Il silenzio delle rondini – Marco De Franchi
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Ci sarà molto sangue, lo sa?
Un’anafora che ricorre ne “Il silenzio delle rondini” di Marco De Franchi, edito da Longanesi.
Una promessa che fa da preludio all’anima nera del romanzo. È il filo rosso, ça va sans dire, che guiderà l’intera indagine. Infanzie guastate. Assassini poco più che bambini. Un movente che sfugge. I terreni paludosi della manipolazione, della fragilità umana. Le prime vittime? I genitori.
Innocenza o malvagità?
O… qualcos’altro.
Mentre le forze dell’ordine si aggrappano alla spiegazione più comoda (l’assuefazione da social) Valentina Medici, oggi dirigente presso lo SCO, Servizio Centrale Operativo di Roma, fiuta un disegno più oscuro, stratificato e organizzato. Con l’aiuto di Loris Manna, collega tenace ed esperto informatico, insegue una scia di sangue costellata di vicoli ciechi, fallimenti, ripartenze. E la tensione cresce.
C’è una visione che accomuna i giovani killer: gabbiani che piombano su uno stormo di rondini, straziate nel silenzio (da qui il titolo). Un silenzio che si ricompatta, si rigenera, si gonfia di nuove urla. Qualcuno, nell’ombra, addestra mani e menti innocenti.
I narratori si alternano tra Valentina (in terza persona focalizzata) e François Castaldi, che parla in prima. C’è anche una terza voce, inaspettata. Scopritela.
François Castaldi, commissario a Parigi nel XII arrondissement, è un manipolatore raffinato. Un seduttore intellettuale, eroe in pubblico e… mostro nel privato. Non solo il villain; è l’architetto della trama. La dirige, la modella e, quando serve, la narcotizza (e non solo in senso letterale). La carriera istituzionale è la maschera perfetta per la sua devianza.
De Franchi ne mostra le pulsioni più aberranti. Una su tutte, l’ossessione viscerale per la morte. A Castaldi non basta provocarla, vuole possederla. Dominarla. Assistere agli ultimi istanti, carpirne il mistero. E sono le morti a rispondergli.
Una notte, dopo aver visto il padre gendarme e un collega pestare un senzatetto recupera il manganello sporco di sangue e lo finisce provando – come confesserà – il furore estatico del suo primo omicidio. «Domani compirò dodici anni», dirà. Una frase che polverizza logica, etica e pietà. Il mostro è un bambino.
Tornato all’Europol, Castaldi avvia il progetto AWF (Analysis Working File) e, con mossa strategica, coinvolge la Medici: eroina imperfetta, segnata, resiliente. Sa che non rifiuterà l’offerta. Ufficialmente l’AWF nasce per combattere gli orrori della Geenna, guidata da Hannie Jannsen, la stessa che aveva torturato Valentina spingendola sull’orlo del baratro e dell’addio al distintivo.
In realtà, sotto la spietata regia di Castaldi, diventa il grimaldello per entrare ovunque: scene del crimine, cervelli, coscienze. Valentina, a sua insaputa, finisce invischiata nella rete che l’aveva distrutta.
Una chiamata la conduce a Livorno nel quartiere Venezia dove è stato ucciso Luigi Sbriglia. Suo figlio Matteo, di 8 anni, rapito dieci giorni prima racconta che il sequestratore lo ha costretto a scegliere: Chi devo uccidere, mamma o papà? Terrorizzato, Matteo ha indicato il padre. A Firenze, un secondo rapimento: Ernesto Diotallevi.
Stesso copione. Stesso orrore. Ed è solo l’inizio.
Con straordinaria abilità, De Franchi intreccia thriller, noir e indagine procedurale innervandoli di arte, letteratura, esoterismo e incursioni nel cinema horror. Spunta Morghen, cineasta italiano degli anni ’20 che proiettava film scandalosi in città in cui, poi, avvenivano delitti irrisolti. Nel 1940 si ritirò in Irlanda, dove la sua famiglia venne massacrata. Forse, dal figlio tredicenne.
Una maledizione che arriva fino al presente. E che Valentina dovrà tentare di spezzare.
Lo stile di De Franchi è asciutto ma curato, ricercato. Ogni parola è calibrata, l’orrore è esasperato ma non scade mai nel triviale. Ex Commissario Capo di Polizia, romano adottato da Livorno, l’autore costruisce un impianto narrativo solido, complesso e ipnotico. Il silenzio delle rondini è un romanzo che non concede tregua tra azione, colpi di scena, rivelazioni progressive, pause introspettive e accelerazioni improvvise che non allentano la tensione ma la preparano all’esplosione successiva. Alla deflagrazione.
Senza mai scivolare nel gore gratuito né nella truculenza fine a se stessa, De Franchi accudisce i dettagli, li cura. Alla sordidezza di certi ambienti e atmosfere fanno da contrappunto la grazia dei dipinti e delle campagne toscane. Il risultato è un realismo macabro, quasi da documentario.
“Il silenzio delle rondini” è una storia avvincente che non edulcora il male, non lo giustifica, non lo traveste. Oh, no. Te lo sbatte in faccia. E proprio quando pensi di aver capito… arriva un’altra scossa a destabilizzarti.
Gli americani lo chiamano book hangover, la “sbornia da libro”: quel vuoto che ti resta addosso quando, arrivato all’epilogo, reale e immaginario si sono talmente intrecciati che la mente non è pronta al distacco. È ciò che ho provato dopo le 502 pagine de “Il silenzio delle rondini“. Nonostante questo libro chiuda la trilogia cominciata con “La condanna dei viventi” e proseguita con “Il maestro dei sogni“, De Franchi non cede mai alla stanchezza narrativa: la tensione resta costante, il ritmo incalzante, la trama magnetica fino all’ultima pagina. Lo ammetto. Soffro di book hangover. Mi manca già.
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