I sei delitti di Daphne St. Clair – MacKenzie Common
Hai presente quei libri che sembrano guardarti dallo scaffale con un sorriso beffardo, come per dire: “Pensi di aver letto abbastanza gialli per non sorprenderti più leggendone uno? Sbagliato!”
“I sei delitti di Daphne St. Clair” di MacKenzie Common è uno di quei romanzi.
Si presenta con l’aria di un thriller elegante e posato, una confessione tardiva da parte di una vecchia signora che vive in una residenza per anziani di lusso in Florida.
Una donna distinta, Daphne, che a novant’anni decide di chiamare la polizia e confessare non uno, ma sei omicidi commessi nel corso della vita!
Un atto clamoroso che punta il faro dell’attenzione pubblica su di lei e la trasforma in una star dei podcast true crime. Ma Daphne non vuole raccontare la sua storia a chiunque: sceglie Ruth Robinson, una giovane podcaster ancora sconosciuta, ma affamata di attenzione, che si ritrova così tra le mani la storia della vita. O si tratterà della storia della morte? Dipende da che punto di vista la si guardi.
Il romanzo si dipana con un registro narrativo originale: una serie di confessioni frammentate, episodi che sembrano usciti da una sceneggiatura audio, dialoghi che paiono pronti per essere montati con gli effetti sonori di un abile sound engineer.
Leggere “I sei delitti di Daphne St. Clair” è un po’ come ascoltare un podcast con le cuffie: uno di quelli costruiti bene, dove ogni voce ha un peso e ogni pausa è un indizio.
Daphne racconta la sua vita saltando nel tempo, tra un’infanzia trascorsa nel Dust Bowl canadese e la vivace New York degli anni ’70. Lo fa con una voce ironica, affilata, piena di fascino e ambiguità. È difficile capire se dice la verità o se sta recitando la parte della protagonista del suo stesso spettacolo. E più si va avanti, più ci si accorge che ogni racconto è una trappola narrativa, una mossa in un gioco più grande in cui la posta in gioco è la credibilità stessa.
A rendere tutto ancora più affascinante è il rapporto tra Daphne e Ruth. L’anziana e la giovane si scrutano a distanza, si seducono, si manipolano. Ruth vorrebbe restare distaccata, professionale, ma finisce inevitabilmente risucchiata nel vortice di quella storia, forse perché Daphne le ricorda qualcosa che non ha mai avuto il coraggio di diventare. O forse perché Ruth stessa sta cercando un modo per riscrivere la propria identità attraverso la narrazione.
In questa danza tra confidenza e controllo, il romanzo diventa anche un’esplorazione sottile del potere dello storytelling, di quanto le storie che ci raccontiamo possano essere usate per cambiare la percezione di noi stessi e degli altri. E alla fine, quando pensi di aver capito chi delle due è la più lucida, la più spietata, la più vera… ecco che tutto cambia!
MacKenzie Common costruisce un racconto stratificato, intimo e teatrale, e allo stesso tempo acido e lucido nella critica alla spettacolarizzazione della violenza, del fascino morboso che esercitano le confessioni e i personaggi “cattivi”. Non c’è nessun romanticismo nella figura di Daphne. È una donna pericolosa, ambigua e tagliente. È tutto tranne che rassicurante. Ed è per questo che funziona così bene: perché ti costringe a metterti in discussione, mentre seduce anche te insieme a Ruth.
Il finale, poi, è un piccolo capolavoro di ambiguità. Non tanto per lo shock del colpo di scena (che pure c’è), quanto per la domanda che lascia sospesa… Abbiamo davvero bisogno della verità o ci basta una storia che soddisfi i nostri bisogni?
“I sei delitti di Daphne St. Clair” non ti accompagna verso la soluzione, ti spinge a scegliere da che parte stare. Anche se non è detto che tu riesca a farlo davvero. E questa consapevolezza ti accompagna ben oltre lo sfoglio dell’ultima pagina.
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