In questa calura estiva, un thriller che si intitola “Ghiaccio” non può che essere ben accolto, soprattutto qui al Thriller Café dove di ghiaccio ne facciamo abbondante uso per i nostri drink gialli e neri, e rosso sangue. E se il titolo è appropriato per il periodo, altrettanto lo è l’autore per la familiarità da queste parti: a Franz Konig e ai suoi libri, infatti, abbiamo già accennato in passato.
E andiamo quindi a vedere se questo romanzo ci darà qualche brivido freddo, partendo dalla storia che racconta.
Siamo in inverno e il gelo trasforma le strade in lastre scivolose che rendono le cadute frequenti. Tra i pazienti che giungono nel reparto di ortopedia di Doc Roversi c’è anche una misteriosa donna dai capelli rossi, con la mano fasciata in modo grossolano. Lui tratta la ferita, ma lei torna in appuntamento privato qualche giorno dopo e anziché rimarginarsi il taglio arriva adesso a tendini e ossa. Ci vorrebbe un intervento chirurgico, ma la ancora una volta va via senza lasciare recapiti e generalità.
Intanto, due poliziotti vengono feriti con la propria pistola di ordinanza gettando la questura nel caos. L’ispettore Angelina Carta conduce l’inchiesta e questa si dirige proprio verso la donna dai capelli rosso fuoco, la cui identità si rivela impossibile. Può davvero trattarsi di Elizabeth Siddal, la celebre modella e pittrice vittoriana?
Per Roversi e Carta, il caso stavolta è davvero inquietante…
Questa in sintesi la trama di “Ghiaccio”; per saperne di più su questo romanzo e l’intera serie con Doc Roversi a opera di Franz Konig, vi rimandiamo al sito ufficiale dell’autore. Qui a seguire trovate intanto un estratto.
Estratto
Appena messo il piede sullo stradino cementato che portava al parcheggio, ebbe la sensazione di aver pestato una buccia di banana, una saponetta, un mucchio di biglie di vetro, un panetto di burro spalmato sul cemento. Scivolò senza rendersene conto, rimase in piedi solo per il palo d’acciaio del piccolo lampione che illuminava la sua porta fra le tante del treno di casette a schiera. Il vialetto grigio di cemento era lucido e bagnato come un laghetto, un velo d’acqua su uno strato di almeno un paio di centimetri di ghiaccio. Tutto era ghiacciato e lucido, trasparente sulla strada, sul marciapiede, sull’erba rinsecchita dell’inverno. Riflessi pallidi e grigi o azzurrati scaturivano dai tombini, dal granito dei marciapiedi, dai profili delle macchine parcheggiate. Uno strato di ghiaccio liscio e duro coperto da un velo liquido. Goccioline di pioggia cadevano infide, si adagiavano a terra e immediatamente si indurivano trasparenti e pure creando una superfice impraticabile per qualsiasi piede non dotato di artigli d’acciaio. Termine meteorologico corretto: Gelicidio. Risultato: impraticabilità assoluta di strade, vialetti, sentieri, trasformati in lastre di vetro bagnate. Roversi provò a staccarsi dal palo del lampione e scivolò sulle ginocchia. Decise di avanzare a gattoni fino alla macchina, pochi metri di freddo alle mani e alle ginocchia, e la sicurezza di non rompersi il coccige o peggio.
Nel corridoio che conduceva all’ortopedia stazionavano quattro barelle con sopra persone dolenti e attorno parenti ansiosi. Alla scrivania Angela, meravigliosa infermiera degli ambulatori, statuaria bellezza vichinga, rossa di capelli e con le lentiggini, 3 figli e nonni a carico, dirigeva il traffico nella piccola sala d’attesa ortopedica.
– Eccolo il Doc! Accomodati anche tu nella bolgia. Il radiologo ha appena aperto la diagnostica, la sta scaldando, il PS ha telefonato che ci sta mandando altre 3 barelle. In sala gessi ci sono Paolo e Barbara. Due gessisti e due di reparto. Hai l’ambulatorio 1 e 2 e la saletta dei piccoli interventi al 3. Da dove cominci?
