Battuta di caccia – Jussi Adler-Olsen

Battuta di caccia – Jussi Adler-Olsen

Editore: Marsilio
Giuseppe Pastore
Protocollato il 4 Ottobre 2012 da Giuseppe Pastore con
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Oggi al Thriller Café restiamo tra le nebbie della Danimarca per la recensione di “Battuta di caccia” di Jussi Adler-Olsen, secondo episodio della serie dedicata alla Sezione Q (Marsilio, 2012).

Dopo il successo folgorante de La donna in gabbia, ritroviamo il vicecommissario Carl Mørck nel suo ufficio seminterrato di Copenaghen. La sua divisione dedicata ai casi freddi inizia a dare fastidio ai piani alti della polizia. Carl è ancora alle prese con i fantasmi dell’incidente che ha segnato la sua carriera, ma la sua apatia viene scossa da un nuovo fascicolo che compare sulla sua scrivania.

La trama di “Battuta di caccia” affonda le radici nel 1987. Due fratelli adolescenti vengono massacrati in una casa vacanze. All’epoca un uomo confessò il delitto e venne condannato, ma qualcosa stona. Il caso sembrava coinvolgere un gruppo di studenti di un prestigioso college, rampolli della buona società danese. Oggi quegli studenti sono diventati uomini potenti: chirurghi plastici, avvocati, stelle della finanza. Sopra tutti brilla la stella di Ditlev Pram e del suo cinico gruppo di amici, uniti da un passato di perversione e violenza. Tra loro e la verità si muove Kimmie, una donna che vive come un’ombra tra i senzatetto di Copenaghen, custode di un segreto che potrebbe distruggere tutti.

Ho trovato questo secondo capitolo solido e cupo. Il punto di forza resta la chimica tra Carl Mørck e il suo assistente Assad. Il contrasto tra il cinismo del detective danese e l’energia misteriosa dell’aiutante siriano funziona e regala momenti di respiro in una vicenda molto torbida. Mi è piaciuta la critica sociale feroce che l’autore rivolge alle élite: questi “diavoli” annoiati che praticano la caccia agli esseri umani per puro brivido sono descritti con un disprezzo palpabile.

Dall’altra parte, ho avvertito una certa forzatura nella caratterizzazione dei cattivi. Sono talmente malvagi e privi di sfumature da sembrare quasi caricature, figure da graphic novel trapiantate in un procedural classico. Anche la violenza è talvolta insistita, forse eccessiva rispetto alla necessità del racconto. Tuttavia, il ritmo è alto e la struttura a più voci, con il punto di vista della fuggitiva Kimmie, tiene incollati alla pagina fino alla fine. È un libro che conferma il talento di Jussi Adler-Olsen nel costruire macchine narrative perfette, anche se meno claustrofobico rispetto al primo volume.

Consigliato a chi cerca un giallo che non ha paura di sporcarsi le mani con i lati oscuri del benessere nordeuropeo.

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