Cemento e sangue – Carlo Calabrò

Editore: Marsilio
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Protocollato il 5 Agosto 2026 da Redazione con
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Il riassunto
Cemento e sangue – Carlo Calabrò

Al Thriller Café oggi è recensiamo “Cemento e sangue” dello scrittore italiano Carlo Calabrò, edito da Marsilio. L’autore, che oggi vive a New York, dopo la laurea in bioingegneria ha lavorato e vissuto sia in Europa che in Brasile e si occupa anche di sceneggiatura. Con la sua prova d’esordio, il noir “Meccanica di un addio”, è stato tra i finalisti del Premio Scerbanenco suscitando un vivo interesse nel panorama letterario. “Cemento e sangue” è il suo secondo romanzo, ambientato nella metropoli di San Paolo del Brasile.

Il giornalista Paulo Everton Barros conduce in parallelo due diverse inchieste. Una riguarda la morte dell’attivista ed ecologista Flávio Bloch, il cui cadavere viene rinvenuto dallo stesso Barros nel corso di una pedalata lungo le sponde del Rio Pinheiros. La seconda prende avvio dal crollo di una palazzina costato la vita a un’inquilina e al suo gatto. Entrambi i casi vengono archiviati rapidamente dagli inquirenti: il primo viene classificato come suicidio e il secondo addebitato a una fuga di gas. Il giornalista non crede alle conclusioni affrettate degli investigatori e decide di vederci chiaro.

In “Cemento e sangue” il protagonista è Everton Barros, con la sua inseparabile bicicletta. Scrive per una testata giornalistica controllata dalla potente famiglia Madureira. Il gruppo editoriale fa capo a Bernardo, che Barros definisce “il San Bernardo”. Accanto a Barros ruotano tre donne fondamentali che condizionano la sua vita: la madre Suely, affetta da Alzheimer; l’amica storica sin dai tempi dell’università Diana Greger, proprietaria di una gelateria, e infine Beatriz Leitão, avvocata e direttrice amministrativa della società per cui lavora Barros. La donna intrattiene una relazione occasionale con il giornalista, che deve ottenere la sua approvazione prima di avviare qualsiasi inchiesta e pubblicarne gli articoli: “l’unica tecnica di comprovata validità per un dibattito con Beatriz Leitão era la resa incondizionata”.

Sia le indagini sia molti dei personaggi del romanzo sembrano convergere su un politico ambiguo: Donato Abreu, dichiaratamente di destra, nazionalista e imprenditore legato ai “palazzinari” e al mondo criminale. Tra tutti i personaggi è quello che mi ha lasciato una sensazione di inquietudine. Al pubblico non si mostra violento né sopra le righe. Al contrario, è un politico che usa le parole e il denaro per ottenere consensi: sia a destra che a sinistra. L’uomo presenta programmi elettorali che, quanto meno, fanno rabbrividire: uno dei tanti è eliminare i poveri, non la povertà. A mio parere, per quanto disturbante, Donato Abreu è uno dei punti di forza del romanzo, un personaggio nel quale ho ritrovato dinamiche che, purtroppo, sembrano ancora molto attuali.
Lo scrittore si avvale anche di un parallelismo molto sottile. Il gruppo gestito dalla famiglia Madureira si chiama “Jabuticaba”: una realtà societaria infiltrata capillarmente in ogni settore. L’autore ha volutamente battezzato il Gruppo con il nome del frutto dello “jabuticaba” che, quasi fosse assetato di linfa vitale, nasce direttamente dal tronco della pianta che ricopre da una fitta coltre di bacche fino a renderlo invisibile. Allo stesso modo, le imprese della famiglia Madureira avvolgono ogni attività redditizia proprio come una piovra, stringendola tra i loro lunghi tentacoli.

Da ogni pagina di “Cemento e sangue” emerge l’amore sviscerato del romanziere per San Paolo del Brasile dove ha vissuto per quasi undici anni, scattando un’istantanea, senza filtri e per nulla ovattata della città. Si tratta di un centro urbano che conta quasi 12 milioni di abitanti, fagocitato dalla cementificazione selvaggia e da un inquinamento dal devastante impatto ambientale. Le industrie chimiche, incuranti delle leggi, scaricano i loro veleni nel fiume Pinheiros, che costeggia una fetta rilevante dell’area urbana, a ridosso delle arterie più trafficate della metropoli.

L’autore fa anche cenno al divario economico tra coloro che detengono ricchezza e potere e i milioni di poveri che vivono ai margini, nelle favelas. Proprio questi ultimi spesso devono sottostare a narcotrafficanti o criminali vari che, in quei luoghi, trovano il substrato adatto per ottenere manovalanza a basso costo. Lo scrittore ricorre a metafore per denunciare il malaffare che antepone i propri interessi a quelli del popolo. La sua è una spietata analisi ed il romanzo, pur muovendosi nei territori del noir, si trasforma in un thriller politico capace di mettere in luce i molti annosi problemi di questa metropoli, dove spesso corruzione, politica e interessi economici vanno di pari passo. Un luogo dove ogni mezzo è lecito per raggiungere gli scopi di chi detiene il potere politico ed economico: anche sopprimendo personaggi ritenuti scomodi o non vicini al “sistema”.

Analizzando la scrittura, ho trovato un po’ lunghi alcuni dialoghi e alcune descrizioni che, in certi passaggi, hanno rallentato il ritmo del racconto. Numerosi sono i colpi di scena. Il finale lascia un retrogusto amaro: d’altra parte, un lieto fine non sarebbe stato plausibile e non avrebbe reso giustizia a un romanzo di “alta caratura”. Nel complesso, è un libro che consiglio a chi ama i thriller politici che mescolano azione e spaccati reali della società.

Recensione di Gaetano Balsamo.