I delitti di Marble Hall – Anthony Horowitz
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Torna in libreria il talentuoso scrittore britannico Anthony Horowitz con il terzo volume della saga dell’editor Susan Ryeland e del detective Atticus Pünd, “I delitti di Marble Hall“, un tomo di più di cinquecento pagine tradotto da Francesca Campisi e pubblicato da Rizzoli nella collana Nero Rizzoli. Il libro segue a “I delitti della gazza ladra” (Rizzoli 2022) e “I delitti della bella di notte” (Rizzoli 2023).
Ancora una volta, come già nei due romanzi precedenti, la vita dell’editor Susan Ryeland è legata a doppio filo con le vicende dell’autore più famoso e controverso che ha seguito – l’ormai defunto Alan Conway – e del suo personaggio più noto ed amato, il detective Atticus Pünd. Di ritorno da Creta, dopo aver posto fine alla relazione con il suo fidanzato Andreas, Susan deve riorganizzare la sua vita e si ritrova per le mani la proposta di una nota casa editrice londinese: un romanzo di continuazione dei casi del detective Atticus Pünd, affidato ad una vecchia conoscenza di Susan, il problematico Eliot Crace. Eliot finora ha scritto libri di scarso successo, ma è il nipote di Miriam Crace, la defunta, osannata, ricchissima autrice di una fortunatissima serie di libri per bambini. Il cognome Crace, quindi, dovrebbe attirare pubblico sul nuovo libro di Eliot… per il resto, spetta a Susan far sì che sia un buon libro, all’altezza dei precedenti del detective Pünd. Leggendo la prima parte del manoscritto, Susan scopre con piacere che quanto scritto da Eliot funziona, ma non sarà facile gestire i colpi di testa dell’autore: la storia raccontata nel giallo di Pünd ha molti, troppi legami con la vita e la storia familiare dei Crace, specialmente di nonna Miriam ed Eliot sembra avere tutte le intenzioni di far scoppiare una bomba mediatica e familiare. E se Miriam non fosse l’anziana, amorevole scrittrice che tutti immaginano? E se fosse molto diversa da come la dipinge la fondazione a lei dedicata? E se, soprattutto, non fosse morta per cause naturali? Troppo presto, Susan si ritrova invischiata in un guaio più grande di lei e molto, molto pericoloso.
Ebbene, come avrete certamente intuito – e come i lettori dei precedenti volumi già sapranno – siamo di fronte ad un metaromanzo, ossia ad un giallo nel giallo: c’è la storia di Susan ed Eliot, ambientata nel presente, fra Londra e Marble Hall, e poi c’è il giallo scritto da Eliot, con protagonista Pünd, ambientato nella Francia meridionale negli anni 50. Di solito operazioni come questa possono risultare rischiose – ci vuole poco per ritrovarsi in un guazzabuglio senza fine – ma direi che non è questo il caso: questo giallo nel giallo mi è sembrato decisamente riuscito e, di più, l’ho trovato proprio appassionante. Ho apprezzato molto il cambio di ambientazione e di scenari che mantengono ben distinti i due filoni narrativi, tanto che si ha davvero l’idea di leggere due opere distinte ma legate; ho trovato ingegnosi tutti gli espedienti che l’autore ha messo in campo per legare le due storie e far funzionare entrambe le trame, incluse le velleità letterarie di certi personaggi secondari (leggendo capirete). I personaggi mi sono sembrati ben caratterizzati, specialmente quelli della trama presente, utili per un’eventuale prosecuzione della serie. Da ultimo, non va trascurato l’omaggio costante al giallo classico, alla Golden Age ed in particolare ad Agatha Christie: Atticus Pünd e Poirot hanno, a mio parere, più di qualcosa in comune!
Insomma, devo dire che “I delitti di Marble Hall” è stata davvero una piacevole lettura, un giallo godibile ed arricchente… ma le premesse, va detto, c’erano tutte: una storia che comincia bene ha ottime possibilità di conquistare il lettore. E questa… beh, vi lascio l’incipit: ditemi un po’ se non comincia alla grande!
“Esiste davvero il lieto fine?
Se penso ai libri che ho tanto amato nel corso della vita, è sempre stato l’ultimo capitolo a infondermi un senso di completezza, a rendere la storia degna di essere letta fino alla fine. Ricordo ancora il grande sollievo provato da bambina nel momento in cui Black Beauty trova a Birtwick Park una dimora accogliente e sicura, o Mary e Colin vengono sorpresi a giocare insieme nel loro perfetto giardino segreto. O ancora la trepidazione febbrile con cui voltavo le pagine qualche anno dopo, quando Emma capisce finalmente di essersi innamorata del signor Knightley e Jane Eyre dà alla luce il primo figlio di Rochester.
E vissero per sempre felici e contenti? Certo che sì! Quale ragione avrebbe mai dovuto spingermi a credere il contrario? È stata proprio quella certezza assoluta ad alimentare il mio amore per la letteratura e mai una volta mi ha sfiorato il pensiero che, un giorno, Mary e Colin potessero crescere, litigare e prendere ognuno la propria strada, o che Black Beauty fosse destinato alla stessa sorte – il macello – di Boxer nella Fattoria degli animali, ennesimo romanzo divorato in gioventù. Quanto tempo sarebbe trascorso prima che Emma ricadesse nelle vecchie abitudini e Rochester si stancasse della condizione di invalido, dipendente in tutto e per tutto dalle cure di Jane?
La gioia procurata dalla narrativa di finzione scaturisce dal fatto che, a prescindere dalle traversie del viaggio, la meta resta comunque ineluttabile. Persino quando muore il protagonista – basti pensare al sacrificio di Sydney Carton nelle Due città o alla penosa sorte di Michael Henchard nel finale del Sindaco di Casterbridge – capisci che non poteva andare diversamente, e ne trai conforto. «Ma non c’era nessuna alternativa: così doveva essere» afferma Hardy.
Al contrario, nella vita reale, con le sue mille sfaccettature e complessità, non funziona per niente così, specie nel ventunesimo secolo. I malvagi proliferano. E i buoni fanno spesso una brutta fine. È sufficiente leggere i giornali o scrollare i social media per rendersi conto che al mondo non esiste giustizia e nessuno è mai davvero felice”.
Libri della serie "Susan Ryeland"
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