Il nido del corvo – Piergiorgio Pulixi
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Esce per Feltrinelli, collana Narratori Noir, l’ultimo romanzo di Piergiorgio Pulixi, che si intitola “Il nido del corvo”. L’autore ha fatto precedere l’uscita del libro da un fondo molto interessante, che apre a nove colonne la pagina culturale di Repubblica dello scorso 16 gennaio, una sorta di manifesto poetico e programmatico nel quale Pulixi ci dice che il noir ha terminato la fase dell’investigatore eroico e selvaggio ed è entrata in quella del protagonismo dei territori. Non è usuale, cari avventori del Thriller Café, che le pagine culturali dei quotidiani siano occupate da considerazioni sulle letture che voi amate, né che siano gli stessi autori a farle. Conviene quindi conservare con cura questo articolo, perché non solo parla di un mondo che è il nostro, ma anche perché contiene riflessioni stimolanti e per nulla banali.
Fatto questo breve e doveroso preambolo, veniamo al romanzo. Siamo nella piana di Oristano, che, seguendo quanto scritto sopra, è l’indiscussa protagonista di questa storia. C’è un macabro ritrovamento che sconvolge gli investigatori Viola Zardi e Daniel Crobu (detto Corvo, da cui deriva il titolo); una mano amputata, perfettamente conservata e curata, abbandonata in un casolare nello stagno di Mistras. Le prime indagini permettono di scoprire che la mano appartiene a una giovane ragazza scomparsa nella zona e autorizzano un sinistro presagio. Un killer spietato terrorizza la zona e non si tratta di un improvvisatore, ma di qualcuno che prepara con cura le proprie azioni e non lascia nessuna traccia quando colpisce.
Se già nelle ultime opere Pulixi ci aveva fatto capire che la Sardegna stava diventando la protagonista assoluta delle sue storie, ne “Il nido del corvo” questa tendenza diventa lampante, proprio come l’articolo sopra introdotto aveva anticipato. Infatti, i luoghi che fanno da sfondo a quest’opera non sono più luoghi immaginari (come la Saruxi de “L’uomo dagli occhi tristi”), ma reali. Oristano e i territori che la circondano sono descritti con cura, con un linguaggio molto ricco e vivido, con una prosa ricercata e uno stile da cui traspare affetto, attaccamento, memoria. Non ci colpisce solo l’adrenalina della storia ne “Il nido del corvo”, ma anche la struggente e quasi malinconica bellezza delle ambientazioni, con queste pennellate che costruiscono dipinti e ci richiamano immagini vivide.
Pulixi costruisce un gran bel romanzo, che ha qualcosa del thriller incalzante alla Thomas Harris de “Il silenzio degli innocenti”, ma anche molta capacità di ricostruzione del contesto in modo raffinato, che assomiglia un po’ al Carlotto degli ultimi tempi (tra parentesi, anche lui passato dall’Alligatore alla descrizione “tagliente” della provincia veneta), di cui peraltro Pulixi è uno dei più importanti allievi e continuatori. Come in Harris (e in molti altri), c’è un’ossessione per i corpi, una sorta di ricerca perversa che fa da controcanto all’esplorazione di sapore naturalistico con cui viene descritto il paesaggio naturale. Il tutto dentro un paesaggio sociale che, liberato da una superficie apparentemente normale, rivela ampi squarci di desolazione e tristezza, solitudine e, permettetemi di dire, quasi volgarità.
Credo che proprio questa sia la cifra di questo romanzo (e di diversi suoi precedenti forse). Una composta, ma ferma e decisa ribellione alla normalità volgare (o volgarità normale, scegliete voi) di un certo atteggiamento provinciale nei confronti della vita, dove l’aggettivo provinciale è prima ancora che un’appartenenza territoriale una categoria dello spirito. Non conta chi sei o chi sei stato nella tua esistenza, ma conta il rigore e la dignità con la quale hai affrontato le cose. Quali valori ti hanno guidato. Così Daniel Corvo e, nonostante tutto anche Viola Zardi, tengono la schiena dritta e sanno affrontare le difficoltà che incontrano andando fino in fondo senza prendere in giro sé stessi e gli altri. Avendo il coraggio di guardare in faccia la realtà e la vita per quello che è. Senza scappare.
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