Final girls – Riley Sager
Etichettato con: Riley Sager
Oggi al Thriller Café parliamo di un romanzo che dopo una prima edizione nel 2017 torna in libreria per i tipi di timeCrime: “Final Girls – Le sopravvissute” di Riley Sager.
Promosso a pieni voti dalle classifiche di vendita, il libro parte da un’idea che è quasi geniale. Sager prende il cliché più logoro e amato del cinema slasher anni Ottanta e Novanta: quello alla Scream o Halloween, con la ragazza ricoperta di sangue che emerge unica superstite dal massacro, e lo cala nella realtà di tutti i giorni. In questo libro queste sopravvissute sono tre, scampate a tre stragi diverse in tre momenti diversi. La stampa le ha ribattezzate le Final Girls. Noi seguiamo la vita di Quincy, fuggita dieci anni prima dall’incubo di Pine Cottage. Oggi la sua esistenza è una glassa apparentemente perfetta. Convive con un fidanzato noioso ma rassicurante, gestisce un blog di pasticceria di successo e tiene a bada i buchi neri della sua memoria con dosi generose di Xanax. Tutto sembra sotto controllo. Almeno finché Lisa, la prima sopravvissuta, non viene trovata morta con i polsi tagliati, e Sam, la seconda, si presenta all’improvviso alla sua porta, determinata a far saltare per aria la sua fragile normalità.
La premessa è di sicuro ricca di potenziale, ma l’esecuzione di Sager ci mette un po’ a prendere il ritmo. Per almeno due terzi del libro, la narrazione procede lenta, con una lunga introduzione in cui non succede molto. Si legge di infornate di cupcake, di litigi domestici con un fidanzato di scarsi spessore psicologico e di dosi di ansiolitici trangugiate con bibite all’uva. I personaggi secondari non decollano e la tensione ristagna.
Eppure, proprio quando si è tentati di chiudere il libro a metà, l’ultimo terzo della storia si sveglia. Sager cambia marcia. I flashback del massacro di Pine Cottage prendono finalmente corpo e il lento ma inesorabile sgretolarsi della mente di Quincy inizia a funzionare. Il terrore, quello vero, fa capolino. L’autore dimostra di sapersi destreggiare bene tra le false piste, allontanando il lettore dalle soluzioni più scontate.
L’epilogo è così così: il colpo di scena che dovrebbe ripagarci di tutte le pagine di attesa arriva forse un po’ troppo in fretta e si risolve in una manciata di battute. È un finale che spiazza, ma che forzato per garantire lo shock emotivo a discapito della coerenza logica dei personaggi e della storia.
Se siete abituati all’orologeria perfetta e al ritmo incalzante dei thriller psicologici, vi accorgerete che le buone idee non sono sfruttate al massimo. Se invece siete in cerca di un po’ di sano intrattenimento d’evasione, troverete comunque pane per i vostri denti e vi farete trascinare dalla curiosità fino in fondo.
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