Castigo – Minato Kanae
Etichettato con: Kanae Minato
Al Thriller Café oggi versiamo Umeshu, il tradizionale liquore di prugne giapponese, corretto con una dose generosa di bitter scuro, per un sapore inizialmente dolce che vi lascerà un retrogusto amaro e persistente in gola. Proprio come la lettura di “Castigo” (titolo originale “Shokuzai“), il nuovo thriller psicologico di Kanae Minato, già autrice di “Confessioni“, edito da Atmosphere Libri.
La storia inizia con cinque bambine stanno giocando tranquille. Uno sconosciuto si avvicina, inganna la piccola Emily e la porta via. Poco dopo, la bambina viene ritrovata assassinata. Il trauma è così devastante che le quattro piccole sopravvissute – Sae, Maki, Akiko e Yuko – sviluppano un blocco psicologico: nessuna di loro riesce a ricordare il volto dell’assassino. La polizia brancola nel buio. Ma la vera tragedia inizia con Asako, la madre di Emily. Accecata dal dolore, convoca le quattro bambine di dieci anni e lancia su di loro una vera e propria maledizione: «Trovate l’assassino. Se non ci riuscite, dovrete espiare la vostra colpa con una penitenza che io riterrò accettabile. Altrimenti, mi vendicherò su di voi».
Quindici anni dopo, il romanzo ci mostra i frutti avvelenati di quelle parole.
Il libro di Kanae Minato è costruito su prospettive multiple, una sorta di “Effetto Rashomon” crudele. Ogni capitolo dà voce a una delle ragazze ormai cresciute. Tutte erano nello stesso posto, lo stesso giorno, ma i loro ricordi presentano microscopiche e inquietanti discrepanze. La maledizione di Asako ha deformato la loro psiche, spingendole verso esistenze grottesche, paranoiche o tragiche. La colpa non è solo sopravvivere, ma vivere con il fiato sul collo di una vendetta promessa.
L’ultimo capitolo, narrato dal punto di vista della madre, sarà forse il più agghiacciante per il senso di totale impotenza di fronte a una vita che non può essere controllata, in cui le aspettative tradite e quelle realizzate nel modo più distorto possibile portano allo stesso vicolo cieco.
Castigo è un eccellente esponente dell’Iyamisu, il sottogenere giapponese dei gialli che lasciano una sensazione di viscido disgusto morale; vi suggeriamo di approfondirlo proseguendo la lettura con le domande all’editore e l’incipit.
Due domande all’editore
Com’è nato questo libro?
Dopo il successo mondiale del precedente thriller, Confessioni, pubblicato in Italia nel 2023, è stato naturale continuare a proporre ai lettori italiani un altro successo della brillante narratrice giapponese Minato Kanae. Un agghiacciante thriller psicologico giapponese, finalista all’Edgar Award, che racconta la storia di quattro donne, legate per sempre da un giorno orribile della loro infanzia: quindici anni dopo, qualcuno vuole assicurarsi che non lo dimentichino mai. Una lettura davvero cupa e potente, altrettanto devastante quanto l’opera d’esordio dell’autore, Confessioni.
Qual è la cosa che i lettori potrebbero apprezzare di più nel romanzo?
La forza della scrittura di Minato Kanae sta nella rappresentazione compassionevole dei personaggi, psicologicamente danneggiati ma intensamente empatici. Eppure questo non impedisce di dare vita a un mistero avvincente e ricco di suspense, in un brillante thriller letterario.
Estratto
La bambola francese
Cara Asako,
Grazie mille per essere venuta al mio matrimonio l’altro giorno.
Durante tutta la cerimonia, temevo che rivedere i miei parenti, venuti da quella cittadina di campagna, le avrebbe ricordato quei tempi e l’avrebbe fatta sentire a disagio. Spesso non si rendono conto di quanto possono risultare maleducati. L’unica cosa buona in quel posto è l’aria pulita. Me ne sono resa conto solo sette anni fa, quando mi sono diplomata e ho iniziato a studiare in un’università femminile a Tōkyō: a parte l’aria pulita, lì non c’era davvero niente.
Ho vissuto in un dormitorio universitario per quattro anni.
