Il Mangiatore di Pietre – Davide Longo
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Chissà perché se il cadavere di un uomo assassinato viene ritrovato in un bosco, su un pendio, su una mulattiera, ai piedi di un costone di roccia, insomma, in una zona montuosa o poco battuta che sia, la cosa desta un po’ più scalpore rispetto ad altri luoghi meno ameni. Forse la ragione sta nel fatto che il concetto di montagna, e per estensione tutto ciò che è poco urbanizzato per non dire incontaminato, con l’inalterato avvicendarsi delle stagioni e le imperturbabili ed eque leggi primordiali, stride al cospetto dell’innaturale atto attraverso il quale l’uomo strappa la vita a un suo simile.
Ciò nonostante, quando Cesare detto il Francese, un individuo solitario che vive sulle alture del Piemonte settentrionale a poca distanza dal confine transalpino, scopre nelle vicinanze di un bacino idrico il cadavere di Fausto, sua amicizia di vecchia data, ucciso da due colpi di arma da fuoco, il fatto non suscita un grande turbamento presso gli abitanti delle valli circostanti raggiunti dalla notizia. In molti sono convinti che certa gente “non sia destinata a morire nel proprio letto“, e questo vale anche, e soprattutto, per Fausto.
Simultaneamente alle forze dell’ordine, che inizieranno a fare domande a destra e manca, Cesare condurrà un’indagine personale nella vita di Fausto, del quale è stato una sorta di padre putativo e con cui ha condiviso un misterioso passato nel sovversivismo anarchico nelle vesti di passeur, ovvero traghettatore, la guida grazie alla quale i clandestini attraversano le frontiere. Cesare diverrà presto oggetto di alcuni pesanti atti intimidatori da parte di ignoti, ma il suo ormai sarà un irreversibile e spesso malinconico tuffo nel passato, nonché l’occasione per saldare definitivamente i conti con qualche vecchia conoscenza che, come tanti da quelle parti, ha molto da nascondere.
“Il Mangiatore di Pietre” di Davide Longo è un romanzo da non perdere. La cosa che mi ha colpito e tenuto incollato alla lettura è senz’altro l’effetto sinestetico provocato dalla costante presenza di assenza di rumore, tipica dei luoghi lontani dall’assordante civiltà, e che sin dalla prima pagina evoca la percezione di poter essere toccata con mano. Con le risposte quasi sempre evasive, e le prolungate pause cariche di aspettativa tra un’enigmatica frase e l’altra, si ha la sensazione che gli autoctoni vogliano identificarsi con il silenzio che ammanta le loro esistenze, convergendo in una schietta e dura rappresentazione del microcosmo montano e rendere ancor più tensiva e misteriosa la narrazione. Il tutto di pari passo con il sapiente utilizzo di bellissime metafore nelle descrizioni introspettive dei personaggi, delle attività quotidiane come il parto di una mucca e del meraviglioso panorama montano, sempre uguale ma sempre magicamente diverso in base al volgere della luce diurna, del clima e della flora e fauna che lo abitano. A impreziosire l’esposizione sono anche i vocaboli di lontana derivazione celtica tipici del patuà, l’idioma parlato nell’estremo nord ovest dell’Italia nato dalla fusione nel corso del tempo della nostra lingua a contatto con l’occitano e il piccardo.
Quando il Commissario Sonia Di Meo dice a Cesare, “In questa valle sembra che le parole vi facciano vergogna”, la risposta del protagonista è emblematica: “Qui tutti scontano qualcosa.”
E il bellissimo finale ne è la catarsi perfetta, il giusto e doloroso epilogo di un percorso di purificazione, insieme a un briciolo di speranza per la nuova generazione.
Dal romanzo è stato tratto l’omonimo film con Luigi Lo Cascio nei panni di Cesare.
Con l’espressione mangiatore di pietre del titolo si intende colui che ha un passato difficile alle spalle e ne ha “inghiottito” le emozioni, custodendole dentro di sé come macigni.
Davide Longo è nato a Carmagnola nel 1971. Ha all’attivo numerosi altri libri e scrive anche per la radio, il teatro e il cinema. Insegna alla Scuola Holden di Torino.
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