Commissario, domani ucciderò Labruna – Gianni Simoni
Etichettato con: Gianni Simoni
Oggi al Thriller Café serviamo un caffè molto diverso dal solito: niente schiuma, niente decorazioni di cacao. È un caffè lungo, in tazza grande, da sorseggiare con calma mentre si guarda la pioggia cadere su una Milano grigia e indaffarata.
La recensione odierna è per “Commissario, domani ucciderò Labruna”, un romanzo del 2010 di Gianni Simoni (pubblicato da TEA).
Siamo a Brescia, dove la nebbia sembra avvolgere non solo le strade, ma anche le coscienze. La storia si apre con una sfida diretta e inquietante. Sulla scrivania del Commissario Miceli, un uomo ormai prossimo alla pensione e stanco delle miserie umane, arriva un biglietto anonimo: “Commissario, domani ucciderò Labruna”.
Nessuna richiesta di riscatto, nessuna rivendicazione politica. Solo una promessa. Puntuale come un orologio, il giorno dopo il signor Aurelio Labruna viene trovato morto. Ma l’orrore non finisce qui. Arriva un secondo messaggio: “Commissario, domani ucciderò Lobianco”. E poi un terzo, che annuncia la morte di una “Larossa”.
Miceli si trova di fronte a un enigma che sembra uscito da un manuale di enigmistica macabra: un assassino seriale cromatico. Il killer sceglie le vittime in base ai colori contenuti nei loro cognomi. Non sembra esserci alcun legame tra i morti se non questa assurda coincidenza onomastica.
Ad aiutare Miceli (o meglio, a fargli da “coscienza critica”) c’è il suo vecchio amico Carlo Petri, ex giudice istruttore ormai in pensione. Petri è un personaggio straordinario: colto, cinico, amante dei libri e della buona tavola, che osserva il caso con il distacco di chi ha già visto tutto il male del mondo.
La forza del romanzo non sta negli inseguimenti (che non ci sono), ma nell’umanità dei protagonisti. Simoni, forte della sua esperienza in magistratura, ci racconta un’indagine fatta di pazienza, di interrogatori logoranti e di intuizioni nate davanti a un piatto di casoncelli. È un giallo che indaga la solitudine della provincia italiana, dove dietro la normalità dei cognomi si nascondono follie imprevedibili.
In conclusione, è un libro perfetto per chi ama i ritmi riflessivi di Simenon o di Camilleri, ma con una nota di malinconia tipicamente lombarda.
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