Quando ho detto ai miei genitori che volevo andare all’università a Tōkyō, mi hanno risposto di no all’unisono. E se qualche delinquente ti raggira e ti costringe a prostituirti? E se poi diventi una drogata? E se ti ammazzano?
Lei che è cresciuta in città potrebbe trovare la cosa divertente, Asako, e chiedersi che tipo di informazioni potrebbero averli portati a concepire un’idea del genere.
«Guardate troppo Metropoli H24» avevo protestato, citando il loro programma televisivo preferito, ma a dire il vero anch’io avevo più volte immaginato quelle stesse, terrificanti possibilità.
Nonostante tutto, però, desideravo andare a Tōkyō con tutta me stessa.
«Ma poi che cosa c’è a Tōkyō? Ci sono tante altre università nella nostra prefettura che offrono il percorso di studi che t’interessa. Anche se non ce la fai a fare la pendolare, gli affitti costano meno in zona e se succede qualcosa puoi tornare subito a casa. Saremmo tutti più tranquilli così» aveva cercato di convincermi mio padre.
«Tranquilli? Proprio voi dovreste capire che gli ultimi otto anni che ho trascorso in questa città li ho vissuti nel terrore!» Dopo che ho detto questo hanno smesso di obiettare. Mi hanno imposto una sola condizione, cioè che avrei dovuto vivere in un dormitorio studentesco, piuttosto che abitare da sola in un appartamento o in un condominio. Non ho ribattuto su questo.
Non ero mai stata a Tōkyō prima, e già all’arrivo mi sembrava un altro mondo. Quando sono scesa per la prima volta dallo Shinkansen, guardandomi intorno per la stazione vedevo persone ovunque, e ho pensato che ci dovesse essere più gente solo lì che in tutto il paesino da cui ero venuta. Ma la cosa che mi ha sorpreso ancora di più è stata che, nonostante la folla, tutti camminavano senza urtare nessuno. Anche se vagavo senza meta, con gli occhi rivolti in alto per controllare le indicazioni della metropolitana, sono arrivata a destinazione senza mai scontrarmi con nessuno.
Salita in metropolitana la mia sorpresa si è rinnovata. Quasi nessuno dei passeggeri parlava, anche se non sembrava che stessero viaggiando da soli. Ogni tanto mi capitava di sentire forti risate o chiacchiere animate, ma venivano perlopiù da stranieri.
Fino alle medie ero andata a scuola a piedi, poi alle superiori avevo preso ad andare in bici; quindi, prendevo il treno solo un paio di volte l’anno per andare nei centri commerciali o nei grandi magazzini delle città vicine insieme ad amici o familiari, e parlavamo senza sosta per tutta l’ora di viaggio. Cosa compriamo? Il mese prossimo abbiamo un compleanno, cosa gli regaliamo? Dove mangiamo a pranzo? McDonald’s o KFC?
Non mi sembrava niente di strano. Chiacchiere e risate si levavano da ogni angolo del treno, e nessuno si lamentava, quindi ho sempre pensato che fosse normale.
All’improvviso mi è venuto da pensare che la gente a Tōkyō non si accorgesse di quello che succedeva intorno a sé. Non avevano alcun interesse per le persone che li circondavano. Finché non li disturbavano, non gli importava nulla di loro. Non erano affatto curiosi di sapere cosa stesse leggendo la persona seduta di fronte. Quella in piedi davanti a loro poteva avere la borsa firmata più costosa del mondo, ma ciò non avrebbe nemmeno attirato la loro attenzione.
Senza rendermene conto, mi ero messa a piangere. A vedermi così, una campagnola che stringeva una borsa enorme in preda ai singhiozzi, dovevano pensare tutti che avessi nostalgia di casa. Sentendomi in imbarazzo, mi sono guardata intorno asciugandomi le lacrime, ma nessuno mi stava prestando attenzione.
Mi sono resa conto allora che quella città era ancora più meravigliosa di quanto non avessi immaginato, e la cosa mi ha commosso. Non ero venuta a Tōkyō per i negozi alla moda o per i tanti locali dove divertirsi. No, io volevo confondermi con le persone che non conoscevano il mio passato, e sparire. Per essere precisi, volevo nascondermi agli occhi del colpevole dell’omicidio di cui ero stata testimone, visto che non era ancora stato catturato.
