Febbre alta – Andrea Cotti
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Al bancone del Thriller Cafè arrivano sempre due richieste: un consiglio di lettura e “qualcosa che scaldi”. Con Febbre alta di Andrea Cotti (Piemme) non ho dubbi: verso un amaro bollente e appoggio accanto un termometro. Perché in queste pagine la temperatura sale in fretta, ma non è solo il corpo a bruciare: sono le coscienze, i segreti, le bugie che fanno sudare freddo.
Cotti firma un noir compatto, 240 pagine, ambientato tra Bologna e San Giovanni in Persiceto, con due figure che s’incrociano come scie nel caldo di luglio. Santino Fiore, quasi sessantenne, cuore malmesso e un passato professionale che non ha mai osato raccontare a casa, ha quattro giorni per chiudere i conti con l’ultimo incarico. Vittoria Melis, trentun anni e una febbre che non molla, è una poliziotta testarda: la promozione appena ricevuta non basta a farle lasciare la scrivania, anche con il termometro alto. Li vediamo convergere nella Bassa emiliana, dove dietro facciate gialle e perfette si muovono droga, mafia e vecchi debiti: un filo teso lega due persone agli antipodi, più simili di quanto immaginino. È un intreccio da countdown in cui tutto si nasconde nei dettagli, nei silenzi, nelle scelte intime.
Accanto a loro, il romanzo fa lampeggiare altre due vite che contano: Davide Sarno, malato terminale che tenta un ultimo gesto di verità, e Cristiano Doni, furibondo con il mondo, figlio di omissioni e di indifferenze, destinato a esplodere nel posto sbagliato. Le loro traiettorie sono forze d’urto che deviano il percorso principale e rivelano l’ossatura morale della storia.
La struttura è quella di un noir corale messo a ritmo da capitoli brevi e frasi asciutte, con salti temporali che non spiazzano, anzi, accendono il motore dell’attesa. L’esperienza da sceneggiatore di Cotti si sente nel montaggio: le scene entrano a fuoco subito, i dialoghi non hanno scorie, l’inquadratura trova sempre un dettaglio che incrina l’immagine pulita della provincia. Si legge di “corsa”, ma non è una corsa cieca: è una staffetta di sguardi e di scelte, dove ogni passaggio di testimone aggiunge peso al successivo.
La febbre è il titolo, certo, ma soprattutto è l’atmosfera etica del libro. Quasi tutti, qui, hanno qualcosa che brucia: un miocardio stanco, un’infezione, un dente che pulsa, una colpa che non si sgonfia. L’infermità fisica diventa specchio dell’infermità sociale: i personaggi tremano perché il corpo cede, ma tremano anche perché l’ambiente economico, criminale, familiare li mette in incubazione permanente. E quando la temperatura sale le maschere si sciolgono.
Le facciate solari della provincia emiliana, raccontate con occhio da cronista, fanno da controluce: è un territorio che nella finzione letteraria esibisce consorzi opachi e poteri di prossimità, con una criminalità organizzata che non arriva come un’onda esotica ma si sedimenta tra negozi, piazze, capannoni.
C’è poi un filo teorico che tiene insieme tutto: l’invisibilità. Cotti lo lascia filtrare in righe che restano in testa: «nessuno vede quello che ha sotto gli occhi». È il paradigma del romanzo: le vite parallele, le doppie identità, i fatti “normali” che nascondono l’anomalia. L’invisibilità protegge e, insieme, sacrifica: è il mantello del professionista che non esiste e la condanna dell’uomo che non ha più un volto.
Santino è costruito con la calma di chi conta i battiti: un killer stanco, che ha imparato a risparmiare parole e colpi, e adesso deve risparmiare anche tempo. Non cerca un’assoluzione: cerca un punto di posa. Vittoria è il suo contrappeso: ideale e febbrile, la febbre le scortica la pelle e le toglie filtri, le fa fare quello che molti rinviano. Leggerli insieme è assistere a un doppio contrappunto: cinismo ed etica, mestiere e vocazione, finta sanità e malattia dichiarata. La Bassa fa da moltiplicatore: Bologna offre i portici, Persiceto la piazza e gli interstizi, il luogo dove tutti sanno e nessuno parla.
Davide e Cristiano, su un asse opposto, danno al libro la sua gravità specifica. Il primo interroga la redenzione quando è troppo tardi, il secondo mette in scena il costo sociale della rimozione: educare tardi è come abbassare la febbre senza curare l’infezione, l’apparenza migliora ma la malattia resta. È in queste storie satellite che Cotti mostra la sua mano migliore: empatia senza indulgenza, sguardo pietoso e feroce insieme.
Mi è piaciuto perché è un noir di provincia che non cerca l’effetto speciale: lavora di pressione lenta, come una pentola lasciata sul fuoco a sobbollire. Perché la scrittura è misurata e cinematografica al tempo stesso; perché il tempo breve della trama (quattro giorni) produce una nitidezza rara: ogni personaggio entra in scena con un bisogno preciso e lo persegue fino all’ultima pagina. Perché la febbre è la diagnosi di un Paese che non sta bene, e che proprio per questo continua a funzionare a temperatura anomala, fino a quando qualcuno non decide di fermarsi e guardare.
In fondo, Febbre alta ti lascia addosso quel calore che senti quando esci nella notte dopo un locale affollato: l’aria è più fresca, sì, ma il corpo trattiene ancora il battito. E allora ordini un ultimo sorso – qualcosa che bruci e pulisca – e ti prometti che domani, a febbre scesa, tornerai a rileggerne due pagine. Perché certe storie non si spengono con un bicchiere d’acqua.
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