storica e i ritmi serrati e adrenalinici che un thriller richiede?
Scrivere questo romanzo è stato come camminare su un filo teso sopra un abisso: da una parte l’accuratezza millimetrica del saggio storico, dall’altra l’urgenza elettrica di una caccia al tesoro.
La sfida più grande? Non permettere ai documenti di soffocare il respiro dei personaggi. Quando ti muovi tra le mura del Vaticano o tra le pieghe della biografia dantesca, il rischio è di restare prigionieri della nota a piè di pagina. Ma il rigore non deve essere un limite, deve diventare il carburante della tensione. Ogni verità storica che portavo alla luce non era solo un dato, era una freccia scagliata contro le certezze del lettore.
Ho dovuto trasformare il ‘già saputo’ in un’arma narrativa, facendo sì che i segreti dei secoli passati diventassero ostacoli fisici, pericoli reali per Alberto e il Professor Sorgente. In un thriller, la documentazione è lo scheletro, ma l’adrenalina è il sangue che lo fa correre. L’equilibrio perfetto l’ho trovato quando ho capito che Dante non è solo un monumento da studiare, ma un enigma vivo che, se interrogato nel modo giusto, sa ancora far paura
[TC]: Nel tuo romanzo, le mura vaticane nascondono segreti capaci di ribaltare la storia della letteratura. Perché, secondo te, a distanza di secoli la Chiesa e i suoi archivi inaccessibili continuano a essere l’antagonista perfetto e il ‘luogo oscuro’ per eccellenza nei thriller storici?
[RA]: La Chiesa è l’antagonista perfetto perché incarna il segreto per eccellenza: quello che viene custodito ‘per il nostro bene’ o per proteggere un dogma.
In un’epoca in cui tutto è a portata di clic, l’idea che esistano chilometri di scaffali sotterranei dove la verità è ancora scritta su pergamena e protetta da chiavi secolari è irresistibile. È il ‘luogo oscuro’ per eccellenza perché è lì che la Storia ufficiale si scontra con la Controstoria.
Nel romanzo, il Vaticano non è solo una scenografia, ma un organismo vivo che respira e nasconde. Quando tocchi Dante, tocchi l’anima dell’Italia e le fondamenta di un pensiero che la Chiesa ha dovuto, in qualche modo, addomesticare. Andare a cercare il centunesimo canto tra quelle ombre significa sfidare un potere che ha fatto del silenzio la sua arma più affilata. È la partita finale tra la luce della scoperta e il buio della conservazione.
[TC]: Il romanzo instilla nel lettore un dubbio importante: la storia che studiamo a scuola è spesso solo una facciata o una versione di comodo. Lavorando a questo libro, ti sei mai convinto che la storiografia ufficiale su Dante ci nasconda ancora dei segreti tangibili?
[RA]: La storia che studiamo sui banchi è spesso un ritratto rassicurante, un busto di marmo immobile. Ma lavorando a questo libro, ho capito che quel marmo ha delle crepe profonde.
Non è solo un sospetto: è la consapevolezza che la storiografia ufficiale è, per sua natura, un esercizio di selezione. Si sceglie cosa tramandare e, soprattutto, cosa smussare. Nel caso di Dante, ci è stato consegnato un ‘Padre della Lingua’ monumentale e ortodosso, ma se scavi tra i versi e i silenzi della sua biografia, emerge un uomo molto più pericoloso, un esule che non ha mai smesso di combattere contro i poteri del suo tempo.
Mi sono convinto che i segreti tangibili esistano eccome, ma non sono sempre nascosti sotto terra: spesso sono sotto i nostri occhi, mimetizzati tra le righe di ciò che leggiamo con troppa abitudine. La sfida del romanzo è stata proprio questa: trattare la Commedia non come un testo sacro intoccabile, ma come una mappa in codice.
C’è un Dante che la storia ufficiale ha cercato di ‘addomesticare’ per renderlo digeribile ai secoli. Io ho preferito seguire l’ombra di quello rivoluzionario, quello che faceva tremare i troni e le sagrestie. E vi assicuro che, una volta che inizi a vedere le discrepanze, non puoi più tornare a guardare il Sommo Poeta con gli stessi occhi
[TC]: Progetti futuri?
[RA]: Ho già un nuovo libro nel cassetto, un’opera di respiro diverso, ma con la stessa urgenza di verità. È la storia di un medico che attraversa l’uragano degli ultimi anni, testimone di una trasformazione che sta cambiando il volto della cura e del nostro diritto alla salute.
Proprio come per Dante, anche qui c’è una ‘storia ufficiale’ e una realtà sottostante, fatta di sfide etiche, burocrazie che schiacciano l’umanità e una tecnologia che corre più veloce della nostra capacità di comprenderla. Se il thriller dantesco era una caccia al tesoro tra i segreti del passato, questo nuovo lavoro è un’incursione in un presente che si sta sgretolando e ricomponendo sotto i nostri occhi.
Passo dal mistero del centunesimo canto al mistero dell’uomo moderno di fronte alla malattia e al sistema. Perché, in fondo, il compito di chi scrive è sempre lo stesso: squarciare il velo di comodo per mostrare cosa batte davvero nel cuore della tempesta.
[TC]: Vuoi aggiungere qualcosa prima di salutarci?
[RA]: Vorrei lasciare un’ultima riflessione a chi avrà tra le mani questo libro. Spesso pensiamo ai grandi classici come a oggetti immobili, confinati nei musei o nelle note scolastiche. Ma Dante è un incendio che non si è mai spento.
Scrivere di lui, cercare quel canto perduto e denunciare il tradimento della sua memoria, non è stato solo un esercizio letterario: è stato un atto di ribellione. Spero che il lettore, chiudendo l’ultima pagina, non si limiti a dire ‘che bella storia’, ma inizi a guardarsi intorno con sospetto, chiedendosi quante altre verità, proprio ora, siano murate dietro un silenzio istituzionale o nascoste sotto i nostri occhi.
Perché il vero viaggio di Dante non finisce nel 1321. Comincia ogni volta che qualcuno ha il coraggio di cercare la luce dove altri hanno imposto il buio. Vi aspetto tra le pieghe di questo segreto.
