Il canto del corvo – Paolo Lanzotti
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“Il canto del corvo” di Paolo Lanzotti, pubblicato dall’editore tre60 il 27 febbraio di quest’anno è il sesto thriller storico della serie dedicata alle indagini dell’inquisitore detective Marco Leon.
Non ho letto gli altri cinque che lo hanno preceduto ma sono entrato subito lo stesso in questa Venezia settecentesca e non dal portone principale ma da una porta più importante e certamente non secondaria in questa città: la porta d’acqua come la chiama da buon veneziano Lanzotti che con questo romanzo storico ci porta nella sua città, Venezia nel 1754, alla vigilia della più importante festa religiosa, la festa del Redentore, quando la città nel fervore dei preparativi della festa viene interessata da un omicidio che nasconde forse intrighi, congiure e cospirazioni che minacciano la repubblica e il suo governo.
Il detective Marco Leon, alias il Leone di San Marco che ha già nel nome il suo destino di personaggio, in quanto simbolo di giustizia forza e coraggio della città, si trova ad indagare sulla morte di Vittorio Righi valletto di casa Manfrè Veniero ad opera del giovane scapestrato e arrogante patrizio Guido Manfrè Veniero. Alvise Geminiani, capo degli Angeli Neri, il corpo segreto dell’Inquisizione, teme che qualcuno stia preparando un colpo di Stato e corre ai ripari, mentre la fidanzata di Guido, Cecilia Todesco lo implora di intercedere per salvare il suo innamorato. Questo delitto all’apparenza ordinario e insignificante andrà invece ad incastrarsi con altre ben più gravi vicende che richiederanno tutto l’acume e l’intelligenza del nostro detective Marco Leon per venirne a capo.
Se la Parigi dei Miserabili di Victor Hugo o di Emile Zola ci hanno impressionato per il realismo e il naturalismo descrittivo in forma romanzata e per l’aria di mistero della Parigi sotterranea e dei suoi interminabili cunicoli di fognatura nei quali si rispecchiano le anime nere del peccato, Venezia non è da meno per il mistero e il fascino delle sue notti e il suo sottosuolo non è altro che la bella laguna teatro di morti rinvenuti per caso a galla accoltellati o semplicemente adagiati di nascosto di notte dopo il delitto e affiorati di giorno dalle nefandezze che si consumano nel buio delle calli dei campielli e dei sestieri dietro la sfolgorante bellezza turistica quotidiana che ha trasformato perfino il Ponte dei Sospiri dei condannati a morte nel ponte degli innamorati in viaggio di nozze. La trasfigurazione della realtà, questa è Venezia e i luoghi così famosi ed emblematici del romanzo rimandano a viaggi e itinerari letterari narrati da tanti scrittori che hanno visto i posti che tutti hanno ammirato, i luoghi simbolo di Venezia, piazza San Marco, la Giudecca, il convento francescano di Santo Spirito diventato una prigione di passaggio nella quale si depositano i ribelli, gli autori abbienti di malefatte e perché no anche quelli incapaci di intendere e di volere ossia i pazzi ai quali è venuto meno il lume della ragione ma con una luce nuova.