– Cosa hai di pronto?
– La prima arrivata. Biossea di polso. Te la metto all’1.
Uscì dalla sala gessi, la saletta d’attesa era diventata una bolgia infernale, barelle aggrovigliate, parenti urlanti, gente con fratture varie, disperata, carica di paure e desiderosa di protestare, Angela correva fra le lettighe cercando di districarsi. Vide il Doc e gli fece cenno con la mano di andare al 2 e al 3. Roversi passò al 2, una barella accoglieva una signora anziana dall’aria mesta accompagnata dalla figlia..
Tornò nella sala d’aspetto e incrociò lo sguardo di Angela che fece un gesto di tagliare qualcosa con la mano e indicò il n. 3. Entrò. Sulla barella era una ragazza coperta da un lenzuolo, sporgevano solo fluenti capelli scuri ondulati e una mano fasciata.
– Sono qua. Dica tutto. Si è fatta male a una mano?
– Caduta…
– Già… come tutti quelli qui fuori…c’è del sangue sulla fasciatura, ci sono delle ferite?
– Sì. Ferita. Lunga ferita.
– Vabbè…non ha voglia di parlare. Comincio a togliere la fasciatura. Appoggio la mano sul tavolino poi scopriamo cosa c’è sotto. È d’accordo?
– Sì. Fai.
Il Doc appoggiò la mano sul tavolino lasciando che il braccio rimanesse coperto dal lenzuolo per un indefinito e vago senso di pudore che percepiva dal viso nascosto. Si mise un paio di guanti di lattice e parlò sottovoce.
– Allora. Rimuovo questa fasciatura fatta altrove… a casa sembra, vero? Non sono garze commerciali, sembrano fogli di cotone…sotto ci sono coaguli e le fasce sono molto adese alla ferita. Non voglio strapparle. Le bagno con fisiologica e le lascio lì qualche minuto. Ok? Ci vediamo fra qualche minuto.
Ma doveva anche pensare a quei capelli rossi, che lo ossessionavano da un giorno intero. Capelli lunghi, molto lunghi e ondulati, non ricci né lisci, increspati da piccole e frequenti onde sincrone e parallele, come quando un colpo di vento piega le spighe di grano maturo. Ma di un colore più scuro del grano, con ombre di legno stagionato e picchi di sole al tramonto. Dire che aveva i capelli rossi era ridondante e inutile, eccessivo e superfluo, pleonastico. Non spiegava niente. Roversi conosceva troppo bene quei capelli, inventati forse per primo da Tiziano, ma poi ricomparsi in tutta la storia dell’arte, passando per Durer, Rembrandt, Modigliani, e i Preraffaeliti. Questi ultimi, soprattutto, avevano saputo rendere reale quel colore e quella piega a piccole onde.
Doveva pensarci.
Roversi rientrò nello studio e aggiornò la scheda della ragazza, si mise in bocca un mezzo sigaro senza accenderlo, si guardò attorno perplesso cercando di capire cosa significasse quell’aura di immateriale e incorporeo che era rimasta aleggiante nell’ambulatorio. Si alzò con le mani in tasca guardando la medicazione che era stata rimossa, le garze asciutte e pulite, l’impronta del corpo di Elizabeth sul lettino. Esattamente nel centro del lettino, dove la ragazza era stata seduta, notò una piccola cosa bianca come il lenzuolo di carta, però capace di muoversi accorciandosi e allungandosi, lentamente, come alla ricerca di casa. Piccola di pochi millimetri, ma viva. Roversi prese una provetta sterile dal carrello delle medicazioni e un paio di pinzette delicate, raccolse la strana creatura e la fece cadere nelle provetta, tappò il tutto ermeticamente e se lo mise in tasca. Poi si cambiò, deciso a cambiare umore offrendosi una cena casalinga annaffiata da un buon rosso toscano.
