Gli orfani. Una storia di Billy the Kid – Éric Vuillard

Editore: Edizioni e/o
Michele Mennuni
Protocollato il 27 Maggio 2026 da Michele Mennuni con
Michele Mennuni ha scritto 21 articoli
Archiviato in: Recensioni libri
Il riassunto
Gli orfani. Una storia di Billy the Kid – Éric Vuillard

Oggi dietro al bancone del Thriller Café, pur con i piedi ben piantati sulla predella di legno, il nostro Barman non può preparare i soliti cocktail: Negroni, Martini Dry, o Aperol Spritz. No, il Barman deve stare attento perché il suo Thriller Café è diventato un saloon con la facciata di legno e l’insegna cigolante e dalle sue porte a ventola entra di tutto: vacche, cavalli, fuorilegge, banditi, bisonti, voraci rapinatori, gente poca affidabile con fucili a canne mozze e pistole di tutti i tipi. E se ora state zitti e fate un poco di silenzio potete sentire il tintinnio degli speroni degli stivali texani, ma non del vecchio texano dagli occhi di ghiaccio, l’intramontabile Clint Eastwood; no, tutto si ferma, anche il tavolo dei giocatori di poker, anche la donna che canta, un’artista, prostituta e ballerina, ha appena smesso di saltare e mostrare sui tavoli la sua biancheria intima, perché adesso entra nel saloon del Thriller Café il pistolero più famoso del West: Henry McCarty, detto Billy the Kid, un maledetto e bellissimo giovane criminale che lascia tutti con il fiato sospeso.

Sembra James Dean prima di schiantarsi alla guida della sua Porsche 550 Spyder, che dice a tutti: “Sogna come se dovessi vivere per sempre. Vivi come se dovessi morire oggi”. Ma non abbiate paura, anche se il nostro barman inizia a tremare appoggiato al suo bancone di mogano, Billy vuole solo bere, e neanche whisky di puro malto. Vuole quello di bassa qualità fatto di alcol puro, zucchero e tabacco da masticare, la famosa acqua di fuoco che i mercanti vendevano agli indiani (e la prova del suo grado alcolico era che si incendiava buttando qualche goccia nel fuoco); solo della normalissima acquavite, sì, quella che brucia la gola, il gargarozzo impolverato dalle lunghe e desertiche cavalcate. Non abbiate paura, anche se state vivendo la scena: siamo in un western, in un western famosissimo di fuorilegge, nel Far West di sceriffi, cowboy e banditi, cercatori d’oro e avventurieri, adepti di chiese e sette religiose. Ma non è la “Trilogia del dollaro” di Sergio Leone, non si tratta di Per un pugno di dollari, né Per qualche dollaro in più, e neanche del film Il buono, il brutto, il cattivo. Tutto quello che avete provato o visto non è reale, non è neanche un film; è solo un libro: “Gli orfani. Una storia di Billy the Kid” di Éric Vuillard, pubblicato da Edizioni e/o, uscito nel mese di aprile di quest’anno nella traduzione dal francese e note di Alberto Bracci Testasecca.

La polvere alzata da tutta questa gente entrata nel saloon mi ha fatto salire la voglia di una bella pinta di birra ghiacciata che, purtroppo, qui in questo libro non troverò, perché la temperatura non la rende gustosa secondo i canoni attuali che la vorrebbero ghiacciata. E per bere una birra, qui, dovrei aspettare fino al 1880, quando, grazie all’avvento della refrigerazione artificiale, Adolphus Busch riuscì a mantenere la birra fresca. Ma il nostro Billy, nel pieno della sua giovinezza, appena entrato nel saloon dove non solo gli indiani erano esclusi e i neri potevano entrare solo per sedersi al tavolo da gioco, non potrà mai sapere che morirà proprio un anno dopo, nel 1881, ad appena 22 anni. Come si evince dal titolo dello spietato ma realistico racconto di Éric Vuillard, il nostro Billy, nato a New York il 23 novembre 1859 e morto a Fort Summer, nel Nuovo Messico, il 14 luglio del 1881, è un orfano povero in canna, solo e disperato, abbandonato in una terra ostile quale poteva essere l’America della frontiera della seconda metà dell’Ottocento. Terra descritta magistralmente da Frederick Jackson Turner, professore di storia americano ad Harvard, che nel suo saggio “Il Significato della Frontiera nella Storia Americana” del 1893 spiega la sua originale concezione generale della storia nordamericana, ricondotta al concetto di frontiera non come limite, ma come apertura all’espansione delle energie dell’individuo, del self made man, l’uomo che si realizza da solo in un grande spirito di avventura e di impresa commerciale, anche nella storia della colonizzazione dell’Ovest.

