Intervista a Emma Stonex

Intervista a Emma Stonex

Monica Bartolini
Protocollato il 12 Aprile 2026 da Monica Bartolini
Monica Bartolini ha scritto 133 articoli
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Con grande piacere diamo il benvenuto al bancone del Thriller Café alla scrittrice inglese Emma Stonex, della quale abbiamo da poco recensito l’ultimo romanzo “Un’ultima goccia di sole” (“The Sunshine Man“) edito da Mondadori.

Ecco a seguire quanto ci ha raccontato…

[Monica Bartolini]: Prima di tutto, Emma, vorremmo chiederti qualcosa di più circa la genesi di questo romanzo, del processo creativo e se c’è una qualche correlazione con il tuo libro precedente I guardiani del faro (The Lamplighters).

[Emma Stonex]: Beh, è stato un bel viaggio! Dopo la pubblicazione di “I guardiani del faro“, in realtà scrissi un romanzo completamente differente – circa il ritrovamento di un corpo non identificato nel Lake District in Inghilterra – ma il romanzo non andò mai in porto. Passai tre anni su questo progetto, scrivendo più di un milione di parole in quattro differenti bozze, ma non sono riuscita a mettere insieme tutta la storia. Poi, nella stessa settimana in cui avevo deciso di accantonare questo progetto difficile, l’incipit di “Un’ultima goccia di sole” saltò fuori dalla mia mente di notte, mentre stavo per addormentarmi: La settimana in cui ho sparato a un uomo dritto in testa è cominciata come tutte le altri… Ne rimasi immediatamente affascinata!

Capii subito chi stava parlando e come si sarebbe sviluppata la trama, e c’era qualcosa nell’essenziale arco narrativo della vendetta che sembrava magnificamente semplice, dopo il pasticcio del libro abbandonato. Avevo una donna in missione, Birdie, la sua preda, James Maguire, e la promessa che le loro strade si sarebbero incrociate in modo esplosivo. Sinceramente, questi personaggi sono stati al mio fianco fin dall’inizio: hanno iniziato a far scorrere pagina dopo pagina e mi hanno trasportato attraverso la trama come se fossero sempre stati lì, in attesa solo di una possibilità per venire alla luce. Il processo creativo è davvero strano; è in parte magia. All’epoca dissi a mio marito: perché non ho scritto Un’ultima goccia di sole subito dopo I guardiani del faro, invece di dedicare tutto quel tempo al libro che non funzionava? Ma lui mi ha fatto notare che non avrei potuto: “Un’ultima goccia di sole” è nato da quel progetto precedente; è nato da quell’esperienza e non esisterebbe senza di esso.

[MB]: A proposito, invece, del periodo storico in cui è ambientato “Un’ultima goccia di sole“, vorrei chiederti perché hai ambientato la storia tra il 1970 e il 1989 e non ai tempi nostri? L’omicidio potrebbe essere stato commesso nel 1989 e la vendetta di Birdie sarebbe attuale, per esempio, ma forse non avrebbe funzionato allo stesso modo?

[ES]: Mi fa quasi paura pensare che le storie ambientate alla fine del ventesimo secolo sono considerate ora come “historical fiction”… questo mi fa sentire davvero vecchia, ma in un certo senso quel periodo ha una certa storicità: i tempi erano diversi allora, e secondo me la principale differenza risiede nel fatto che non ci fosse internet. Questa è la ragione principale per cui ho ambientato Un’ultima goccia di sole tra gli anni ’70 e gli ’80. Volevo che Birdie e Jimmy ingaggiassero una caccia al topo vecchio stampo che non coinvolgesse cellulari o Google Maps o nessuna interferenza di internet. Volevo che Birdie fosse capace di scomparire dalla sua vita, di essere irrintracciabile e questo sarebbe stato complicato se la sua famiglia o i suoi amici le avessero mandato messaggi ogni cinque minuti. E’ anche un’epoca di cui mi sento a mio agio a scriverne. Sono nata nel 1983, ero quindi una bambina degli anni ’80 ma ricordo bene quei tempi e ne sono affezionata. Sono una persona nostalgica (penso che tutti gli scrittori lo siano) e quindi ambientare l’azione nel passato recente è risultato naturale. La maggior parte delle letture che aveva fatto sul sistema carcerario nel Regno Unito erano degli anni ’60 e ’70, quindi anche questo aspetto era congruente.