Roversi decise di vuotare la pipa e riempire la tazzina di caffè con la Sambuca. Il fanale di fronte a casa s’era messo a scintillare, lo faceva ogni due o tre anni, in genere d’inverno, poi arrivavano i manutentori e cambiavano la lampadina, e tornava tutto illuminato. In Emilia, un lampione fuso non era ammesso. Un criminale armato di una berretta, magari, ancora sì. Ma un lampione rotto, assolutamente no. Il lampione sfrigolò qualche secondo come per una tragica agonia, poi si spense definitivamente. La nebbia entrò in casa con il suo soffio umido, Roversi decise di chiudere la finestra e mettersi sul divano. Suonò di nuovo il telefono, cosa stranissima per le sue abitudini, nel display era impresso il numero dell’ospedale.
– Che c’è? Un altro sparato?
– No Doc. Le devo solo passare una chiamata da parte del Dr. Silvestrini.
– Ah… certo, scusi. Grazie. Pronto?
– Ciao maniscalco. Ti disturbo?
– Assolutamente no. Sto sorseggiando una sambuca. Mi concilia il sonno. Ho la pipa accesa… cosa vuoi di più al mondo?
– Una Sarcophaga Carnaria! O mosca carnaria. Un dittero della famiglia delle Sarcophagidae, in fase larvale. Un bigattino, se preferisci. Figlio di una mosca carnaria. Durante lo sviluppo, la larva, bigattino, si ciba di proteine in decomposizione, per cui cresce fino alla forma adulta su cadaveri. Carne in putrefazione, cose del genere. Poi dipende dalla temperatura, averne trovata una in gennaio è un fatto originale, non impossibile, ma strano. Si vede che è nato e cresciuto al caldo. Ma tu dove l’hai trovato?
– Sul lettino delle visite dell’ambulatorio, sulla carta che fa da lenzuolo.
“Bah…- Pensava Roversi – “ Un bigattino figlio di una mosca”. Accese tutte le luci e si guardò attorno alla ricerca di insetti. Roversi abitava ai limiti della campagna, poco lontano c’erano aziende agricole con allevamenti e a volte il vento portava l’essenza degli escrementi degli animali e le mosche diventavano fastidiose. Pensò alla saletta dell’ambulatorio, piccola ed essenziale, una scrivania con PC, il carrellino delle medicazioni, il lettino coperto dal lenzuolo di carta bianco. Il lenzuolo si cambiava semplicemente tirandolo dai piedi, il rotolo si svolgeva e il nuovo lenzuolo copriva il lettino. Questo gesto era di sua pertinenza per principio, Roversi non gradiva che qualcun altro entrasse nell’ambulatorio quando lui svolgeva il suo pomeriggio, e anche il rinnovo del lenzuolo a rotolo lo faceva lui, e lo faceva per ogni Paziente. Porta con chiusura a molla, rinnovo dell’aria e riscaldamento a condutture nel soffitto, aria filtrata e condizionata. Le due piccole finestre erano oscurate e sigillate, stavano lì per pura bellezza. Una mosca svolazzante nell’ambulatorio non poteva esserci. E l’ultima paziente prima del ritrovamento della larva era stata la ragazza dalla chioma rossa. La ferita alla mano era secca e pulita, c’erano, vero, tessuti in fase di necrosi, ma era una necrosi asettica, pulita, secca. Da operare, certamente, ma al momento sicuramente non inquinata. Poi la ragazza aveva appoggiato la mano sul carrello delle medicazioni, durante la sostituzione delle garze, non sul lettino, e le larve non volano come le madri. Sarebbe caduta sul carrello assieme al mucchio delle medicazioni che poi erano state buttate nel cesto del materiale sporco. La ragazza era nuda e seduta sul lettino. Il ciuffo rosso di peli pubici svettava all’inguine sulla pelle pallida, e i glutei magri lasciavano l’impronta sul lettino.
Decise di richiamare Angelina.
– Cosa vuoi ancora?
– Devi esserci tu nella perquisizione dell’auto della polizia, non solo la scientifica, devi entrare tu per prima!
– E perché mai?
– Devi ascoltare in silenzio se ci sono ronzii o sfarfallii, devi ascoltare!
– Ma cosa dici! Cosa devo cercare?
– Un insetto!