Una storia incentrata sulla classe aristocratica ma che di riflesso descrive gli strati sociali più poveri, carcerati, prostitute, gentaglia che contrasta con i ricchi e gli aristocratici che in questa Venezia della seconda metà del 700 sono al culmine della ricchezza, del lusso sfrenato e guarda caso anche della perversione. Tutta la storia inizia e finisce con la vicenda di un giovane patrizio dedito alla vita dissoluta, alla droga in voga in quegli anni, il laudano, amante delle donne del buon vino e delle serate proibite. Questo giovane per salvarlo dalla forca e dalla condanna a morte viene imprigionato grazie ai favori del potente zio Enzo Maria Veniero nel convento francescano di Santo Spirito perché accusato di avere ucciso il valletto che presta servizio tra i domestici della nobile famiglia Manfrè. Il caso considerato di poco conto viene affidato a Marco Leon reduce da una lunga convalescenza l’investigatore settecentesco che comanda la squadra degli Angeli Neri una specie di polizia segreta della repubblica di Venezia agli ordini dei tre avogar. Avogaria de Comun è l’avvocatura comunale, un’istituzione i cui membri, chiamati avogadori de comùn, hanno l’incarico di curare e difendere gli interessi di Venezia e delle famiglie patrizie, una specie di Avvocatura dello Stato ante litteram. Quella veneziana non è l’aristocrazia feudale che basa il suo potere sui possedimenti terrieri ma è un’aristocrazia che fonda il proprio potere politico sul commercio marittimo e sulle abilità marinaresche che assumono nella città lagunare un’enorme importanza e un grande prestigio. Gli avogadori hanno un potere enorme a salvaguardia della legalità costituzionale di Venezia e controllano l’operato dei Camerlenghi, i magistrati addetti alla finanza e dal 1400 possono rinviare a giudizio anche il Doge in persona. Gli Avogadori devono essere persone con grande esperienza nella gestione della res pubblica ma soprattutto di una moralità integerrima. Che succede se uno degli Avogadori è in odore di corruzione? Tra i compiti di Marco Leon e degli Angeli Neri c’è anche questo di controllare che questo elemento corruttivo non intacchi la carica istituzionale più importante di Venezia. Gli Angeli Neri sono al servizio dei tre Avogadori-Inquisitori dello Stato, un tribunale segreto incaricato di vigilare sulle spie, i traditori e la sicurezza dei segreti di Stato. Marco con questo mandato si recherà proprio nel convento dove è detenuto Guido per procedere al più classico degli interrogatori e ci andrà in maschera come si usava allora. Scopriamo così che le maschere a Venezia non sono ascrivibili solo al Carnevale, ma sono utilizzate dai Veneziani anche nelle altre occasioni della vita cittadina, i Veneziani si mascheravano spesso durante l’anno in affari rischiosi, come il gioco d’azzardo o i loschi scambi fra mercanti e contrabbandieri; chi era mascherato non poteva essere arrestato per le sue condotte al limite della legalità, ma non erano solo i poveracci a mascherarsi, anche i nobili si mascheravano per nascondere atti e azioni al limite del consentito per godere di un certo anonimato che gli consentiva di travalicare i limiti imposti dai costumi e dalla moralità. Così Marco si reca ad interrogare Guido nella prigione del Convento con la baùta e il famigerato cappello il tricorno per celare il proprio stato d’animo al giovane e carpirne così nell’anonimato i dettagli di una vicenda molto intricata. Mai come in questi giorni di referendum nato per mettere ordine nella magistratura e nelle correnti a rischio anche di abrogare alcuni articoli della nostra Costituzione ritorna il tema ricorrente delle toghe rosse nate per la prima volta proprio a Venezia.