[MB]: Quello che ho amato di più nel tuo romanzo è stata la dinamica tra le personalità di Jim, Birdie e Providence, uniti peraltro da un destino comune: essere figli abbandonati dalle loro madri, non accuditi, non amati. E’ stato difficile per te, come donna e madre, relazionarti con questa delicata storia psicologica che riguarda bambini?

[ES]: E’ vero che i personaggi hanno più in comune di quanto pensassi e l’aver condiviso quella tragedia all’inizio li unisce, ma alla fine li divide. Non c’è bisogno che venga sottolineata ulteriormente l’importanza del rifiuto e dell’abbandono per i bambini nei primi anni di vita e le ripercussioni che ne conseguono. Per Birdie e Providence, c’è Nonna D, che si prende cura di loro e incarna il ruolo materno, mentre per Jimmy non c’è nessuno. Purtroppo, questo è il comune denominatore per tutti i carcerati di ogni dove: una carenza di accudimento nei primi anni di vita e di ruoli di riferimento, l’assenza di qualcuno che creda in loro e li incoraggi, che possa dire loro “Ti voglio bene”. Mi sono affezionata a Jimmy nel corso del libro perché mi sorprendeva costantemente. Per certi versi, è lui il Sunshine Man del titolo perché, nonostante l’oscurità in cui è nato, c’é uno spiraglio di luce in lui, piena di speranza e redenzione.

[MB]: Appena ho iniziato a leggere il romanzo ho immediatamente empatizzato con Birdie, ma quando irrompe il personaggio di Jim, è lui che si prende l’intera scena. Penso che sia un punto decisivo della trama che (quasi) completamente ci disorienta e ci spinge a riflettere circa la morale e i dubbi etici appena ci si cala più a fondo nella personalità di Birdie. Credo che la grande lezione del tuo bellissimo romanzo sia quella di non giudicare mai le persone superficialmente, perché ognuno può avere una ferita emotiva profonda o una motivazione sconosciuta persino a sé stesso con la quale deve fare i conti nella vita. E’ solo una mia interpretazione personale o era proprio il tuo intento?

[ES]: Grazie per questo riscontro. E’ esattamente quello che speravo quando ho ideato la storia. La mia più grande speranza con “Un’ultima goccia di sole” era quella di invitare il lettore a empatizzare con un personaggio che sta per commettere un crimine terribile. Iniziamo il romanzo, come dici tu, dalla parte di Birdie: la sua missione contro Jimmy, benché drastica, sembra giustificabile. Ma quando il punto di vista di lui irrompe nella narrazione, iniziamo a dubitare di cosa è stato detto fino a poco prima: chi sta dicendo la verità? Chi sta mentendo? A chi dovremmo credere? La fine del libro è racchiusa nella prima frase – “La settimana in cui ho sparato a un uomo” – così il lettore è immediatamente in direzione della conclusione.

Volevo che il lettore si sentisse a suo agio con quest’affermazione d’apertura, ma successivamente, mentre conosciamo Jimmy, la storia si fa complessa, e ci si inizia a chiedere se quella, in fin dei conti, possa essere la giusta fine; se davvero questo è ciò che il lettore vuole che accada. La mia speranza era di mettere alla prova le preferenze del lettore e di mantenere la bussola morale in movimento, in modo che il confine tra criminale e vittima diventasse labile. E credo che non dovremmo mai giudicare qualcuno in base alla cosa peggiore che ha fatto. C’è del male nel mondo e il male deve essere rimosso dalla società; ma moltissimi crimini sono più complessi di quanto appaiano a prima vista.

[MB]: Ringraziamo Emma Stonex per aver chiacchierato con noi con grande amabilità al bancone del Thriller Café. Prima di salutarla, però, vogliamo chiederle quali sono i suoi piani futuri.

[ES]: Grazie per avermi ospitata! Ho appena iniziato un nuovo romanzo, del quale sono davvero entusiasta. E’ una storia di fantasmi ambientata a Dartmoor negli anni ’70, ispirata a un mistero realmente accaduto. Occhio a questo spazio…

Photo Credit: Melissa Lesage.