Come si uccide un gentiluomo – Tullio Avoledo

Editore: Neri Pozza
Alessia Sorgato
Protocollato il 12 Marzo 2026 da Alessia Sorgato con
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Il riassunto
Come si uccide un gentiluomo – Tullio Avoledo

Ho appena incontrato in metropolitana Vittorio Contrada. È sceso anche lui alla fermata di Missori e ha camminato davanti a me per qualche tratto di strada. Era sicuramente lui, con quel suo inconfondibile pastrano, ereditato dallo zio assieme all’appartamento a Brera e alla collezione di whisky pregiati.
Chissà se andava verso lo studio, che condivide coi soci Almariva e Fuentes (di cui solo il primo, anzi la prima – Gloria- esiste davvero, l’altro è fumo negli occhi ai clienti) oppure proseguiva per il Tribunale.
Magari aveva udienza … anche se ultimamente si sono specializzati in una materia poco da aule giudiziarie. Pensa, ora difendono l’orsa Minou, rea di aver punito un escursionista troppo vicino ai suoi cuccioli.
Torna finalmente nelle nostre librerie il genere che ha infiammato gli animi di tanti giovani negli anni ’80, decidendo di molte iscrizioni alla facoltà di giurisprudenza: da Scott Turow a Patricia Highsmith, fino all’epico John Grisham che ci hanno regalato decine di legal thriller e poi sono stati soppiantati da altri generi.
Quello di Tullio Avoledo è un colto, preparatissimo, vivido green legal; Vittorio e Gloria infatti si sono specializzati in assistenza di parti coinvolte in questioni controverse che abbiano a che fare con l’ambiente e la sua salvaguardia, i diritti delle persone e degli animali che vivono in determinate zone, gli attivisti e le campagne a favore della natura. Se mai volessero tradurre le sue narrazioni (io ho letto anche la seconda e a breve vi recensirò anche Ultimo valzer di una ragazza per bene), l’audiolibro andrebbe affidato ad Erin Brockovich.
Comunque, la prima storia di questa serie inizia un venerdì sera di pioggia, quando Gloria Almariva, 32 anni, omosessuale (almeno in questa fase della sua vita) dedita al krav maga si ritrova sola in studio, zona porta Ticinese. Suonano alla porta (quella a vetri che ha voluto Vittorio, perché fa tanto hard boiled) e lei è tentata di non aprire, si sa mai. Alla fine si convince e, armata di una riproduzione del Duomo di Milano (come quella che aveva colpito Silvio B. in faccia nel 2009) si ritrova al cospetto di un uomo bagnato fradicio, il naso cosparso da una ragnatela di capillari rossi, calzoni sformati ed un maglione a trecce un tempo bianco. Quando si toglie l’impermeabile, Gloria nota che è marcato Acquascutum (roba da oltre 1000 euro) ma pieno di rammendi. Le lascia una valigetta per Vittorio e un messaggio: “A volte si fotte, a volte si è fottuti, ma il piacere che si prova spesso è lo stesso”.
Lui è – o meglio di lì a poco “era” Valerio del Zotto, un uomo perbene.
Una vecchia conoscenza di Vittorio – quando ancora lavorava nello studio di suo padre Aurelio, specializzato in diritto societario e vecchio lupo giuridico, abilissimo nel mestiere e spregiudicato nella vita, ora costretto ad una sedia a rotelle per un tentativo di suicidio non riuscito. Con Del Zotto, i Contrada si erano divertiti molto. Le sue genialate, il suo senso profetico per gli affari, la vita rutilante in cui li trascinava, tra jet privati, belle donne, ville e scalate industriali. Vittorio ne era sinceramente affascinato. Aurelio non aspettava che l’occasione per rovinarlo, a proprio vantaggio. Ma Valerio, ridotto in rovina, non aveva dimenticato ed evidentemente, persino da clochard, manteneva ben lucida la visione di un giovane avvocato, certamente rampante, ma retto di animo, a cui affidare la sua ultima straordinaria avventura.
Il romanzo si giostra fra una Milano smaltata, dove Vittorio può tranquillamente portarsi a casa una bella collega e lasciarla andar via due giorni dopo oppure urinare sul muro dello studio di Vladimiro Chersovani, il suo nemico giurato, e il Friuli montano, sulle rive del fiume Tagliamento (luoghi ben noti all’autore) minacciate da una manovra a cavallo tra il disastro ambientale e l’apparente beneficio per l’intera regione, dove un manipolo di sostenitori del primato del territorio sugli interessi economici sta organizzando una vera resistenza alle società che si avvicendano dalle loro parti.
Vittorio e Gloria si affezionano a tutto: il posto, splendido e ruvido, respingente e magnifico; la gente, così secca, solida e al contempo vibrante di affezione per la natura che le fa da sfondo da sempre, tra cui spicca la bellissima Alina, che farà perdere la testa ad ambedue. Con loro Ciuffo, al secolo Andrea, un ex militante ancora amico di moltissimi strani figuri, che ha deciso di collaborare con lo studio in qualità di investigatore e, lui sì, molto più della porta, è la nota hard boiled della storia, così brutto, stropicciato, caustico e sincero.
Una storia davvero appassionante, concepita da una persona coltivata che ne sa di legge, di ambiente, di musica e soprattutto di scrittura e nonostante le quasi 400 pagine non ti lascia un attimo per fare una pausa, occuparti d’altro, vederti le Olimpiadi.
La Val Plaseris, scenario della trama, non esiste ma è liberamente ispirata a tante che, come lei, sono minacciate da una diga, dalla deviazione di un corso d’acqua, da faccendieri legati allo smaltimento dei rifiuti tossici. Magari trovassero tutte uno come Controvento- chissà come è nato questo soprannome di Vittorio Contrada che, nonostante faccia di “Alc al’è alc, nuje al’è nuje” il suo motto, non ci sembra affatto uno che si accontenti del qualcosa, come meglio di niente.

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