Il colpo gobbo – Mickey Spillane

Il colpo gobbo – Mickey Spillane

Serie: Mike Hammer
Editore:
Redazione
Protocollato il 7 Settembre 2025 da Redazione con
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Ci sono libri che si leggono per la trama avvincente, altri per la qualità della scrittura o la caratterizzazione dei personaggi. E poi ci sono quelli come ″Il colpo gobbo di Mickey Spillane, originariamente pubblicato nel 1951 con il titolo ″The Big Kill″ e oggi riproposto in italiano, nell′efficace traduzione dall′inglese di Emanuela Foglia, da Fanucci. Sono romanzi che si leggono soprattutto come testimonianza di un’epoca e di un genere, il cosiddetto ″hard boiled″. Dimentichiamoci, quindi,il giallo deduttivo e immergiamoci in una descrizione realistica del crimine, della violenza e, in misura minore, considerata l′epoca in cui il libro fu scritto, del sesso.

Mike Hammer, investigatore privato newyorchese, è uno dei personaggi più famosi e controversi della ″crime fiction″ statunitense. È cinico, brutale, misogino con elevato dosaggio di misantropia, e armato della sua inseparabile pistola calibro 45. Leggere questo romanzo oggi è come fare un viaggio nel tempo, dentro un mondo narrativo fatto di bische clandestine, locali equivoci, pioggia battente e una giustizia fai-da-te che passa prima dal grilletto di una pistola e poi, forse, dall′ aula di un tribunale.

Non è, evidentemente, un noir moderno: è un reperto narrativo, un pregiato pezzo da museo letterario che, con tutti i suoi limiti, continua, imperterrito, ad affascinare. Non per niente l′editore sta ristampando, in ordine cronologico, i romanzi con il più famoso protagonista uscito dalla macchina da scrivere di Spillane.

Tutto inizia in una notte di pioggia torrenziale. Mike Hammer sta bevendo in un bar malfamato quando vede entrare un uomo inzuppato d′acqua, con in braccio un bambino. L’uomo beve un paio di drink, lascia il piccolo su un divanetto e scappa nella tempesta. Pochi secondi dopo, viene crivellato di colpi e muore davanti agli occhi del detective.

Da quel momento, Hammer si prende cura del bambino e, soprattutto, decide di farsi carico della vendetta del pupo appena reso orfano. L’indagine non è un incarico professionale, ma una questione personale, che lo trascina tra gangster di quartiere, poliziotti rassegnati e vecchi regolamenti di conti. A fare da sfondo: bar fumosi, locali di striptease, spogliarelliste che ″sganciano i bottoni″ per qualche dollaro in più, Buick assassine e il costante odore di alcol e sigarette.

Mickey Spillane non scrive romanzi: spara cartucce. Le sue frasi sono brevi, dirette, senza fronzoli. C′è una caratteristica che salta subito all′occhio in ″Il colpo gobbo″: l’uso massiccio di similitudini e metafore. Non c′è descrizione che non diventi un’immagine iperbolica, colorita, quasi cinematografica.

Esempi? Eccone un paio riferiti a un evento atmosferico banale come un temporale:

  • ″La pioggia artigliava le finestre del bar come un gatto arrabbiato.″
  • ″Un milione di dita tamburellavano a un ritmo costante e folle sulle finestre.″

Sono frasi che non cercano l’eleganza, ma l’impatto visivo ed emotivo. E lo trovano. Spillane vuole che il lettore non solo ″veda″ la scena, ma se la senta addosso, quasi come un pugno nello stomaco. È uno stile che oggi può sembrare eccessivo, a tratti kitsch e caricaturale, ma che ha fatto scuola nel noir americano e non solo. Sono le origini e bisogna prenderne atto.

Hammer racconta la storia col suo tono rabbioso e disincantato, e il mondo che vediamo è il suo, senza mediazioni. Se le similitudini sono sopra le righe, è perché lui stesso lo è: un uomo che odia il genere umano che si prende cura di un bambino con una tenerezza quasi, per lui, imbarazzante.

Qui arriviamo al punto più problematico del romanzo dal punto di vista del contenuto. Le figure femminili sono ridotte a stereotipi: la segretaria fedele, la spogliarellista, l′ attrice che usa il suo corpo per arrampicarsi al vertice della società. Le donne non sono mai protagoniste attive, e quando Hammer parla di loro, lo fa con battute che oggi risultano francamente inaccettabili e, per questo motivo, vanno considerate nel loro contesto storico.

Una delle più emblematiche è questa:

″Mi fece accomodare su una grande sedia e scomparve in cucina, dove emise tutti i suoni piacevoli di una donna nel suo elemento.″

Non certo una frase che godrebbe di grande popolarità ai nostri giorni, ma che mostra bene la mentalità dell’epoca e del genere. Leggere Spillane significa anche fare i conti con questo sessismo di fondo, che non va né ignorato né minimizzato, ma contestualizzato. Allo stesso tempo, è utile evidenziare come il noir degli anni ′50 fosse scritto da uomini, per uomini, con una visione del mondo rigidamente maschile, se non maschilista.

Se c’è un elemento che ″Il colpo gobbo″ rende bene, è l’atmosfera. Gran parte del romanzo si svolge di notte, sotto la pioggia, tra bar fumosi e locali equivoci. Ogni angolo della città sembra marcio, ogni personaggio ha qualcosa da nascondere, e persino un piccolo bambino non è così innocente come potrebbe apparire.

La New York di Spillane non è mai romantica: è un formicaio che pullula di ubriachi, gangster, donne disperate e poliziotti che arrivano sempre in ritardo. I protagonisti sono loro, gli ultimi, come ci ricorderebbe lo scrittore di noir Derek Raymond. È un palcoscenico dove Hammer recita la sua parte di giustiziere solitario, più duro della pietra, più inflessibile della legge che, nella giungla urbana, punisce solo chi non ha santi in paradiso.

″Il colpo gobbo″ non è un romanzo ″bello″ secondo i canoni contemporanei. Non ha raffinatezza psicologica, non ha ambiguità morali, non ha rispetto per la sensibilità dei lettori (quantomeno quelli attuali). Ma ha qualcosa che ancora oggi colpisce nel segno: energia narrativa pura, brutalità coerente e un protagonista indimenticabile, nel bene e nel male.

Si legge non per la particolare complessità della trama (che è piuttosto lineare), ma per la forza del personaggio principale, per l’atmosfera che trasuda dalle pagine e come testimonianza storica del genere. È un libro che mostra esattamente come e perché il noir degli anni Cinquanta sia diventato quello che conosciamo oggi.

Un romanzo datato, maschilista, esagerato e spesso sopra le righe. Ma anche un classico del noir, da leggere con spirito critico, come reperto vivo di un’epoca e di un modo di raccontare. Per chi vuole capire davvero le radici della narrativa di genere contemporanea e non ha paura di sporcarsi le mani.

Recensione di Enrico Ruggiero.

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