Eravamo in quattro nella mia stanza del dormitorio. Venivamo tutte dalla campagna e il primo giorno, per rompere il ghiaccio, abbiamo preso a tessere le lodi delle nostre rispettive città. Da me fanno degli udon buonissimi, da me ci sono le sorgenti termali, c’è un giocatore di baseball professionista che abita accanto a casa dei miei. Le altre tre ragazze venivano da paesini rurali, ma almeno di quelli avevo sentito parlare prima.
Quando ho detto il nome della mia città natale, nessuna di loro sapeva nemmeno in quale prefettura si trovasse.
«Che tipo di posto è?» mi hanno chiesto, e io ho risposto che lì c’era un’aria pulitissima. Sono sicura che capirà, Asako, che non lo dicevo soltanto perché non avevo nient’altro di cui vantarmi.
Sono nata in quella cittadina rurale e ho respirato la sua aria ogni giorno, senza trovarci nulla di speciale. Solo nella primavera dell’anno di quell’incidente, quando ero appena entrata in quarta elementare, mi resi conto della sua purezza. Durante una lezione di studi sociali la nostra coordinatrice di classe, la professoressa Sawada, ci disse: «Voi vivete nel posto con l’aria più pura di tutto il Giappone. Sapete come faccio a dirlo? Le macchine di precisione utilizzate negli ospedali e nei laboratori di ricerca devono essere prodotte in ambienti privi di polvere nell’aria. Ecco perché le fabbriche dove si costruiscono questi macchinari vengono stabilite in luoghi con aria molto pulita. Quest’anno l’industria manifatturiera Adachi ha costruito un nuovo stabilimento in questa città. Il fatto che l’azienda produttrice di apparecchiature di precisione numero uno in Giappone abbia scelto proprio questo posto significa che qui c’è l’aria più pulita del Paese. Dovreste essere tutti orgogliosi di vivere in una città così meravigliosa».
Dopo la lezione chiedemmo a Emily se era tutto vero.
«Mio papà ha detto la stessa cosa» rispose.
Quando lo disse lei, prendemmo davvero coscienza che l’aria della nostra cittadina era purissima. Questo non tanto perché il padre di Emily – con la sua faccia minacciosa e gli occhi sporgenti – era un pezzo grosso dell’azienda Adachi; ma perché veniva da Tōkyō.
A quei tempi non c’era nemmeno un konbini in città, ma nessuno di noi bambini percepiva quell’assenza come un inconveniente. Per noi era così da quando eravamo nati, quindi era naturale. Anche se in TV passavano le pubblicità delle Barbie, nessuno di noi ne aveva mai vista una dal vivo, e per questo neanche le volevamo. Per noi erano molto più preziose le bambole francesi, che decoravano i salotti di ogni casa in città. Tuttavia, dopo la costruzione di quella fabbrica, una strana sensazione cominciò a emergere dentro di noi. Gli studenti trasferiti da Tōkyō, tra cui Emily, ci fecero capire a poco a poco che la vita quotidiana che avevamo dato per scontata era piuttosto scomoda e indietro rispetto ai tempi.
Anche i posti in cui vivevano loro erano diversi. Era la prima volta che un edificio di oltre cinque piani veniva costruito nel nostro paese. Il condominio aziendale della Adachi sembrava il castello di una terra straniera, anche se era stato progettato per conformarsi al panorama locale.
Il giorno in cui scoprii che Emily voleva invitare delle ragazze della mia classe che vivevano nel quartiere ovest (dove sorgeva il condominio) a casa sua all’ultimo piano, il sesto, ero così emozionata che non riuscii a dormire.
Le quattro invitate eravamo io, Maki, Yūka e Akiko. Eravamo amiche d’infanzia cresciute tutte nello stesso ambiente, quindi tutto ciò che vedemmo a casa di Emily ci sembrò estraneo. La prima sorpresa fu che le stanze non erano separate da pareti. Al tempo non avevo ancora idea di cosa fosse un appartamento LDK1, quindi rimasi di stucco nel vedere che la sala con la TV, la sala da pranzo e la cucina erano tutte nello stesso posto.
