Il gioco della tigre e delle antilopi – Bernard Grandjean

Il gioco della tigre e delle antilopi – Bernard Grandjean

Editore: O Barra O
Giuliano Muzio
Protocollato il 26 Luglio 2025 da Giuliano Muzio con
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Cari avventori del Thriller Café, oggi recensiamo un nuovo capitolo delle avventure di Betty Bloch nelle regioni dell’Himalaya. Esce infatti, nella collana “In-Asia gialli” della casa editrice O Barra O Edizioni (traduzione di Andrea Da Glossari), un nuovo romanzo di Bernard Grandjean, che si intitola “Il gioco della tigre e delle antilopi”. E la nostra Betty, che, come sapete, è diventata collaboratrice dell’Università di Calcutta, giunta in Nepal per partecipare a un importante congresso scientifico, non perde occasione per sventare un importante traffico criminale, riuscendo come al solito a mettersi anche nei guai. Protagonista del romanzo, per così dire, è anche la chiru o antilope del Tibet, la cui minacciata estinzione Grandjean denuncia. Proprio per sventare un traffico di lana di chiru la nostra Betty finirà nei guai infatti.

Ma veniamo alla storia: Betty, come dicevamo, è in Nepal per un congresso e incontra una serie di personaggi già comparsi nei romanzi precedenti. Non solo Liu, agente cinese con cui ha una relazione travagliata, ma anche il professor Das, che deve declinare la partecipazione al congresso per motivi di salute, il maggiore Richardson, ufficiale del reggimento Gurkha e Mag, giovane hippie americana, incontrata nella storia precedente. Proprio incontrando Mag, che sfoggia un bellissimo scialle di lana di chiru, a Betty viene il sospetto che qualcosa non torni. Questi scialli sono infatti donati da un sedicente guru, di nome Swami Mahavidya, che aiutato dall’ex banchiere svizzero Ernst Sprori ha fondato una sorta di setta dedita allo sviluppo della misteriosa filosofia Kamayoga. Ci vorrà poco a Betty per capire che dietro questa setta si nascondono enormi misteri.

Grandjean condensa in questo romanzo tutta una serie di temi che gli stanno a cuore e che riprende dagli episodi precedenti. Innanzitutto, fin dal titolo, l’autore francese ci ricorda che il Tibet non è solo un territorio preda di interessi politico- strategici, ma anche luogo di devastazione ambientale. Territorio nel quale la Cina non riesce a garantire gli standard di qualità necessari, in questo caso la protezione di una specie in via di estinzione. E purtroppo, al centro di queste devastazioni ci sono spesso persone straniere prive di scrupoli, che utilizzano questi bellissimi luoghi per accrescere la propria ricchezza personale.

C’è poi molta ironia ne “Il gioco della tigre e delle antilopi”, un’ironia graffiante che si scaglia contro una serie di bersagli già al centro dei romanzi precedenti. Un apparato nazionale cinese che, a dispetto di una retorica che lo esalta come prototipo dell’organizzazione e della modernità, fa acqua da tutte le parti. Reprime spesso per il gusto di reprimere, mentre non è in grado di fare fronte ai problemi reali della popolazione. Si basa su strutture statali e militari che sono preda di lotte intestine e che diventano quasi grottesche per la loro incapacità.

C’è tutto un sistema che sta al confine tra il turismo, il pellegrinaggio e l’esplorazione avventurosa, che spesso è costituito da personaggi di dubbia moralità, che cercano di speculare sulla buona fede di chi invece vuole frequentare quella regione perché luogo di grande spiritualità. Tutto questo mescolato a imprenditori che talvolta sono anche in buona fede e cercano di creare ricchezza in una regione che purtroppo è ancora a livelli di povertà diffusa.

Tutto questo contorno fa da sfondo alla storia vera e propria, che come al solito è raccontata molto bene, con una sequenza narrativa avvincente, uno stile e un linguaggio gradevole e con una serie di personaggi che sono molto ben caratterizzati, dimostrando che Grandjean è un grande conoscitore del paesaggio naturale e sociale di quei luoghi. Senza contare ovviamente la nostra Betty Bloch, che storia dopo storia ci fa conoscere meglio la sua personalità e si fa apprezzare per quel mix di coraggio, ironia, cultura e fascino francese che fino ad ora ce l’ha fatta apprezzare. Come al solito quindi, mi sento di consigliare questa piacevole lettura.