Al Thriller Café segnaliamo oggi “E poi il buio“, romanzo storico di Andrea Festa ambientato a Marzabotto, luogo purtroppo noto per l’eccidio del Monte Sole avvenuto durante la seconda guerra mondiale. Un romanzo intenso, commovente e coinvolgente che racconta la difficile storia d’amore di due giovani del luogo, Gabriele e Sabrina.
La storia vede i due personaggi principali muoversi all’interno degli eventi bellici e affrontano le conseguenze delle dichiarazioni di guerra dell’Italia alle potenze occidentali e poi alla Russia, così come della successiva caduta del fascismo, dell’armistizio di Cassibile e dell’inizio della Resistenza. Gli eventi imporranno a Gabriele di scegliere da che parte stare e costringeranno la coppia alla lontananza e a lottare per la sopravvivenza, tra rastrellamenti nazifascisti e difficoltà di ogni sorta.
Nonostante la guerra e le privazioni i due giovani riusciranno comunque a raccogliere il frutto del loro amore, fino a quando non saranno travolti dagli avvenimenti conosciuti come l’eccidio del Monte Sole – crimine contro l’umanità e uno dei più gravi crimini di guerra perpetrati in Italia.
Sulla trama non diciamo altro per non rovinare la sorpresa con degli spoiler, ma se volete approfondire il libro, e uno dei più efferati crimini contro l’umanità perpetrati nel nostro Paese, vi invitiamo a proseguire la lettura della presentazione con due domande all’autore e un estratto del romanzo.
Due domande all’autore
Com’è nato questo libro?
Il libro nasce all’incirca venticinque anni fa, quando approfondii le vicende della seconda guerra mondiale e, in particolare, gli avvenimenti in Italia successivi alla caduta del fascismo. L’eccidio del Monte Sole fu un episodio di ferocia talmente belluina che mi spinse a studiare il contesto storico in cui avvenne, recuperando fonti testimoniali dei pochi sopravvissuti e documentazione d’archivio. Parallelamente a questa attività nacque in me l’ispirazione di scrivere un romanzo con personaggi di fantasia ma ad ambientazione storica, con la volontà di mantenere viva la memoria su questo e altri episodi simili che all’epoca accaddero in Italia. Dopodiché la prima stesura del romanzo è rimasta nel cassetto per circa venticinque anni, soprattutto per i miei dubbi circa l’interesse dei lettori per fatti così cruenti del passato.
Tutto cambia nel momento dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia che ha fatto registrare eccidi per certi versi analoghi a quelli di Marzabotto sia a Buča sia a Irpin.
Questi episodi mi hanno spinto a riprendere il manoscritto, riscrivendolo e impostandolo al tempo presente, scelta stilistica dettata dalla volontà di indicare la costante attualità della brutalità della guerra a qualsiasi latitudine, in particolare a danno dei civili.
Qual è la cosa che i lettori potrebbero apprezzare di più nel romanzo?
La facilità di lettura e la crescente tensione narrativa credo siano due delle maggiori qualità che il lettore potrebbe trovare nel romanzo. Sebbene si tratti di un romanzo storico, lo stile di scrittura e il ritmo narrativo rendono la lettura scorrevole e coinvolgente, a detta di coloro che lo hanno già letto. Il lettori potrebbero inoltre apprezzare che i personaggi si muovono in un contesto storico fedele ai “macro-eventi” realmente accaduti a livello internazionale, nazionale e locale.
Estratto
Le mattine della bella stagione i bambini non ancora in età da lavoro sono mandati a giocare. A volte vanno a uccidere lucertole o a sputare alle formiche, beandosi – con crudeltà infantile – nel vedere gli insetti affogare, barcamenandosi disperatamente con le zampette impiastricciate in quelle piccole pozzanghere.
Gabriele incrocia alcuni di questi mocciosi prima di entrare in casa, impolverati, stanchi e felici, i quali lo sfilano senza curarsene, correndo verso nuovi passatempi in quell’anticipo di estate. In casa gli va incontro il nonno paterno, si chiama Carlo e ha i capelli bianchi e piuttosto lunghi per un uomo della sua età, poiché gli cadono fin quasi sulle spalle. È alto e robusto, con gambe esili che lo snelliscono. Da giovane somigliava a quelle caricature d’uomini muscolosi dalla cintola in su, che però al posto delle gambe hanno dei grissini.