Ci servirono del tè nero da una teiera abbinata al set di tazze, qualcosa che se avessimo avuto a casa nostra nessuno avrebbe mai lasciato toccare a dei bambini, e una crostata piena di frutta che non avevo mai visto prima, a parte le fragole, su piattini da servizio. Mi gustai tutto, incantata, ma avevo anche la sensazione che qualcosa non andasse.
Dopo la merenda decidemmo di giocare con le bambole, ed Emily prese dalla sua stanza una bambola Barbie e una custodia di plastica a forma di cuore per i vestiti. La Barbie era vestita proprio come Emily quel giorno.
«C’è un negozio a Shibuya che vende gli stessi vestiti delle Barbie, e i miei mi hanno regalato questi l’anno scorso per il mio compleanno. Vero, mamma?»
A quel punto volevo solo scappare via.
Poi una delle altre disse: «Emily, ci fai vedere la tua bambola francese?»
Emily sembrò perplessa e rispose con un’altra domanda: «E che cos’è?»
Emily non possedeva bambole francesi. Anzi, non sapeva neanche cosa fossero. Il mio cuore avvilito sembrò riprendersi. Era naturale che lei non ne sapesse nulla. In città erano ormai obsolete, come status symbol.
Le vecchie case giapponesi in legno che costellavano le vie della nostra cittadina avevano tutte una cosa in comune. La stanza più vicina all’ingresso era un salottino all’occidentale, dove c’erano sempre un lampadario appeso e una bambola francese in una teca di vetro. Anche se era così da molto tempo, circa un mese prima che Emily si trasferisse era diventato popolare tra le ragazze andare di casa in casa ad ammirare le bambole francesi degli altri.
All’inizio andavamo solo a casa di amiche, ma piano piano iniziammo a girare per le case di tutto il quartiere. Nel nostro paesino di campagna conoscevamo quasi tutti, e visto che la stanza era appena oltre l’ingresso, non venivamo respinte quasi mai.
Presto creammo un “quaderno delle bambole” dove iniziammo a mettere in classifica le varie bambole francesi. Al tempo i bambini non potevano fare fotografie con facilità come al giorno d’oggi, quindi se vedevamo una bambola che ci piaceva la disegnavamo con le matite colorate, per ricordarcela. La classifica si basava perlopiù sulla bellezza dei vestiti, ma a me piaceva guardare i visi delle bambole. Sentivo che in qualche modo assomigliavano ai bambini e alle madri delle famiglie, forse perché quando le acquistavano sceglievano quelle che riflettevano la loro personalità.
Emily disse che voleva vederle anche lei, quindi la portammo a fare un tour delle dieci case in cima alla nostra classifica.
Emily era sicura che nessuno dei bambini del suo condominio avesse mai visto una bambola francese, così ne invitò alcuni a unirsi a noi, e girammo per le case del paese con bambine di cui non sapevamo niente – né il nome, né in che classe andassero – e, per qualche motivo, anche alcuni bambini.
La persona della prima casa che visitammo disse: «Oh, state facendo un tour delle bambole francesi?» e l’idea ci piacque così tanto che decidemmo di chiamare così l’evento di quel giorno.
La bambola di casa mia era al secondo posto della lista. Il petto e l’orlo del suo vestito rosa erano ornati da soffici piume bianche, e grandi rose viola decoravano le spalle e la vita. Ma quello che mi piaceva di più era il suo viso, perché somigliava un po’ al mio. Una volta le avevo disegnato con un pennarello un neo sotto l’occhio destro, proprio come quello che ho io, e mia madre si era arrabbiata. Mi piaceva anche il fatto che non si capisse bene che età avesse, perché era difficile stabilire se fosse un’adulta o una bambina.
L’autrice
Minato Kanae è nata nella prefettura di Hiroshima nel 1973. Era una casalinga prima che il suo romanzo d’esordio, Confessioni, raggiungesse la vetta delle classifiche giapponesi e la trasformasse nella scrittrice più venduta dell’anno. Vincitrice del Radio Drama Award, del Detective Novel Prize for New Writers e del National Booksellers’ Award, Minato vive in Giappone. “Confessioni” (Atmosphere libri, 2023) ha venduto quattro milioni di copie in tutto il mondo. Minato Kanae è un’autrice di grande successo, con all’attivo oltre venti romanzi.
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