Nuovi arrivi in casa Sellerio: il ventottenne Leonardo San Pietro esordisce nel mondo della narrativa con il romanzo “Festa con casuario“, un mystery che indaga le fragilità e l’incredibile forza dei vent’anni.
Lo ammetto, prima di imbattermi in questo libro non conoscevo assolutamente il termine “casuario“. Tantomeno sapevo trattarsi di un uccello, e pure tra i più pericolosi al mondo. Basta una piccola ricerca su Google per scoprire che:
“Il casuario è un grande uccello incapace di volare, originario delle foreste pluviali dell’Australia settentrionale e della Nuova Guinea. È noto per essere il secondo uccello più grande al mondo, dopo lo struzzo, e per il suo aspetto caratteristico, con lunghe penne nere, pelle nuda sul collo e sul capo, e un elmetto sulla testa. Il casuario è considerato un animale solitario, elusivo e attivo al crepuscolo“.
Se ne può persino ascoltare il verso… ebbene, anche la maggior parte dei personaggi del libro di San Pietro non aveva la minima idea di cosa fosse un casuario, finché… Finché una sera d’inizio estate, in una villa del torinese, il casuario entra, suo e loro malgrado, nelle loro vite con prepotenza. Sono tutti alla festa di Isa M, tutti universitari, colleghi, amici, amici di amici, imbucati… tutti ventenni o poco più, tutti in quel momento unico della vita in cui si è in bilico tra sballo e dramma esistenziale, con un piede nell’adolescenza e uno ancora esitante nell’età adulta, con un’idea troppo labile di quello che si vorrebbe definire futuro. È proprio questa l’atmosfera della festa: l’allegria a tutti i costi, l’alcool, la droga, gli approcci da una sera e i sogni di una vita… e poi ecco l’inatteso che spariglia tutte le carte. Un amico che non arriva ancora e uno strano biglietto che lo riguarda: se entro l’una di quella notte nessuno toccherà il casuario dei vicini, Ezio morirà. Proprio Ezio, il più benvoluto, l’amico di tutti… che sia uno scherzo? E se però non lo fosse…? È qui che le insicurezze, le fragilità, i rancori mai davvero digeriti vengono a galla, così, nell’arco di poche ore, durante una serata partita come una festa figa in una casa di lusso.
Venendo ad aspetti un po’ più tecnici, è appena il caso di sottolineare due profili. In primis la caratterizzazione dei personaggi che, se vogliamo, è essa stessa uno dei molti simboli di cui è infarcito il romanzo: se all’inizio i personaggi appaiono fungibili, quasi intercambiabili, uniformati e amalgamati come sono nella costante ambizione di piacere e di rendersi uguali ai loro simili, pian piano ciascuno di loro si disvela ai nostri occhi con il proprio carattere e la propria individualità, in un climax che culmina in un tutt’uno finale, fatto però di tanti piccoli tasselli, ognuno distinto e distinguibile in sé.
Un secondo aspetto è quello del registro linguistico usato dall’autore: se in certi passaggi esso rispecchia la giovane età dello stesso – nonché dei personaggi – e può tradire una certa sanabile approssimazione, in altri frangenti – per la verità per la maggior parte del libro – il linguaggio è volutamente – direi quasi ostentatamente – ricercato ed a tratti ampolloso, quasi in un esercizio di stile, in una dissonanza nella quale non sempre mi sono sentita a mio agio… Insomma, se lo stile può piacere o non piacere, sicuramente valida è l’idea di fondo di questo romanzo, riuscito nell’intento di raccontare una fase della vita dalla quale siamo passati tutti.
A questo proposito, segnalo uno scritto dell’autore in cui dà delle interessanti informazioni sul casuario e sull’uso metaforico e simbolico che ne fa in queste pagine. Leggetelo, però, dopo aver finito il libro, a mo’ di approfondimento.
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