– Già… non me ne sono neanche accorta, eppure gli anni sono passati. In un modo assurdo, a pezzi, però io sono nata a Londra in una casa fredda e umida, con tanti fratelli e sorelle, e mio padre aveva un negozio, e c’erano le carrozze a cavalli e tanta miseria.
– Due secoli fa…
– Sono Lizzie, ma ti devo raccontare davvero tutto perché tu possa capire. Ascolta… è la mia storia. Non ho studiato altro che le scuole di base, ma ero curiosa, amavo la poesia, strappavo i fogli di giornale dove c’erano versi e li nascondevo. Amavo l’arte, disegnavo piccoli bozzetti per me. Ma dovevo guadagnare qualcosa, la famiglia lo esigeva. Imparai a fare la sarta e andai a lavorare in una modisteria a Cranbourne Alley. Avevo venti anni. Cucivo abiti per i signori. Conobbi Deverell, il vecchio lord, mi volle a casa sua per curare le vesti di tutta la famiglia. Era il periodo vittoriano, vesti scure con gonne che sfioravano la terra, maniche strette ai polsi e colletti fermati con il bottone, chiusi fino a strangolare le ragazze. Che non si vedesse un centimetro di pelle scoperta oltre al viso e alle mani. Vivevo chiusa in una cameretta in soffitta con ago e filo in mano, insieme alle altre servette. Un giorno Sir Deverell mi chiamò nelle sue stanze, dovevo sistemare un paio di brache che gli stringevano al cavallo. Io non capivo bene, lui se le abbassò e mi fece vedere chiaramente dove stringevano. Fu il primo uomo che vidi nudo. Mi sembrò mostruoso. Avevo visto cavalli e maiali, avevo visto lo zoo di Londra, con i gorilla e i leoni. Ma quel bastone rosso e storto mi fece venire quasi uno svenimento. Lui, comunque, non si diede cura, mi sollevò la gonna e mi buttò sul divano, facendomi sanguinare. Fu un attimo, due minuti ed era finito, uscì inorgoglito e se ne andò protestando che i pantaloni gli stringevano il cavallo. Entrarono le altre servette e mi aiutarono, mi ripulirono, mi insegnarono tutte le cose da sapere per non rimanere incinta, mi abbracciarono e si congratularono con me che ero stata assunta. Poi fu la volta del figlio Walter. Era un buon pittore, scolastico ma bravo, bei colori e poco talento. Divenni per lui modella e amante, oltre che sarta. Doveva dipingere un quadro intitolato “La dodicesima notte”, quadro complesso di figure in costume, e non ne veniva fuori, durò mesi. Ma era rimasto colpito dalle mie forme e dalle mie chiome. Volle presentarmi al gruppo nel quale lavorava, come modella. La confraternita. Con lui posai per altri lavori, sempre casti e scuri come la moda vittoriana esigeva. Quelli senza veli erano schizzi a matita o carboncino, e finivano in carezze e baci. Poi ho posato per William Hunt, in diverse occasioni. Hunt era un pittore serio. Aveva una moglie amata, Fanny, e due bambini che adorava. Faceva quadri scuri e devoti, impiegava mesi per un pezzettino di sfondo di foglie o per due pieghe di un vestito. Per me fu terribile, dovevo stare immobile vestita di tutto punto anche in luglio, con scialli e gonne di lana. Uscire dallo studio e togliersi quelle calde vesti era un sollievo. Posai per lui per mogli e madonne, e fu faticoso. Mi guadagnai ogni penny. Conosci William Holman Hunt?
– No. Ma tu come lo conoscevi?
– Te l’ho detto, posavo per lui, assieme ad altri della sua confraternita. Facevo la modella.
– Vabbè, dai! 200 anni fa. Non è un po’ tempo passato?
– Certo. Il tempo… cosa è il tempo? Si pesa? Ci si bagna? Si mangia? A volte è un flusso rapido e sgorga come una cascata e fugge come una rapida di un fiume, a volte è una palude. Il tempo è una nostra invenzione. Lo contiamo in giorni e anni, ma quello che lo muove è il nostro invecchiamento. Conosci Ofelia?
