Due anziane ammazzate nella notte, a poche ora di distanza, ritrovate supine e con un giglio bianco posato sul petto. Nessuna relazione tra le due donne, niente amici né parenti in comune. Nessun erede che avrebbe potuto beneficiare della morte di entrambe.
La domanda che vi perseguiterà per l’intero racconto, ancor prima di “Chi è l’assassino?”, sarà “Qual è il movente?”, ed è proprio su questo dettaglio che insisterà il protagonista, Carolus Deene, in contrasto con l’indagine parallela della polizia tutta indaffarata a concentrarsi sul colpevole.
Gli affezionati alla collana da edicola de “Il giallo Mondadori” dovrebbero ormai ben conoscere Leo Bruce, dato che una buona quantità di opere di questo prolifico scrittore sono state proposte, nel corso degli anni, dall’iconica pubblicazione con la copertina canarino.
“Carolus Deene e il giglio bianco” è l’ultima fatica in ordine di apparizione, targata Aprile 2025, e per chi se la fosse persa ricordo che esiste la possibilità di avvalersi della versione e-book, sempre disponibile.
Leo Bruce è da annoverarsi tra i campioni di metà ‘900 del giallo classico-deduttivo, la cui fama ha risentito dell’ingombrante concorrenza della signora Christie che, essendo nata una manciata d’anni prima, aveva già dato alle stampe quasi venti capolavori quando il nostro muoveva i suoi primi passi nel mondo dell’editoria. Ci basti pensare che nel 1936, anno d’uscita di “Un caso per tre detective“, il primo romanzo di Leo Bruce, era già presente sugli scaffali delle librerie da ben due anni l'”Assassinio sull’Orient Express“. Mica facile inserirsi in quel panorama.
Eppure le opere di Leo Bruce non mancano di nulla, tutti gli elementi tipici del poliziesco tradizionale sono dosati nella giusta misura, a cominciare dai delitti che si consumano in quei villaggi della campagna inglese dove tutti si conoscono e ognuno ha qualcosa da nascondere, alla presenza quasi casuale di un detective dalla capacità d’osservazione fuori dal comune, ai capitoli-fiume finali dove tutti i sospetti vengono riuniti in una stanza per la rivelazione conclusiva.
Ecco, se proprio volessimo fare I puntigliosi e imputare qualcosa a Leo Bruce, potremmo dire che non abbia introdotto alcuna novità nell’ambito del genere classico, attenendosi da bravo mestierante alle regole del suo tempo. Ma è sempre così necessario innovare? Secondo me, che sono un estimatore del genere, no.
L’autore sembra perfettamente conscio della cosa, e non nasconde affatto di rifarsi ai maestri del genere. I rimandi a Sherlock Holmes e Poirot sono disseminati tra le pagine del libro in questione in grande quantità, tanto che a un certo punto c’è addirittura un riferimento diretto a un’opera che ha per protagonista l’investigatore di Baker Street:
“Non vorrà per caso che prenda in esame la situazione del Segno dei quattro, vero? Qualcuno che riappare dal passato con un desiderio di vendetta.” (p. 82)
e poi, ancora:
“Lei è inglese, signore, inglese come Sherlock Holmes e Hercule (Ma foi!) Poirot.” (p.97)
“Ma non può, signore. Sa tanto di diciannovesimo secolo, una cosa del genere. Fa parte del mondo investigativo e degli appassionati di Sherlock Holmes.” (p. 152)
Il romanzo si inserisce alla grande, come già detto, nell’ambito del formato deduttivo e, per dirla ai giorni nostri, del cosy crime, dato che in questo testo ci sono tutti gli ingredienti del caso.
Si comincia con un investigatore tutt’altro che professionista, un ricco docente di storia che spende le sue vacanze scandagliando gli articoli della cronaca nera alla ricerca dell’ultimo delitto, per poi mettersi alla ricerca dell’assassino quasi per gioco. Un detective “wannabe” (per usare un termine dello slang inglese) che però si guarda bene dall’abbandonare il suo lavoro da docente, e in questo è più simile a una Miss Marple, che non a un Poirot. Con questo stratagemma l’immedesimazione vien da sé: non siamo forse anche noi lettori degli hobbisti che provano a risolvere un caso, non appena voltata la prima pagina del libro?
Certo, dal punto di vista della pura “sospensione dell’incredulità” sarebbe impensabile, ai giorni nostri, credere che un qualunque personaggio in abiti civili, impossibilitato a mostrare un distintivo, possa andarsene in giro a far domande puntuali in merito a un efferato delitto, e ottenere risposta. È lecito però ipotizzare che nell’Inghilterra di inizio ‘900 vigesse ancora la buona regola che domandare è lecito e rispondere è cortesia, soprattutto quando a comandare il discorso sono le maniere gentili, e quindi non troviamo difficile seguire il flusso delle indagini e il modo con cui il nostro Carolus Deene s’intrattiene coi vari interlocutori.
E di personaggi, in questo romanzo, ce ne sono tantissimi, tanto che a provare a indovinare chi sia l’assassino non avrete che l’imbarazzo della scelta. Immaginate d’avere a disposizione un intero villaggio nel quale tutti, per un motivo o per l’altro, potrebbero essere coinvolti nella faccenda. Vi troverete di fronte a un puzzle perfettamente macchinato, dove ogni singolo dettaglio che vi è passato sotto gli occhi – anche quelli che sembrano i più insignificanti, inseriti giusto per ingrassare la vacca – contribuirà in maniera decisiva al palesamento della verità.
Cosy, dunque, si diceva. Un altro aspetto che permea questo romanzo è la grande dose d’ironia. Fin dalle prime pagine facciamo conoscenza con il preside Gorringer, impegnato ad anticipare Carolus Deene nella lettura della cronaca nera, con il chiaro intento di spedirlo in vacanza lontano da crimini e delitti, il tutto per salvaguardare il buon nome della Queen’s School di Newminster. Incontriamo dunque lo scanzonato allievo Priggley, esperto di scommesse e aiutante del nostro eroe, e un po’ più in là, lungo il racconto, l’ipocondriaco parcheggiatore Gilling, affetto da tutte le malattie di questo mondo, la bisbetica signora Tissot, e poi l’energica titolare del pub locale – la signorina Shapely – che inveisce ogni qualvolta un cliente si permette la libertà di usare termini scurrili, la sorda signora Lightfoot, la coppia di nudisti-naturisti Baxeter che propina ai propri ospiti insipide cene a base di alghe, e molti altri ancora. C’è spazio anche per un divertente easter-egg:
“Ho letto un volume intitolato Sorridi, maledetto bifolco, di Rupert Croft-Cooke.” (p. 108)
Si sappia che Rupert Croft-Cooke non è altro che il vero di nome di Leo Bruce.
Cos’altro ci sorprenderà di questo racconto? Fuori da ogni ombra di dubbio, l’arguzia di Carolus Deene. Fin da subito il nostro improvvisato detective intuisce di trovarsi, almeno in parte, di fronte a una messinscena, e deciderà così di rendere al colpevole pan per focaccia. Una trappola vincente, ben architettata, capace di far inciampare l’assassino proprio là dove era stato pianificato, e di portare quindi alla conclusione dei fatti.
“Il piagnucolio del bambino eccita la tigre.” (p.97)
Recensione di Mauro Piva.
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