Al di là della bellezza del mito, questa della frontiera non è proprio una vita facile, specialmente per chi è solo come Billy, che nell’immaginario collettivo diventa l’icona della ribellione adolescenziale e dell’anticonformismo, ma che in realtà, da orfano, deve fare i conti con un territorio ostile. È in fin dei conti un bambino che non ha avuto una bella infanzia: la sua non è stata un’infanzia libera, ma segnata dai bisogni elementari: il cibo, i vestiti, la voglia di avere un paio di stivali e non toglierseli mai per paura di essere derubato. A diciassette anni uccide un uomo, Frank P. Cahill, ma prima ancora ha rubato per fame qualche chilo di burro, ha rubato dei vestiti ed è già stato in prigione, dalla quale già è riuscito ad evadere. È incredibile come in questa terra di frontiera gli eventi siano così repentini e rapidi da far girare la testa; è straordinario come in una società così precaria i ragazzi riescano a crescere in fretta e a passare subito dalla parte sbagliata della barricata, grazie all’unico potere che hanno in mano: le armi, la Colt, le pistole, i fucili e la velocità nell’adoperarli. Billy the Kid era freddo e preciso con la sua Colt 1873 Single Action Army, soprannominata Peacemaker (Pacificatrice), proprio la calibro 45 con cui lo sceriffo Pat Garrett lo uccise nel 1881. Pensate che questa leggendaria pistola, la più famosa pistola del Far West, per ironia della sorte, è stata venduta all’asta per ben 6 milioni di dollari dopo 140 anni, nel 2021, proprio a New York, dove Billy è nato e dove è vissuto nella spericolata indigenza ai margini della frontiera.

Molti di noi, almeno quelli più attempati, hanno visto sicuramente il film Furia selvaggia – Billy Kid (titolo originale The Left Handed Gun), diretto da Arthur Penn nel 1958 con Paul Newman nei panni di Billy the Kid e John Dehner nel ruolo di Pat Garrett; ma la maggior parte del pubblico ha visto il celebre film del 1973 Pat Garrett e Billy Kid (Pat Garrett and Billy the Kid), diretto da Sam Peckinpah, in cui Pat Garrett è interpretato da James Coburn e Billy the Kid da Kris Kristofferson, che vuole somigliare a Jim Morrison con la colonna sonora di Bob Dylan Knockin’ on Heaven’s Door, quando Billy morente dice: “Sta diventando buio, troppo buio per vedere. Mi sento come se stessi bussando alla porta del paradiso”. E la leggenda lo assolve comunque, lo vuole in Paradiso. Ma perché l’uomo che ha ucciso, Cahill, non è un semplice fabbro, ma è un magnaccia, un ex soldato che ha partecipato a un massacro di nativi americani; è amico del giudice, che possiede anche l’hotel accanto al bar dove lavorano le prostitute. Tutta la vicenda va rivista dalla parte dei vinti e non dei vincitori, come spesso accade, e come Éric Vuillard cerca di smascherare con le sue opere.

Questo libro riporta alla mente le scene indimenticabili di Ombre Rosse (1939) di John Ford: l’assalto alla diligenza e l’ululato degli indiani, i selvaggi Apache che inseguono la diligenza, un suono ovattato dell’ambiente in cui risuonano le grida minacciose e, adesso che lo sappiamo, disperate, degli indiani, affamati e depredati dall’uomo bianco. Quando ho visto il film la prima volta ero con i nostri, li aspettavo; ma adesso che i nostri non sono più nostri, adesso che questi cowboy americani da alleati non ci proteggono, questi cowboy che sono diventati nemici, e gli indiani che ci incutevano timore e che erano quelli da abbattere sono veramente quelli da salvare, la diligenza di Ombre rosse e tutta la storia raccontata diventano una farsa, smascherata soltanto da film come Il piccolo grande uomo diretto da Arthur Penn nel 1970 con Dustin Hoffman, una narrazione alternativa del tema dei nativi e del loro sterminio da parte degli americani. Il Far West, per com’era sempre stato raccontato al cinema, viene ribaltato e smascherato insieme ai suoi miti bianchi. Con questo libro ho capito chi erano gli eroi, chi erano quelli attaccati che perdevano la terra, i bisonti, il sostentamento e poi venivano chiusi nelle riserve; chi erano gli altri, quelli che erano da evitare.