– No… cioè… sì, Ofelia, Ofelia… Shakespeare?
– Ofelia amava Amleto. Ma lui , folle, ne uccide il padre e l’accusa di tradimento. Lei si uccide. Annega in un palude. Ecco… dovetti fare la modella per Ofelia.
– Di chi?
– John Everett Millais. John per il gruppo. Povero John. Sposò innamoratissimo la sua Effie, e lei, poco dopo, lo lasciò. Fuggì con Ruskin, e lo sposò. Ma anni dopo decise di risposare Millais, perché il matrimonio con Ruskin non era stato mai consumato, quindi non valido. Capisci che tempi? Effie non si concedeva facilmente, e il suo marito non se ne accorgeva, e alla fine, ritrovato il marito giusto ci fa tanti bambini. John era un pittore preciso e cauto, ossessionato dai dettagli, noiosissimo. Mi volle per impersonare Ofelia. Nella sua lettura dell’opera, Ofelia si lascia morire in un ruscello, o uno stagno, affoga, d’inverno, o in primavera, non si sa, la luce è quasi invernale, ma i cespugli hanno fiori, comunque è un freddo terribile. Ofelia si lascia morire nel ruscello, quindi lui ne vuol ritrarre quel momento: gli occhi aperti a guardare la luce che se ne va, le mani rivolte al cielo per chiedere perdono, i capelli sparsi nell’acqua, il vestito fradicio che affonda. E attorno un anfiteatro di cespugli, in parte fioriti, altri ancora reduci dall’inverno appena passato. Io arrivavo la mattina e dovevo entrare in acqua. Millais aveva trovato una vasca da bagno in lamiera pesante, e l’aveva messa nello studio, di fronte alla finestra per la luce. L’aveva riempita d’acqua e dietro aveva messo canne e cespugli. Io dovevo cambiarmi d’abito vicino alla stufa, era d’inverno, e mettermi il costume di scena, pesante, pieno di decorazioni, gelido. E con quello dovevo entrare nella vasca, stendermi e stare ferma per ore. John aveva posto sotto la vasca delle candele e dei lumi per scaldare l’acqua. Ma duravano pochi minuti, poi si spegnevano, e lentamente, l’acqua diventava gelida, la veste si appesantiva, le mani diventavano viola per il freddo, e John si arrabbiava. Non dovevo muovermi. Era imperativo!
– Già… ma il ciccione portava la pistola a destra, no? La fondina era nel cinturone sulla destra. No?
– Sì, lui è un destrimano. Ma perché tutte ‘ste domande?
– Mi faccio un quadro generale. Il ciccione entra nel sedile posteriore, poi fa entrare quello che spara, alla sua destra. Lascia le portiere aperte?
– La portiera posteriore destra era aperta. La sinistra era chiusa.
– Ecco…allora… c’è il ciccione nel mezzo, alla sua destra lo sparatore, e la portiera che non deve chiudersi, altrimenti rimangono incastrati dentro. C’è il terzo agente, lo chiamiamo “il pauroso”. Potrebbe comunque aprire lui dall’esterno. Ma lo sparatore ingaggia una lotta con il ciccione, gli ruba la pistola e le manette, spara a bruciapelo, esce e se ne va. Quindi la portiera era aperta. Come ha fatto a tenerla aperta mentre era dentro e lottava con il ciccione? Non correva il rischio di rimanere chiuso dentro?
– Certo. Se la portiera si chiudeva lui rimaneva dentro.
– Quindi dobbiamo immaginarci che lo sparatore, mentre fa tutto quel casino con la pistola e le manette, tiene anche aperta la portiera…
– Beh…sicuramente. Come fa?
– Con la gamba.
– Quale gamba?
– La sua. Lui è mezzo sdraiato sul sedile posteriore e ha una gamba fuori dalla portiera. E, con il piede, la tiene aperta. Fa in modo che non si chiuda.
– Ma che ci faceva mezzo sdraiato sul sedile posteriore dell’auto di pattuglia?
– Non lo voglio sapere.
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