«E’ deciso.»
Il giovane capisce, si mette le mani sui fianchi. È il dieci giugno 1940.
«La vittoria dell’Italia sarà la vittoria dei tedeschi, e sarà anche peggio» dice il nonno.
La luce nella stanza sbiadisce. Il giovane è esausto, una giornata di fatica nelle proprietà terriere di famiglia lasciata alle spalle, identica alle precedenti; tuttavia, l’eccitazione e una certa momentanea confusione, gli infondono l’energia necessaria per ritornare sui suoi passi.
«Devo andare.»
Attraversa a passo veloce il centro del paese, si inerpica lungo una piccola stradina, stretta e polverosa, che nasce al lato della chiesa. In paese niente sembra cambiato, i tricolori sventolano sui balconi, la propaganda è sempre affissa ai muri e nessuno parla animosamente dell’accaduto. Gabriele non si stanca mai di ammirare l’ordine delle casupole abbracciate dai curvoni, gli alberi tutt’intorno, la chiesa, silenziosa e dominante. Decide di recarsi dove il panorama è stupendo. Per farlo, deve salire più in alto, dove ci sono i faggi e non si vede anima viva. Per arrivarci, conosce un sentiero ricoperto di fiordaliso e speronelle, ma bisogna fare un po’ di strada prima di arrivare alla grande quercia, da dove si vede tutto il paesaggio naturalistico del Monte Sole: le distese di lecci, di pini silvestri, i faggi in altura. Se si ha pazienza ci si può imbattere in qualche scoiattolo, perfino in qualche ghiro. Se si sta in silenzio, si può ascoltare il richiamo dell’averla piccola, il canto della sterpazzolina e, al crepuscolo o di notte, quello del succiacapre. Un posto di pace. Gabriele siede al riparo della sua quercia preferita, isolata rispetto al resto della flora dei dintorni. Gli piace pensare che la conoscano in pochi, mentre i raggi del sole filtrano attraverso i rami.
In quel posto è sempre stato così, o almeno è questo ciò che ricorda Gabriele che lo scoprì per caso, giocando a nascondino dietro la chiesa con i suoi amici. S’intrufolò con coraggio per quel sentiero con Tommaso, il suo amico più caro e, dopo aver camminato per un po’, tanto che a nascondino nemmeno ci pensavano più, scoprirono la maestosa quercia. Si arrampicarono su di essa e vi restarono per ore, sentendosi piccoli giganti protetti tra le sue braccia. Fin da piccoli presero a vedersi lì nei momenti più importanti della loro vita. Così era stato quando Tommaso gli raccontò della prima avventura galante, così fu quando morì la madre di Gabriele.
Adesso Gabriele si stende per terra, strappa un filo d’erba e se lo infila in bocca guardando il cielo immobile. Comincia a pensare a come avrebbe fatto a mandare avanti l’azienda agricola paterna, quali ripercussioni avrebbe avuto la guerra sui suoi affari, quando arriva di corsa l’amico di sempre, boccheggiante. Si guardano. Gabriele riconosce i capelli neri tirati dietro, ordinatissimi, gli occhi piccoli di un azzurro intenso, le orecchie sporgenti e il volto rettangolare.
«E ora?» chiede Tommaso quando lo raggiunge.
Gabriele tace, meditabondo.
«E ora?» insiste.
«E ora niente. Aspettiamo gli eventi.»
«Dubbi non ce ne sono più. Finalmente i nodi verranno al pettine» considera Tommaso.
«Sembri quasi contento che siamo entrati in guerra anche noi.»
Tommaso si scurisce in volto. Le parole di Gabriele lo hanno infastidito. Poi replica: «Io so soltanto che chi vuol darsi da fare ora può farlo. Siamo rimasti a guardare abbastanza.»
L’autore
Andrea Festa è nato ad Avellino (1979) e vive a Roma. Dottore di ricerca in economia e dirigente pubblico, in precedenza ha pubblicato i romanzi Giudizi universali (0111 Edizioni, 2008) e La calunnia (Nulla die, 2015), nonché il racconto Il futuro alle spalle (Michele di Salvo editore, 2005). “E poi il buio” (Nulla die, 2025) è il suo terzo romanzo.
È inoltre autore di pubblicazioni scientifiche con interessi che si concentrano prevalentemente su tematiche di politica economica, fiscale e internazionale.