E siccome i ricordi affiorano e si autoalimentano, ho rivisto alcuni oggetti che avevo riposto nei cassetti della memoria e che adesso ritornano più belli e nitidi di prima. L’arma degli indiani, il tomahawk, la corsa di Rin Tin Tin con Rusty, il tenente Rip Masters, la tromba che risuona a Fort Apache, l’avamposto dell’America contro la terra desolata e selvaggia, le spedizioni a cavallo, per scoprire poi all’improvviso, con grande disincanto, che i cattivi eravamo noi, e i nostri eroi americani stavano spietatamente distruggendo l’orgoglio dei nativi che combatterono e attaccarono nelle loro terre. Gli americani in tutta la loro storia hanno solo avuto voglia di conquistare e hanno avuto successo perché c’è nell’uomo questa voglia di sottomettere, di conquistare le terre, i bisonti che erano il sostentamento di quei popoli, per ridurli alla fame; niente di diverso da quello che succede oggi dopo centocinquant’anni.

Questo libro così rude, così grezzo, così pieno di cose incredibili, vale la pena di leggerlo, soprattutto perché rivela quello che non vogliamo vedere e per la parte finale, quando chi ha avuto un fratello con il quale ha condiviso tanta parte della sua vita e adesso ha bussato anche lui alle porte del Paradiso, non ha voglia di andare avanti ma deve farcela, perché sa cosa significa essere fratelli, crescere insieme da piccoli, abbracciarsi, incontrarsi, proteggersi e poi restare soli a pensare. La copertina del libro presenta una fotografia americana dell’800, un uomo, e una donna che impugna una rivoltella, con uno sguardo a dir poco impertinente, sfrontato e quasi insolente, di quelle persone che si possono permettere tutto nella vita perché non hanno nulla da perdere. Non è importante capire se la fotografia ritragga Billy o qualcun altro della banda di Jesse Evans, il suo amico; e le fotografie in una sorta di sceneggiatura si ripetono ad ogni capitolo del libro suscitando curiosità nel lettore, a dimostrazione dell’animo cinematografico dell’autore, che in fin dei conti è anche un cineasta che dà alle immagini un rilievo fondamentale nelle sue storie.

Éric Vuillard ha vinto il premio Goncourt per L’ordine del giorno (E/O 2018) e, nel 2025, il premio Ernst Bloch per l’insieme della sua opera. In questo suo ultimo romanzo ritorna sulle tematiche della storia del riscatto degli oppressi, degli ultimi, dei vinti, e lo fa smontando il mito western leggendario di Billy the Kid: un ritratto realistico dell’America utile proprio oggi, quando, come nel vecchio Far West, un presidente USA con i suoi drappelli costruisce guerre esterne in tutto il mondo e all’interno del suo stesso paese semina morte, odio e distruzione, altro che fuorilegge! E oggi gli orfani ricordati nel titolo da Vuillard aumentano a vista d’occhio: se sopravvivranno al massacro cosa sarà di loro? Saranno i terroristi del futuro? Potranno dimenticare la violenza che li ha circoscritti? Il male che hanno visto? La perdita dei loro cari? Viene fuori la trama violenta della frontiera americana che servì a costruire dal nulla uno Stato che sarebbe diventato presto un impero.

La leggenda più famosa e per questo più falsificata della storia del West americano è quella del fuorilegge Billy the Kid. Su questa falsificazione si fondano gli Stati Uniti d’America, che si servirono proprio di bande come quelle di Kid, di persone miserabili e diseredate, per fondare uno Stato, tutto in mano a delinquenti, straccioni e vagabondi che in poco tempo riuscirono ad estorcere la terra con la loro violenza per i grandi proprietari terrieri, gli uomini di affari e il nuovo Stato di Washington. Quella di Éric Vuillard è una denuncia civile: Billy diventa la faccia sporca del sogno americano, una sorta di emarginazione, una gioventù bruciata dai colpi della pistola che mette fine alla sua vita, e che comunque ce lo fa subito rimpiangere e rimpiazzare con un altro personaggio che tutti abbiamo amato, Tex Willer, nel quale ancora speriamo si possa trovare giustizia e libertà per tutti. Davanti abbiamo invece l’America dei pochi magnati ricchi sfondati, amanti della violenza e della menzogna; l’America di Trump, del più forte, alla quale siamo tornati, solo che adesso non si tratta di duelli, di pistole facili e di indiani, di ladri di bestiame da affidare alla forca. Quello che stiamo vivendo non è un film western, e il libro di Vuillard, con la sua amarezza, ce lo ricorda. Ricordatevi soltanto che anche il più grande sterminatore di bisonti, il mitico Buffalo Bill, al quale si deve l’uccisione di circa cinquemila capi di bestiame, finì la sua vita sotto le tende di un capannone di un circo, insieme agli indiani delle riserve che aveva affamato, a testimoniare come l’epopea di conquista del West fosse diventata una ridicola e mistificata farsa.