Il Thriller Café si sposta oggi in Sud America per parlarvi del thriller d’esordio di Vito Minervini, dal titolo “Il mistero delle Ande“: un romanzo che ha rapidamente scalato le classifiche di Amazon nella categoria thriller religiosi, vendendo oltre 500 copie in un mese.
La storia inizia a Londra, dove durante una lezione universitaria di archeologia viene mostrato un simbolo enigmatico. Una traccia del passato che condurrà la giovane studentessa di archeologia Amaya Yupanqui a un viaggio in terre lontane e verità perdute. Tra le Ande peruviane, antichi monasteri, collezioni private e documenti mai riconosciuti, Amaya, assieme alla sua coinquilina Francesca e a un controverso accademico, entra in contatto con una realtà che smentisce la storia ufficiale e che non tutti vogliono venga riportata alla luce. Tra quanti cercheranno di ostacolarla, anche un cardinale pronto a tutto pur di difendere un ordine millenario e un collezionista spagnolo deciso a svelare ciò che è stato tenuto nascosto per secoli. Ma il pericolo più grande non è nei documenti perduti, bensì nella decisione finale: cosa fare di una verità che può cambiare ogni cosa?
Questa in sintesi la trama de “Il Mistero delle Ande“, un romanzo che unisce l’indagine archeologica al thriller ideologico, mettendo in scena lo scontro eterno tra fede e ragione. Senza offrire facili risposte, ma costruendo una tensione crescente, pagina dopo pagina, fino a un epilogo che è una scelta morale, prima ancora che narrativa.
Se l’introduzione vi ha incuriosito, potete approfondire con la mini intervista all’autore e l’estratto che trovate a seguire.
Tre domande all’autore
Com’è nato questo libro?
Dopo aver letto molto – da Sitchin a Hancock, da Follett a Brown – mi sono sempre chiesto: e se ci fosse altro?
Non solo tra le righe della storia ufficiale, ma sotto, tra ciò che è stato cancellato, rimosso, dimenticato.
Il Mistero delle Ande è nato così: dalla voglia di costruire una storia che non desse risposte facili, ma ponesse domande scomode.
Una storia dove il mistero non è solo narrativo, ma culturale, teologico, umano.
E se fosse vero, cosa succederebbe?
Qual è la cosa che i lettori potrebbero apprezzare di più nel romanzo?
Secondo me ce ne sono diverse.
La prima è la caccia alla verità: una ricerca che attraversa luoghi, simboli, civiltà perdute.
La seconda è il conflitto: tra fede e scienza, tra potere e conoscenza, tra chi vuole nascondere e chi vuole rivelare.
La terza è la scelta: perché alla fine, il mistero non è solo da decifrare, ma da decidere.
E quella, nessun personaggio – né lettore – può evitarla.
I luoghi descritti nel romanzo sono reali?
Sì, tutti i luoghi del romanzo esistono davvero.
Dal Qorikancha di Cuzco alla Cueva de los Tayos nella giungla ecuadoriana: sono posti veri, visitabili, ma spesso dimenticati. Ognuno custodisce storie mai raccontate.
Io ho immaginato un legame tra di loro, usando la fantasia per costruire una trama.
Ma forse, sotto quella fantasia, qualcosa di vero c’è.
E a volte mi chiedo: non sarebbe male andarci davvero, un giorno…
Estratto
La cartina del campus era ormai consumata, con le pieghe sbiadite e gli angoli logori. Amaya la richiuse in fretta e risalì i gradini della stazione di Temple, subito inghiottita dal traffico della Strand. Il Tamigi passava poco distante, dietro gli edifici e i ponti dal centro. I taxi erano fermi da un pezzo, bloccati nella coda del primo mattino. Era in ritardo. Affrettò il passo.
Era al secondo anno di archeologia, ma quella mattina tutto sarebbe cambiato. Una frase, una sola immagine su quello schermo avrebbe riportato alla luce una traccia che nessuno si aspettava.
L’aula era piena. Il professore stava già parlando. Amaya si sedette in fondo, accanto a Francesca, e aprì il quaderno. Poi lo vide.
Sul proiettore, tra una fotografia di un affresco copto e un bassorilievo egizio, c’era un simbolo inciso nella pietra. Un cerchio spezzato da una linea obliqua, come se il sole fosse stato tagliato. Amaya si irrigidì. Quella figura non era solo un simbolo archeologico. Era qualcosa che aveva già visto, ma non nei libri. Nella realtà.
Le parole del professore diventavano ovattate. Quel simbolo non c’entrava nulla con l’Egitto. O forse sì. Ma lei lo conosceva da un altro luogo. Da un’altra storia.
Fu in quel momento che sentì di non avere più scelta. Doveva scoprire da dove veniva quel segno. E perché nessuno ne parlava.
Era cominciato tutto così. Con un’immagine apparsa per caso. O per errore. O per destino.
Booktrailer
Vito Minervini
Vito Minervini vive tra Roma e Londra, ed è autore e fondatore di un’agenzia di comunicazione.
Dopo anni nel mondo delle idee e della strategia, ha esordito nella narrativa con “Il Mistero delle Ande“, un thriller che intreccia archeologia, fede e potere.
Non nasce per intrattenere: nasce per mettere in discussione ciò che spesso diamo per scontato.
Scrive per chi non ha paura di farsi domande. E per chi, ogni tanto, trova il coraggio di non rispondere.