Paolo Lanzotti, presumo inconsapevolmente in questo libro, ripropone il tema del potere dei magistrati e dei contrappesi politici con i quali si cerca di arginare il difficile equilibrio tra giustizia e governo, tra potere legislativo e potere politico. L’abito dei tre magistrati è formato proprio da una tunica rossa. Nel corso del romanzo si intuisce che il male paventato all’esterno e il complotto contro Venezia, sta invece covando all’interno del suo governo e proprio nella classe aristocratica che detiene il potere sulla città. Evidentemente questo potere alla fine quando è troppo straripa come l’acqua alta che invade Venezia e a nulla valgono le paratie create ad arte per difenderla, come le leggi e i regolamenti del Consiglio dei Dieci, dei Quaranta e del Doge. Si tratta pur sempre di esseri umani che in fin dei conti dietro l’apparente etica moralistica grazie al denaro e al mancato controllo o alle mancate verifiche soccombono di fronte ai vizi del gioco e del sesso e allora possiamo anche convincerci che alla fine il potere logora le fondamenta di Venezia e di chi ce l’ha in buona pace per tutti i poveri e diseredati che non ce l’hanno. Intanto la laguna cinematografica delle cartoline a un certo punto diventa grazie all’ottima ricostruzione storica dell’autore bilanciata da una buona vena di fantasia un essere mostruoso che arricchisce uno strato della società ma inghiotte i più deboli e i diseredati. Venezia di notte è degradata, dominata dalla violenza e dal vino delle bettole malsane in cui stazionano personaggi poco raccomandabili. La Venezia aristocratica e borghese mostra il suo vero volto che è quello della frenesia e del guadagno alla ricerca del denaro e del suo possesso conteso da oscuri commercianti e contrabbandieri di sale e di tabacco principalmente. Ma la vicenda che Marco Leon deve affrontare non è solo quella del giovane Guido e del suo destino, ci sono intrighi e coincidenze nel romanzo che fanno intravedere qualcosa di più grande, qualcosa che è in arrivo e che può mettere in pericolo Venezia e la sua classe dominante. L’indagine investigativa di Marco Leon e dei suoi Angeli Neri mira a difendere la Serenissima e storicamente sappiamo che in realtà Venezia potrà continuare ad essere la potenza marittima di sempre e a mantenere la sua egemonia almeno fino alla fine del Settecento quando Napoleone Bonaparte con il trattato di Campoformio del 1797 la consegnerà all’Austria e decreterà la fine della Repubblica. Ma fino a quella data quanti intrighi e quante congiure e quanti complotti e cospirazioni. Nel porto di Venezia ha attraccato la San Giuseppe Padre un vascello che trasporta armi di contrabbando. Il comandante della nave il greco Dimitris Karagiannis ha portato le armi per sovvertire la Repubblica? Il sospetto è grande.
Paolo Lanzotti si muove agevolmente sul terreno del romanzo storico e con la saga di Marco Leon riesce a rendere attuale e moderna direi quasi contemporanea una storia e un racconto che si svolgono trecento anni fa ma sembrano accaduti ieri, se non proprio oggi. Per questo amo la fantasia letteraria e l’inventiva degli scrittori che emerge stupendamente grazie al carattere proprio del romanzo storico. Può sembrare una letteratura d’evasione che ci fa lasciare nei momenti piacevoli della lettura la realtà del presente, a volte dura e senza via d’uscita, ma nel momento in cui avviene questa evasione dal carcere del presente ci ritorniamo e lo affrontiamo con cognizione di causa e proprio grazie al libro che stiamo leggendo. Lanzotti non è il primo scrittore a scrivere di Venezia, lo hanno fatto in tanti e non è neanche il primo scrittore veneziano ad ambientare le sue storie proprio nella città dove è nato. Chi meglio di un veneziano può scrivere di Venezia? Lo ha fatto Fulvio Ervas con “L’insalvabile“, lo ha fatto nel 1933 Ferruccio Folin con il suo fornaretto, Venezia è la città per antonomasia delle ambientazioni letterarie più famose, sia nei classici che nei moderni e contemporanei gialli e romanzi storici soprattutto. Basti pensare a Thomas Mann e al suo capolavoro “La morte a Venezia“, o al grande drammaturgo William Shakespeare con “Il mercante di Venezia“. Ma anche Ernest Hemingway fu ispirato da questa città per “Di là dal fiume e tra gli alberi” o Henry James con “Il carteggio Aspern” e “Ritratto di signora“.
Molti autori italiani e contemporanei si sono cimentati nel genere del giallo e del romanzo storico in particolare perché la città si presta bene al mistero e per la sua conformazione e per l’acqua che evanescente la sostiene e che non a caso Sigmund Freud la individuava come la pericolosa e fluttuante sede dell’inconscio e delle emozioni. Forse per questo è la città più amata da due grandi viaggiatori di tutti i tempi Marco Polo e Goethe
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